L'acqua del lago è abbastanza tiepida.
Una volta un canoista che passava di lì mi chiese se non avevo paura a nuotare tutto solo.
Gli risposi che non era poi così grave.
A guardare il fondo verdastro mi sento risucchiare le palle.
Evoco qualcosa, non so cosa.
Forse un maelstrom.
Sono pronto vecchio mostro.
Sono pronto a farmi risucchiare.
E chissà dove potrebbe alfine condurmi il vulcano spento.
Magari nelle acque torbide di arituba.
Bisogna imparare a sognare.
I mostri sono grandi ispiratori.
Comunque vale la pena rischiare la pellaccia.
La bellezza del luogo compensa ogni rischio.
Monte Cavo mi si drizza dinanzi con le sue antenne di metallo...è il pube muschiato di Artemide, senza dubbio.
Dorme lì da secoli con quei quattro stuzzicadenti di latta ficcati nel pube.
Un giorno si desterà, si scrollerà di dosso Rocca di Papa e accortasi di essere stata violata si toglierà gli spilli con cui tentarono d'inseminarla.
Dopodichè fara un bel bidet.
Nel lago ovviamente.
In alto due o tre parapendii colorati svolazzano leggiadri come farfalle ubriache...
Anche i gabbiani bianchi hanno fatto ritorno.
Intanto passa il trenino di velletri.
A pelo d'acqua galleggia qualche insetto sfortunato.
Cerco di salvarlo spingendolo fuori dall'acqua.
Sono le otto.
Esco dal lago.
Ho fame.
Ho voglia di pizza.
Andrò a brindare.
Brinderò a te, vecchio vulcano melmoso.
Sia lode al Sempiterno Gandolfo, compagno d'estate.
lunedì 2 maggio 2011
il preservativo
P.B. ....adorabile P.B.
Adorabile come una giovane prostituta della periferia di Caracas...
Lello Arena Chaplin: "L'importante non è vincere. L'importante non è nemmeno partecipare. L'importante è perdere. Anzi: perdersi..."
Motto esplicativo.
P.B. è anche una betoniera del pensiero.
Mischia e impasta idee con la stravaganza di un hegeliano.
Fuoriescono sorbetti al limone e saporiti stronzi al cacao.
Si allea per mezz'ora con i grillini e poi vota per Silvio.
Ama il Duce, Zichichi, Padre Pio e gli piace Marchionne.
E' cattolico ma anche buddista.
Il B. a confronto gli fa una sega.
In questo marasma di polluzioni notturne, desideri monchi e ossessioni infantili, ciondola il Baldo Peter Pan Lello Arena Chaplin.
Ciondola come un demente imbambolato per le vie maleodoranti di San lorenzo in Roma, dopo aver eiaculato sul latteo seno di una ventenne venere di Varsavia.
A pagamento naturalmente.
Dopo sette anni di pippe, alla veneranda età di 44 anni, finalmente si riaccoppia con una donna.
E che donna!!!
Io intanto mi sto cacando addosso da un'ora e mezza per colpa di un tiramisù.
Lo chiamo quattro volte ma non risponde.
Troppo indaffarato con la modella polacca.
Non mi va d'andare a cacare in giro.
San Lorenzo è una fogna.
Gli studenti straccioni, gli ubriachi, i centri sociali, tutto mi fa vomitare di quel posto.
I bei palazzi antichi in Piazza dei Sanniti sono tutti lordati dalle scritte della teppaglia pseudo studentesca.
Così mi tengo la cacca e maledico Baldo per la sua dabbenaggine sessuale.
L'indomani P.B. viene a trovarmi a casa.
Gli è venuta una "fisima" che lo ossessiona.
Teme che la principessa di Varsavia gli abbia infilato un preservativo usato, forse quello che ha infilato a me mezz'ora prima.
Teme di essersi buscato l'aids.
Inutile provare a convincerlo che si tratta del parto stravagante della sua ipofisi.
La "fisima" lo tormenta.
"Basta!" esclama e dopo dieci minuti rieccolo a parlare del preservativo usato.
Gli faccio leggere persino Kary B. Mullis per tranquillizzarlo.
Inutile.
A un certo punto ci si mette anche quella simpatica baciapile di mia mamma.
Così dai preservativi usati l'attenzione si sposta su Fatima, Lourdes, Padre Pio e Madre Teresa.
A un certo punto Peter Pan e la mamma cercano addirittura di farmi recitare l'Ave Maria.
Ma la telenovelas poggidoriana non finisce qui.
Salta fuori la lampadina della Madonna in possesso della mamma.
Baldo si eccita e comincia a filmare col telefonino.
Interroga, riprende, intervista con lo zelo di Bruno Vespa.
La emme azzurra della Madonna non si toglie nemmeno con l'acquaragia.
Lo show mistico termina verso le otto e mezzo di sera.
Nonostante tutto mi sono venuti due coglioni come un mulo.
Perciò vado a sborrare.
Domenica mattina Baldo mi ringrazia per averlo condotto sulla turpe via del piacere meretriaco.
Non c'è di che caro Baldo.
Il padreterno ti perdonerà vedrai.
Ti perdonerà i sette anni di pippe.
Brinderete in calici di cristallo colmi di spumante ghiacciato...
E a cazzo duro ovviamente.
Adorabile come una giovane prostituta della periferia di Caracas...
Lello Arena Chaplin: "L'importante non è vincere. L'importante non è nemmeno partecipare. L'importante è perdere. Anzi: perdersi..."
Motto esplicativo.
P.B. è anche una betoniera del pensiero.
Mischia e impasta idee con la stravaganza di un hegeliano.
Fuoriescono sorbetti al limone e saporiti stronzi al cacao.
Si allea per mezz'ora con i grillini e poi vota per Silvio.
Ama il Duce, Zichichi, Padre Pio e gli piace Marchionne.
E' cattolico ma anche buddista.
Il B. a confronto gli fa una sega.
In questo marasma di polluzioni notturne, desideri monchi e ossessioni infantili, ciondola il Baldo Peter Pan Lello Arena Chaplin.
Ciondola come un demente imbambolato per le vie maleodoranti di San lorenzo in Roma, dopo aver eiaculato sul latteo seno di una ventenne venere di Varsavia.
A pagamento naturalmente.
Dopo sette anni di pippe, alla veneranda età di 44 anni, finalmente si riaccoppia con una donna.
E che donna!!!
Io intanto mi sto cacando addosso da un'ora e mezza per colpa di un tiramisù.
Lo chiamo quattro volte ma non risponde.
Troppo indaffarato con la modella polacca.
Non mi va d'andare a cacare in giro.
San Lorenzo è una fogna.
Gli studenti straccioni, gli ubriachi, i centri sociali, tutto mi fa vomitare di quel posto.
I bei palazzi antichi in Piazza dei Sanniti sono tutti lordati dalle scritte della teppaglia pseudo studentesca.
Così mi tengo la cacca e maledico Baldo per la sua dabbenaggine sessuale.
L'indomani P.B. viene a trovarmi a casa.
Gli è venuta una "fisima" che lo ossessiona.
Teme che la principessa di Varsavia gli abbia infilato un preservativo usato, forse quello che ha infilato a me mezz'ora prima.
Teme di essersi buscato l'aids.
Inutile provare a convincerlo che si tratta del parto stravagante della sua ipofisi.
La "fisima" lo tormenta.
"Basta!" esclama e dopo dieci minuti rieccolo a parlare del preservativo usato.
Gli faccio leggere persino Kary B. Mullis per tranquillizzarlo.
Inutile.
A un certo punto ci si mette anche quella simpatica baciapile di mia mamma.
Così dai preservativi usati l'attenzione si sposta su Fatima, Lourdes, Padre Pio e Madre Teresa.
A un certo punto Peter Pan e la mamma cercano addirittura di farmi recitare l'Ave Maria.
Ma la telenovelas poggidoriana non finisce qui.
Salta fuori la lampadina della Madonna in possesso della mamma.
Baldo si eccita e comincia a filmare col telefonino.
Interroga, riprende, intervista con lo zelo di Bruno Vespa.
La emme azzurra della Madonna non si toglie nemmeno con l'acquaragia.
Lo show mistico termina verso le otto e mezzo di sera.
Nonostante tutto mi sono venuti due coglioni come un mulo.
Perciò vado a sborrare.
Domenica mattina Baldo mi ringrazia per averlo condotto sulla turpe via del piacere meretriaco.
Non c'è di che caro Baldo.
Il padreterno ti perdonerà vedrai.
Ti perdonerà i sette anni di pippe.
Brinderete in calici di cristallo colmi di spumante ghiacciato...
E a cazzo duro ovviamente.
martedì 12 aprile 2011
il muro
Gli sporadici incontri con Baldo e A.r. sono quasi sempre salutari.
Servono a capire che bene o male siamo tutti in una barchetta piena di falle, un pò come i disgraziati tunisini.
Il fatto che qualcuno se la passi peggio di te ti fa tirare un sospiro di sollievo.
E sopratutto capisci che ancora non siamo affogati in mare e per questo si può brindare, ridere e persino amare.
Baldo è un tredicenne di quarant'anni.
Ha paura di tante cose e somiglia all'asino di Buridano, che in attesa perpetua di scegliere crepa di fame.
Vorrebbe osare ma tentenna e alla fine quasi sempre desiste.
Desiste e poi, naturalmente, si duole per aver desistito.
Baldo è un onesto perdente.
Onesto perchè non fa nulla per mascherare la sua dabbenaggine e la sua impotenza.
Anzi, le esalta e vi fonda tutto il suo essere.
Le sue gaffe a profusione, la sua tendenza all' esagerazione, i suoi modi da impiastro, la sua confusione inconcludente, sono un modo per riabilitare quell' impotenza congenita che lo afflige.
All'estremo opposto di Baldo sta A.r.
A.r. è un maestro e un teorizzatore del supplizio.
Per lui il supplizio è necessario.
In ciò assomiglia ai martiri cristiani e agli stoici.
A.r. non è mai confuso, non si sente mai impotente, non ha mai dubbi: è un transvalutatore puro.
Peccato che transvaluti tutto nel supplizio e mai nel piacere.
Per lui il piacere è uno scrupolo del supplizio.
Il piacere di per sè non esiste.
Esiste solo come contraltare del dolore.
A.r. è l'animale sacrificale.
In ciò il suo coraggio, la sua pulsione a immolarsi è ineguagliabile.
Allo stesso tempo A.r. è il carnefice di sè.
Ma se A.r. si adagia sull'altare non è per perire.
A.r. non vuole perire.
Vuole rinascere.
Vuole rinascere sotto un segno indelebile.
La sua adesione ad una sorta di "predestinazione del sentimento" -per cui la grazia e la disgrazia non colpirebbero a caso ma troverebbero un senso e una giustificazione in ciò di cui reconditamente avremmo bisogno- una tale teoria altro non è la vecchia fede del martire cristiano sulla soglia del patibolo.
Il male non può non avere senso.
Il martire deve trasformare il male.
Solo così egli può continuare ad esistere.
E' inutile voler confutare una fede.
La fede, come il gusto, non è oggetto di confutazioni.
Ogni fede trova la propria ragion d'essere in colui che la professa.
Confutare una fede significa confutare la realtà di un essere umano.
La fede è una realtà.
Una delle tante.
Capire A.r. non è facile.
La sua ostinazione, la sua volontà di vivere, cerca sempre ostacoli contro cui battersi.
Non teme di schiantarsi e per questo cerca sempre resistenze.
Gode nel resistere, non nel lasciarsi andare.
Per questo ama il supplizio.
La sua simpatia verso il wu wei nasce come stimolo all'impossibile.
Immaginare A.r. inerte dinanzi all'azione è come immaginare un lupo vegetariano.
Non sarai mai un "non agito" A.r.
A.r. è il muro.
Per farvi breccia bisogna rinunciare alla lotta.
Bisogna posare lo scalpello.
Bisogna aspettare che il tempo sgretoli la durezza della malta.
I muri non esistono per essere abbattuti.
I muri esistono solo per mostrarci come la loro solidità sia temporanea.
Servono a capire che bene o male siamo tutti in una barchetta piena di falle, un pò come i disgraziati tunisini.
Il fatto che qualcuno se la passi peggio di te ti fa tirare un sospiro di sollievo.
E sopratutto capisci che ancora non siamo affogati in mare e per questo si può brindare, ridere e persino amare.
Baldo è un tredicenne di quarant'anni.
Ha paura di tante cose e somiglia all'asino di Buridano, che in attesa perpetua di scegliere crepa di fame.
Vorrebbe osare ma tentenna e alla fine quasi sempre desiste.
Desiste e poi, naturalmente, si duole per aver desistito.
Baldo è un onesto perdente.
Onesto perchè non fa nulla per mascherare la sua dabbenaggine e la sua impotenza.
Anzi, le esalta e vi fonda tutto il suo essere.
Le sue gaffe a profusione, la sua tendenza all' esagerazione, i suoi modi da impiastro, la sua confusione inconcludente, sono un modo per riabilitare quell' impotenza congenita che lo afflige.
All'estremo opposto di Baldo sta A.r.
A.r. è un maestro e un teorizzatore del supplizio.
Per lui il supplizio è necessario.
In ciò assomiglia ai martiri cristiani e agli stoici.
A.r. non è mai confuso, non si sente mai impotente, non ha mai dubbi: è un transvalutatore puro.
Peccato che transvaluti tutto nel supplizio e mai nel piacere.
Per lui il piacere è uno scrupolo del supplizio.
Il piacere di per sè non esiste.
Esiste solo come contraltare del dolore.
A.r. è l'animale sacrificale.
In ciò il suo coraggio, la sua pulsione a immolarsi è ineguagliabile.
Allo stesso tempo A.r. è il carnefice di sè.
Ma se A.r. si adagia sull'altare non è per perire.
A.r. non vuole perire.
Vuole rinascere.
Vuole rinascere sotto un segno indelebile.
La sua adesione ad una sorta di "predestinazione del sentimento" -per cui la grazia e la disgrazia non colpirebbero a caso ma troverebbero un senso e una giustificazione in ciò di cui reconditamente avremmo bisogno- una tale teoria altro non è la vecchia fede del martire cristiano sulla soglia del patibolo.
Il male non può non avere senso.
Il martire deve trasformare il male.
Solo così egli può continuare ad esistere.
E' inutile voler confutare una fede.
La fede, come il gusto, non è oggetto di confutazioni.
Ogni fede trova la propria ragion d'essere in colui che la professa.
Confutare una fede significa confutare la realtà di un essere umano.
La fede è una realtà.
Una delle tante.
Capire A.r. non è facile.
La sua ostinazione, la sua volontà di vivere, cerca sempre ostacoli contro cui battersi.
Non teme di schiantarsi e per questo cerca sempre resistenze.
Gode nel resistere, non nel lasciarsi andare.
Per questo ama il supplizio.
La sua simpatia verso il wu wei nasce come stimolo all'impossibile.
Immaginare A.r. inerte dinanzi all'azione è come immaginare un lupo vegetariano.
Non sarai mai un "non agito" A.r.
A.r. è il muro.
Per farvi breccia bisogna rinunciare alla lotta.
Bisogna posare lo scalpello.
Bisogna aspettare che il tempo sgretoli la durezza della malta.
I muri non esistono per essere abbattuti.
I muri esistono solo per mostrarci come la loro solidità sia temporanea.
giovedì 24 marzo 2011
un uomo
Mentre in Africa si scannano e in Giappone s'inghiotte l'incubo nucleare, io vado a trovare Alessandra.
La poverina ha il mal di denti, le medicine non le fanno niente.
Le chiedo se posso aiutarla in qualche modo.
Mi dice che l'unica soluzione è andare dal dentista ma non vi si può recare perchè deve lavorare.
Le chiedo se succhiarlo è un'operazione dolorosa.
Dice di no.
E così lo succhia.
Quando fa l'amore chiude gli occhi.
Si chiude, come un bocciolo morto.
Che peccato.
Chissà a che pensa.
Forse pensa al suo ragazzo in Romania, forse alla mamma o alla sorella.
Di sicuro non pensa a me.
Forse chiude gli occhi proprio per non guardarmi in faccia.
Per estraniarsi da un essere, io, per cui non prova nulla.
Io invece penso a lei.
Penso a come dev'essere farsi infilzare col mal di denti.
Quando scopo scopro mondi e formule magiche.
Cerco di cogliere ogni odore, ogni punto debole del piacere altrui.
Il piacere di lei, chiunque ella sia.
Solo quando gode del mio pene infuocato la donna mi si rivela.
Mai prima.
Prima c'è solo sotterfugio.
Quando scopi la mente è libera di vagare.
Il corpo ti congeda fino all'orgasmo.
Vatti a fare un giro mente, vai a trovare tuo nonno o tua sorella.
Io corpo intanto godo.
La mente può estasiarsi nelle pieghe profumate della fantasia o appassire nella noia.
Dipende da con chi sei.
Alessandra se ne va per conto suo, pare di fottere con un fagotto di carne senza anima.
E' triste.
A letto la bellezza di una donna di per sè non vale niente se non è sorretta da una sincera passione per il tuo cazzo e il tuo corpo.
Pazienza.
La primavera è giunta.
Più invecchio più mi piacciono le adolescenti.
Mi piace la vostra pelle morbida, pallida e rosea, i vostri denti candidi, la vostra assoluta noncuranza verso il prossimo e il mondo, la vostra frivola gioia di vivere, i vostri teneri foruncoletti da baciare con tenerezza.
Anche il vostro mestruo è benedetto.
Sono un uomo.
Con una coscienza buona e riconoscente.
La poverina ha il mal di denti, le medicine non le fanno niente.
Le chiedo se posso aiutarla in qualche modo.
Mi dice che l'unica soluzione è andare dal dentista ma non vi si può recare perchè deve lavorare.
Le chiedo se succhiarlo è un'operazione dolorosa.
Dice di no.
E così lo succhia.
Quando fa l'amore chiude gli occhi.
Si chiude, come un bocciolo morto.
Che peccato.
Chissà a che pensa.
Forse pensa al suo ragazzo in Romania, forse alla mamma o alla sorella.
Di sicuro non pensa a me.
Forse chiude gli occhi proprio per non guardarmi in faccia.
Per estraniarsi da un essere, io, per cui non prova nulla.
Io invece penso a lei.
Penso a come dev'essere farsi infilzare col mal di denti.
Quando scopo scopro mondi e formule magiche.
Cerco di cogliere ogni odore, ogni punto debole del piacere altrui.
Il piacere di lei, chiunque ella sia.
Solo quando gode del mio pene infuocato la donna mi si rivela.
Mai prima.
Prima c'è solo sotterfugio.
Quando scopi la mente è libera di vagare.
Il corpo ti congeda fino all'orgasmo.
Vatti a fare un giro mente, vai a trovare tuo nonno o tua sorella.
Io corpo intanto godo.
La mente può estasiarsi nelle pieghe profumate della fantasia o appassire nella noia.
Dipende da con chi sei.
Alessandra se ne va per conto suo, pare di fottere con un fagotto di carne senza anima.
E' triste.
A letto la bellezza di una donna di per sè non vale niente se non è sorretta da una sincera passione per il tuo cazzo e il tuo corpo.
Pazienza.
La primavera è giunta.
Più invecchio più mi piacciono le adolescenti.
Mi piace la vostra pelle morbida, pallida e rosea, i vostri denti candidi, la vostra assoluta noncuranza verso il prossimo e il mondo, la vostra frivola gioia di vivere, i vostri teneri foruncoletti da baciare con tenerezza.
Anche il vostro mestruo è benedetto.
Sono un uomo.
Con una coscienza buona e riconoscente.
martedì 8 marzo 2011
l'assassino
Di paranoici, ahimè, ne ho conosciuti molti.
Ognuno con la sua fissazione, il suo stile, i suoi argomenti più o meno veri.
Laddove l’intelligenza si arrende all’opinione diversa, il paranoico si infuria e vuole avere l’ultima parola.
Spesso il paranoico si appella a dimostrazioni razionali o alla scienza o a un principio di autorità, senza nemmeno sapere che la scienza moderna avanza ipotesi e non innalza teorie definitive.
Il paranoico non è tanto ossessionato da ciò che ha scoperto e che trasforma in verità irrefutabile, quanto dalla possibilità che qualcuno metta in dubbio e scardini il suo dogma.
La zia Pina è fissata con la mafia, gli omosessuali, i radicali di Pannella.
Antoine è fissato col Vaticano e i romani che gli irradiano l’ano mentre guida.
Per entrambi il male è sempre l’altro e altrove.
La pingue moglie di Mario Prodi è fissata con l’omeopatia.
Idolatra il suo omeopata psicologo che le spilla cento euro a botta.
Visita alacremente tombe e cimiteri, legge epitaffi altrui che Mario Prodi recita a memoria come versi di Leopardi.
Guai a contraddirla, diventa una balena feroce e petulante.
La balena vorrebbe una tomba speciale.
Cecco Pacenza vede banchieri ebrei e massoni dietro a tutto.
S’incazza e strabuzza gli occhi se osi mettere in dubbio l’esistenza degli alieni o qualche altra teoria strampalata.
Una ragazza di Ariccia appiccica bigliettini colorati nel cesso e ritiene che i suoi problemi mentali possano essere risolti solo da uno specialista.
Pur tuttavia rimane sempre un'isterica.
Anche io ogni tanto divento paranoico.
Poi per fortuna mi rendo conto che ho solo ingigantito un’idea e benevolmente tiro lo sciacquone.
La paranoia è un’idea tiranna che non ci fa vedere il resto.
L’idea può indossare abiti diversi.
Può ammantarsi da persecutore immaginario oppure da salvatrice.
Alla base delle fedi religiose e delle ideologie c’è sempre la paranoia.
L’idea esiste solo nella testa, è un ritaglio arbitrario dal caos.
Alle idee ci si affeziona, è difficile rinnegarle senza rinnegare se stessi.
Tuttavia è meglio rinnegare se stessi che vivere imbalsamati.
La verità è un’idea monca.
La verità è un petalo trovato per caso nel deserto del mistero.
L’idea seduce quasi quanto la donna.
Ma nessuna idea varrà mai quanto una donna.
Anche la donna è un’idea, un’idea quasi sempre sbagliata. Come l’uomo.
L’uomo non esiste.
L’ idea esiste solo per essere confutata.
Solo l’assassino delle idee è libero.
Ognuno con la sua fissazione, il suo stile, i suoi argomenti più o meno veri.
Laddove l’intelligenza si arrende all’opinione diversa, il paranoico si infuria e vuole avere l’ultima parola.
Spesso il paranoico si appella a dimostrazioni razionali o alla scienza o a un principio di autorità, senza nemmeno sapere che la scienza moderna avanza ipotesi e non innalza teorie definitive.
Il paranoico non è tanto ossessionato da ciò che ha scoperto e che trasforma in verità irrefutabile, quanto dalla possibilità che qualcuno metta in dubbio e scardini il suo dogma.
La zia Pina è fissata con la mafia, gli omosessuali, i radicali di Pannella.
Antoine è fissato col Vaticano e i romani che gli irradiano l’ano mentre guida.
Per entrambi il male è sempre l’altro e altrove.
La pingue moglie di Mario Prodi è fissata con l’omeopatia.
Idolatra il suo omeopata psicologo che le spilla cento euro a botta.
Visita alacremente tombe e cimiteri, legge epitaffi altrui che Mario Prodi recita a memoria come versi di Leopardi.
Guai a contraddirla, diventa una balena feroce e petulante.
La balena vorrebbe una tomba speciale.
Cecco Pacenza vede banchieri ebrei e massoni dietro a tutto.
S’incazza e strabuzza gli occhi se osi mettere in dubbio l’esistenza degli alieni o qualche altra teoria strampalata.
Una ragazza di Ariccia appiccica bigliettini colorati nel cesso e ritiene che i suoi problemi mentali possano essere risolti solo da uno specialista.
Pur tuttavia rimane sempre un'isterica.
Anche io ogni tanto divento paranoico.
Poi per fortuna mi rendo conto che ho solo ingigantito un’idea e benevolmente tiro lo sciacquone.
La paranoia è un’idea tiranna che non ci fa vedere il resto.
L’idea può indossare abiti diversi.
Può ammantarsi da persecutore immaginario oppure da salvatrice.
Alla base delle fedi religiose e delle ideologie c’è sempre la paranoia.
L’idea esiste solo nella testa, è un ritaglio arbitrario dal caos.
Alle idee ci si affeziona, è difficile rinnegarle senza rinnegare se stessi.
Tuttavia è meglio rinnegare se stessi che vivere imbalsamati.
La verità è un’idea monca.
La verità è un petalo trovato per caso nel deserto del mistero.
L’idea seduce quasi quanto la donna.
Ma nessuna idea varrà mai quanto una donna.
Anche la donna è un’idea, un’idea quasi sempre sbagliata. Come l’uomo.
L’uomo non esiste.
L’ idea esiste solo per essere confutata.
Solo l’assassino delle idee è libero.
lunedì 7 marzo 2011
l'ultimogenito
La pasta aglio e olio di Peppino come al solito è mezza scotta.
Come al solito anche l'aglio è semi carbonizzato.
L'unto del Signore, Saviano, enuncia quattro solenni banalità nel suo piatto soliloquio televisivo.
Da coraggioso scrittore antimafioso è diventato un divo inutile del teleschermo.
Ora si occupa della solitudine del potente e delle battone di Arcore.
Fa ironia su Ruby e dispensa alta cultura discutendo di mozzarella e dei gol di Maradona.
Davanti a me, in carne ed ossa, l'ultimogenito del filosofo catanese Sgalambro.
E' un amico di Peppino.
Fisicamente sembra Piero Ricca.
Barba e capelli ricci, leggermente obeso, mal vestito.
E' un tipo educato, parla a bassa voce.
Tuttavia emerge un banale conformista di "sinistra", nè colto nè intelligente.
Anche lui scandalizzato per le battone minorenni, per i coiti di testa d'ascella.
Lo informo, avendo un briciolo di conoscenza giuridica, che per la legge il sesso (non coartato ovviamente) è "consentito" a partire dai quattordici anni di età.
Il baccalà non mi crede e andiamo a consultare internet.
A questo punto, dato che la legge gli dà torto, si appella alla "morale".
Alla bieca morale dei sessuofobi bacchettoni.
Pur non essendo illegale, scopare con una minorenne non è morale.
Non è invece immorale imporre agli altri a che età possano cominciare a scopare.
Nè, del pari, è immorale impedire il sesso consenziente tra settantacinquenni e minorenni.
In cuor mio mando a cacare l'ultimogenito del filosofo catanese Sgalambro.
Chissà che tipo è il padre.
Chissà se anche lui è un troglodita.
Ma alla fine chi se ne frega.
Terminata la cena l'ultimogenito sembra ansioso di rifugiarsi in qualche bettola e concludere la serata ciucciando cannoni d'erba.
Peppino sapientemente suggerisce il "Tinello", nota bettola genzanese frequentata da consumatori di spinelli.
La proposta è prontamente accolta dall'ultimogenito.
Così saluto i due amici e me ne vado a casa.
Postscriptum: nel pomeriggio vedo sfrecciare su una specie di bidone scassato il vecchio Bragion Grey.
Sembrava Lando Buzzanca con una parrucca a caschetto nera.
Che Dio lo benedica.
Come al solito anche l'aglio è semi carbonizzato.
L'unto del Signore, Saviano, enuncia quattro solenni banalità nel suo piatto soliloquio televisivo.
Da coraggioso scrittore antimafioso è diventato un divo inutile del teleschermo.
Ora si occupa della solitudine del potente e delle battone di Arcore.
Fa ironia su Ruby e dispensa alta cultura discutendo di mozzarella e dei gol di Maradona.
Davanti a me, in carne ed ossa, l'ultimogenito del filosofo catanese Sgalambro.
E' un amico di Peppino.
Fisicamente sembra Piero Ricca.
Barba e capelli ricci, leggermente obeso, mal vestito.
E' un tipo educato, parla a bassa voce.
Tuttavia emerge un banale conformista di "sinistra", nè colto nè intelligente.
Anche lui scandalizzato per le battone minorenni, per i coiti di testa d'ascella.
Lo informo, avendo un briciolo di conoscenza giuridica, che per la legge il sesso (non coartato ovviamente) è "consentito" a partire dai quattordici anni di età.
Il baccalà non mi crede e andiamo a consultare internet.
A questo punto, dato che la legge gli dà torto, si appella alla "morale".
Alla bieca morale dei sessuofobi bacchettoni.
Pur non essendo illegale, scopare con una minorenne non è morale.
Non è invece immorale imporre agli altri a che età possano cominciare a scopare.
Nè, del pari, è immorale impedire il sesso consenziente tra settantacinquenni e minorenni.
In cuor mio mando a cacare l'ultimogenito del filosofo catanese Sgalambro.
Chissà che tipo è il padre.
Chissà se anche lui è un troglodita.
Ma alla fine chi se ne frega.
Terminata la cena l'ultimogenito sembra ansioso di rifugiarsi in qualche bettola e concludere la serata ciucciando cannoni d'erba.
Peppino sapientemente suggerisce il "Tinello", nota bettola genzanese frequentata da consumatori di spinelli.
La proposta è prontamente accolta dall'ultimogenito.
Così saluto i due amici e me ne vado a casa.
Postscriptum: nel pomeriggio vedo sfrecciare su una specie di bidone scassato il vecchio Bragion Grey.
Sembrava Lando Buzzanca con una parrucca a caschetto nera.
Che Dio lo benedica.
venerdì 4 marzo 2011
l'incangiabile
Peppino è tornato.
Ricevo il suo messaggio: "Vieni a riabbracciare un buon compagno di avventure".
Più tardi farò un salto da te caro Peppino.
Magari con una bottiglia di vov.
Peppino è l'icona dell'immutabile mutevole.
Niente potrà mai salvarlo o cangiarlo da ciò che è.
Andare in Sicilia o vivere a Berlino non modificano l'essenza di un uomo.
Le latitudini e i climi condizionano l'umore, ma non credo che abbiano mai cambiato qualcuno.
L'essenza è ciò che ciascuno tenta di nascondere a sé e agli altri.
Se si è deboli si cerca di apparire forti, se si è lupi si cerca di apparire agnelli.
Ci sforziamo di essere ciò che non siamo.
Per viltà o convenienza.
Ma le maschere ogni tanto cadono.
Peppino non indossa maschere, non è un attore sociale.
Non si sforza di piacere a qualcuno, magari a una donna.
Desidera con il desiderio puro dell'animale.
E' nudo e crudo.
E' una bestia.
Peppino è l'assente a sè stesso.
L'instabile per necessità.
Il perduto indolente.
Peppino è il metafisico dell'astenia.
E sarà sempre così, nei secoli dei secoli. Amen.
Vado a trovare Riza.
Fottiamo dietro un cespuglio dietro la Pontina.
A un certo punto proprio mentre vengo, sento freddo al piede destro.
Lo avevo immerso in una specie di fiumiciattolo fangoso che mi scorreva vicino.
Riza, che brava ragazza.
E' una santa.
Sempre dolce, con un sorriso sincero.
Sotto la pioggia, con il freddo o la calura.
La strada abbrutisce il corpo.
Ma la tua anima è ancora vivida.
Non cambiare Riza.
Rimani vivida.
Ieri sento Mari.
Anche lei non cambia mai.
Sempre inamovibile, come una montagna che invecchia male e non se ne accorge.
Sempre pavida, sofferente.
Crocifissa ai pregiudizi e chiusa al piacere.
Mai libera.
Mai perversa.
Mai sincera.
Solo e soltanto carceriera di te stessa, schiava delle tue paure.
Povera Mari.
Passeggiando per Torbalinga pare di stare a Bengasi.
Torme di nordafricani ciondolano per il lungomare.
La sensazione è di disagio, la presenza massiccia di quegli uomini rozzi e sporchi mi infastidisce.
Una parte di me prende le loro difese.
Sono dei disgraziati in cerca di una vita migliore.
Forse non sono bruti.
Una chance va data a tutti.
Per umanità.
Tuttavia non credo alle balle penose del multi culturalismo.
Se una cultura come quella islamica mi ripugna, non vedo perchè dovrei tollerarla.
E dato che tale cultura è piena zeppa di ignoranti, imbecilli, violenti e fanatici, non vedo perchè dovrei tributare ospitalità ai suoi accoliti.
Se vi è concessa una chance, una chance verso voi stessi, ragazzi nordafricani, è perchè spero che in mezzo a voi ci sia qualcuno tanto intelligente e coraggioso da buttare in mare il libro fetido di Maometto.
Si è fatto tardi.
Il quadro forse è l'emblema dell'incangiabile.
Una volta fissate, le forme e i colori sono eterni.
Il quadro è sempre il punto terminale di una volontà.
Io sono un pennello.
Se la volontà e il pensiero non si rigenerassaro costantemente - come il pennello del pittore nella tavolozza - il mondo e la vita apparirebbero insopportabilmente sbiaditi e monotoni.
Chi vede nel mondo un quadro portato a termine, per quanto incantevole, alla fine si stuferà di esso e lo odierà come si odia tutto ciò che è uniforme.
Chi, all'opposto, vede nella propria vita un abbozzo senza fine, rifiuterà il vincolo della cornice.
La cornice è solo un limite immaginario.
Ricevo il suo messaggio: "Vieni a riabbracciare un buon compagno di avventure".
Più tardi farò un salto da te caro Peppino.
Magari con una bottiglia di vov.
Peppino è l'icona dell'immutabile mutevole.
Niente potrà mai salvarlo o cangiarlo da ciò che è.
Andare in Sicilia o vivere a Berlino non modificano l'essenza di un uomo.
Le latitudini e i climi condizionano l'umore, ma non credo che abbiano mai cambiato qualcuno.
L'essenza è ciò che ciascuno tenta di nascondere a sé e agli altri.
Se si è deboli si cerca di apparire forti, se si è lupi si cerca di apparire agnelli.
Ci sforziamo di essere ciò che non siamo.
Per viltà o convenienza.
Ma le maschere ogni tanto cadono.
Peppino non indossa maschere, non è un attore sociale.
Non si sforza di piacere a qualcuno, magari a una donna.
Desidera con il desiderio puro dell'animale.
E' nudo e crudo.
E' una bestia.
Peppino è l'assente a sè stesso.
L'instabile per necessità.
Il perduto indolente.
Peppino è il metafisico dell'astenia.
E sarà sempre così, nei secoli dei secoli. Amen.
Vado a trovare Riza.
Fottiamo dietro un cespuglio dietro la Pontina.
A un certo punto proprio mentre vengo, sento freddo al piede destro.
Lo avevo immerso in una specie di fiumiciattolo fangoso che mi scorreva vicino.
Riza, che brava ragazza.
E' una santa.
Sempre dolce, con un sorriso sincero.
Sotto la pioggia, con il freddo o la calura.
La strada abbrutisce il corpo.
Ma la tua anima è ancora vivida.
Non cambiare Riza.
Rimani vivida.
Ieri sento Mari.
Anche lei non cambia mai.
Sempre inamovibile, come una montagna che invecchia male e non se ne accorge.
Sempre pavida, sofferente.
Crocifissa ai pregiudizi e chiusa al piacere.
Mai libera.
Mai perversa.
Mai sincera.
Solo e soltanto carceriera di te stessa, schiava delle tue paure.
Povera Mari.
Passeggiando per Torbalinga pare di stare a Bengasi.
Torme di nordafricani ciondolano per il lungomare.
La sensazione è di disagio, la presenza massiccia di quegli uomini rozzi e sporchi mi infastidisce.
Una parte di me prende le loro difese.
Sono dei disgraziati in cerca di una vita migliore.
Forse non sono bruti.
Una chance va data a tutti.
Per umanità.
Tuttavia non credo alle balle penose del multi culturalismo.
Se una cultura come quella islamica mi ripugna, non vedo perchè dovrei tollerarla.
E dato che tale cultura è piena zeppa di ignoranti, imbecilli, violenti e fanatici, non vedo perchè dovrei tributare ospitalità ai suoi accoliti.
Se vi è concessa una chance, una chance verso voi stessi, ragazzi nordafricani, è perchè spero che in mezzo a voi ci sia qualcuno tanto intelligente e coraggioso da buttare in mare il libro fetido di Maometto.
Si è fatto tardi.
Il quadro forse è l'emblema dell'incangiabile.
Una volta fissate, le forme e i colori sono eterni.
Il quadro è sempre il punto terminale di una volontà.
Io sono un pennello.
Se la volontà e il pensiero non si rigenerassaro costantemente - come il pennello del pittore nella tavolozza - il mondo e la vita apparirebbero insopportabilmente sbiaditi e monotoni.
Chi vede nel mondo un quadro portato a termine, per quanto incantevole, alla fine si stuferà di esso e lo odierà come si odia tutto ciò che è uniforme.
Chi, all'opposto, vede nella propria vita un abbozzo senza fine, rifiuterà il vincolo della cornice.
La cornice è solo un limite immaginario.
mercoledì 23 febbraio 2011
profughi
Corrado scende dal treno di Lanuvio.
Indossa una giacchetta blu, un pò leggera visto il freddo che fa, il volto grigio e stanco di un uomo anziano che nella vita ne ha passate tante.
In mezzo ai giovani che lesti scendono dal treno, perlopiù studenti, procede lento e appare di statura bassa.
I giovani e le ragazze spiccano con i loro colori sgargianti, lui invece, con quella giacchetta blu, pantaloni grigi e mocassini neri, sembra un’abitante dell’ex Unione Sovietica.
Del resto, a suo tempo, comunista ed estimatore dei Soviet lo fu.
Ora non lo è più. Non crede più al sole dell’avvenire.
E come tutti non sa dove cazzo si sta dirigendo il mondo.
Vedere quel vecchio, il mio vecchio, in mezzo a tutti quei ragazzi colorati, mi commuove.
Sono felice di vederlo.
Ancora una volta ha portato a casa la pellaccia.
Su ogni ruga del suo volto e sul suo sorriso leggo l’onesta lotta
di un uomo che, non senza errori, rinunce e compromessi,
si è costruito una briciola di serenità su questa terra.
Quando, giorni addietro, ricevo la sua chiamata e mi dice che è arrivato a Fiumicino, tiro un sospiro di sollievo.
Mi racconta delle peripezie occorsegli per fuggire dall’Egitto.
Allo stabilimento scompaiono tutti.
Aboul Fottò, irrintracciabile, probabilmente ripara a Londra.
Intanto il telefono e internet smettono di funzionare, la bombola del gas finisce, i negozi chiudono e i viveri si esauriscono.
A Beverly Hills sembra non sia successo nulla e i bambini giocano a palla nelle verdi aiuole.
Al Cairo invece si consuma il caos.
Riesce per miracolo a contattare l’ambasciata e gli prenotano un volo con l’alitalia.
Sempre per miracolo contatta Isham, l’autista.
Il disgraziato gli dice che è senza benzina… ma che farà del suo meglio per portarlo all’aeroporto.
Il volo è all’una e incredibilmente Isham arriva alle dieci.
Chissà come cazzo ha rimediato la benzina.
Per strada infiniti posti di blocco e carri armati di traverso.
A un certo punto sull’autostrada le macchine cominciano ad arrivare dal senso opposto.
Il caos è totale.
Arrivato all’aeroporto la bolgia prosegue.
Dopo il check-in centinaia di persone attendono in fila per i controlli.
Chi può sgancia qualche mancia agli impiegati per saltare la fila.
L’aereo parte con cinque ore di ritardo…
E ora eccoti qui caro papà, con una stinta giacchetta blu e sul finire della vita.
Il tempo di dirci due cose inutili e ci saluteremo come sempre.
Profughi di noi stessi, non capiremo mai da cosa siamo fuggiti e perché siamo fuggiti.
Ma non importa.
Tra randagi ci si assolve. E ci si ama.
Nel tuo tramonto vedo il mio.
Chissà se un giorno all’ora del crepuscolo avrò un testimone.
Forse, scendendo dal treno, all’ultima fermata della vita, non ci sarà nessuno ad aspettarmi.
Forse perchè non sarò stato degno di avere testimoni.
O forse perchè non avrò trovato testimoni degni di me.
Per chi è solo la notte è più fredda e il vento colpisce con più forza.
Chi è solo deve stringere i denti e inghiottire amarezza.
Sei fortunato papà.
Guardare le nuvole mi solleva.
Da Gheddafi, dal terremoto, dal futuro, dal battito sordo del mio cuore malfermo.
Le nuvole sono così bianche, così pure e distanti.
Come sarebbe bello essere una nuvola.
Librarsi per gioco. Disfarsi con indolenza. Senza dolore. Senza cuore.
Vorrei essere una nuvola, carezzata dal sole.
Indossa una giacchetta blu, un pò leggera visto il freddo che fa, il volto grigio e stanco di un uomo anziano che nella vita ne ha passate tante.
In mezzo ai giovani che lesti scendono dal treno, perlopiù studenti, procede lento e appare di statura bassa.
I giovani e le ragazze spiccano con i loro colori sgargianti, lui invece, con quella giacchetta blu, pantaloni grigi e mocassini neri, sembra un’abitante dell’ex Unione Sovietica.
Del resto, a suo tempo, comunista ed estimatore dei Soviet lo fu.
Ora non lo è più. Non crede più al sole dell’avvenire.
E come tutti non sa dove cazzo si sta dirigendo il mondo.
Vedere quel vecchio, il mio vecchio, in mezzo a tutti quei ragazzi colorati, mi commuove.
Sono felice di vederlo.
Ancora una volta ha portato a casa la pellaccia.
Su ogni ruga del suo volto e sul suo sorriso leggo l’onesta lotta
di un uomo che, non senza errori, rinunce e compromessi,
si è costruito una briciola di serenità su questa terra.
Quando, giorni addietro, ricevo la sua chiamata e mi dice che è arrivato a Fiumicino, tiro un sospiro di sollievo.
Mi racconta delle peripezie occorsegli per fuggire dall’Egitto.
Allo stabilimento scompaiono tutti.
Aboul Fottò, irrintracciabile, probabilmente ripara a Londra.
Intanto il telefono e internet smettono di funzionare, la bombola del gas finisce, i negozi chiudono e i viveri si esauriscono.
A Beverly Hills sembra non sia successo nulla e i bambini giocano a palla nelle verdi aiuole.
Al Cairo invece si consuma il caos.
Riesce per miracolo a contattare l’ambasciata e gli prenotano un volo con l’alitalia.
Sempre per miracolo contatta Isham, l’autista.
Il disgraziato gli dice che è senza benzina… ma che farà del suo meglio per portarlo all’aeroporto.
Il volo è all’una e incredibilmente Isham arriva alle dieci.
Chissà come cazzo ha rimediato la benzina.
Per strada infiniti posti di blocco e carri armati di traverso.
A un certo punto sull’autostrada le macchine cominciano ad arrivare dal senso opposto.
Il caos è totale.
Arrivato all’aeroporto la bolgia prosegue.
Dopo il check-in centinaia di persone attendono in fila per i controlli.
Chi può sgancia qualche mancia agli impiegati per saltare la fila.
L’aereo parte con cinque ore di ritardo…
E ora eccoti qui caro papà, con una stinta giacchetta blu e sul finire della vita.
Il tempo di dirci due cose inutili e ci saluteremo come sempre.
Profughi di noi stessi, non capiremo mai da cosa siamo fuggiti e perché siamo fuggiti.
Ma non importa.
Tra randagi ci si assolve. E ci si ama.
Nel tuo tramonto vedo il mio.
Chissà se un giorno all’ora del crepuscolo avrò un testimone.
Forse, scendendo dal treno, all’ultima fermata della vita, non ci sarà nessuno ad aspettarmi.
Forse perchè non sarò stato degno di avere testimoni.
O forse perchè non avrò trovato testimoni degni di me.
Per chi è solo la notte è più fredda e il vento colpisce con più forza.
Chi è solo deve stringere i denti e inghiottire amarezza.
Sei fortunato papà.
Guardare le nuvole mi solleva.
Da Gheddafi, dal terremoto, dal futuro, dal battito sordo del mio cuore malfermo.
Le nuvole sono così bianche, così pure e distanti.
Come sarebbe bello essere una nuvola.
Librarsi per gioco. Disfarsi con indolenza. Senza dolore. Senza cuore.
Vorrei essere una nuvola, carezzata dal sole.
lunedì 21 febbraio 2011
demos
Nel giro di poche settimane l'intera Africa mediterranea è esplosa contro i suoi tiranni.
Sussulti arrivano anche dall'Iran e dalla monolitica Cina.
Che sia finalmente giunta l’ora del riscatto anche per questi popoli lungamente affamati e oppressi?
Questo nessuno lo sa.
Su queste masse in subbuglio noi occidentali proiettiamo le nostre aspirazioni e i nostri valori.
Ma non è detto che le nostre aspirazioni e i nostri valori coincidano con i loro.
Di certo la fame e la miseria sono potenti detonatori di gran parte di quelle rivolte.
Ma il discorso sulla democrazia intesa come la intendiamo noi, con libere elezioni, tutela dei diritti umani, divisione dei poteri, è un discorso -inventato dall’Occidente- che quelle masse non si sono mai poste.
L’ora del riscatto a volte è una chimera.
Liquidato un despota, spesso finisce al potere un altro despota, magari peggiore del precedente.
Il rischio di questo scacco, come quello del terrore, si pone sempre.
Eppure, se è vero che esiste sempre questo scacco, è pure vero che è esistito un giocatore che non si è mai arreso per paura di esso.
Ed è anche grazie a lui che adesso scrivo e non muoio d’inedia.
La nostra democrazia, così detta di tipo liberale, seppure profondamente corrotta (ma la corruzione esiste in tutti i regimi, soprattutto in quelli totalitari), fortemente condizionata dai poteri della finanza e del capitale, è pur sempre preferibile agli attuali regimi liberticidi di stampo comunista o islamico.
New York è preferibile a Teheran, Kabul o Pechino.
Quanto meno perché a New York (o a Londra) chi ha un’opinione politica diversa non finisce in carcere o viene trucidato con una fucilata alla nuca o impiccato.
La democrazia non è un sistema perfetto.
I sistemi perfetti non esistono.
Sono perfette solo le utopie e i dogmi ideologici, come quello marxista.
Tutte le critiche che vengono mosse alla democrazia sono vere, a cominciare da quella per cui le decisioni della maggioranza non sono necessariamente migliori o più giuste di quelle di dettate da una minoranza o da un singolo illuminato.
Ma, almeno in teoria, chi sta al potere e governa male può essere rimosso, diversamente dalle dittatocrazie.
Anche la critica per cui la democrazia è fittizia è vera.
Ma il fatto che una democrazia diventi fittizia perchè a governare siano le banche e le società per azioni che comprano i politici, a cominciare da quelli di sinistra, non depone contro il principio della democrazia in sé, depone semmai contro le banche, le società per azioni e i politici corrotti.
Chi sogna un’umanità libera dalla fame e dal sopruso probabilmente s’illude.
Però la cosa che più assomiglia a quel sogno oggi si chiama democrazia.
Sussulti arrivano anche dall'Iran e dalla monolitica Cina.
Che sia finalmente giunta l’ora del riscatto anche per questi popoli lungamente affamati e oppressi?
Questo nessuno lo sa.
Su queste masse in subbuglio noi occidentali proiettiamo le nostre aspirazioni e i nostri valori.
Ma non è detto che le nostre aspirazioni e i nostri valori coincidano con i loro.
Di certo la fame e la miseria sono potenti detonatori di gran parte di quelle rivolte.
Ma il discorso sulla democrazia intesa come la intendiamo noi, con libere elezioni, tutela dei diritti umani, divisione dei poteri, è un discorso -inventato dall’Occidente- che quelle masse non si sono mai poste.
L’ora del riscatto a volte è una chimera.
Liquidato un despota, spesso finisce al potere un altro despota, magari peggiore del precedente.
Il rischio di questo scacco, come quello del terrore, si pone sempre.
Eppure, se è vero che esiste sempre questo scacco, è pure vero che è esistito un giocatore che non si è mai arreso per paura di esso.
Ed è anche grazie a lui che adesso scrivo e non muoio d’inedia.
La nostra democrazia, così detta di tipo liberale, seppure profondamente corrotta (ma la corruzione esiste in tutti i regimi, soprattutto in quelli totalitari), fortemente condizionata dai poteri della finanza e del capitale, è pur sempre preferibile agli attuali regimi liberticidi di stampo comunista o islamico.
New York è preferibile a Teheran, Kabul o Pechino.
Quanto meno perché a New York (o a Londra) chi ha un’opinione politica diversa non finisce in carcere o viene trucidato con una fucilata alla nuca o impiccato.
La democrazia non è un sistema perfetto.
I sistemi perfetti non esistono.
Sono perfette solo le utopie e i dogmi ideologici, come quello marxista.
Tutte le critiche che vengono mosse alla democrazia sono vere, a cominciare da quella per cui le decisioni della maggioranza non sono necessariamente migliori o più giuste di quelle di dettate da una minoranza o da un singolo illuminato.
Ma, almeno in teoria, chi sta al potere e governa male può essere rimosso, diversamente dalle dittatocrazie.
Anche la critica per cui la democrazia è fittizia è vera.
Ma il fatto che una democrazia diventi fittizia perchè a governare siano le banche e le società per azioni che comprano i politici, a cominciare da quelli di sinistra, non depone contro il principio della democrazia in sé, depone semmai contro le banche, le società per azioni e i politici corrotti.
Chi sogna un’umanità libera dalla fame e dal sopruso probabilmente s’illude.
Però la cosa che più assomiglia a quel sogno oggi si chiama democrazia.
lunedì 14 febbraio 2011
plexus
Ancora in scena l'Italietta cleripocrita.
Stavolta le parti sono invertite però.
La storia spesso è schizofrenica.
Da una parte le donne di sinistra, intellettuali, aspiranti neo femministre, che una volta (o erano le loro nonne?) si battevano per la libertà sessuale e ora si indignano perchè al potere piacciono le puttane giovani.
Scoprono l'acqua calda le santerelle di sinistra, sempre pronte però a mettersi col potente di turno quando capita l'occasione buona, come Carla Bruni.
Quanta indignazione per quattro battone.
Mai però che queste intelligenti santerelle di sinistra si indignino o manifestino contro qualche imam e quell'immonda prevaricazione chiamata Islam che soggioga la donna da millecinquecento anni.
Del resto le donne islamiche sono talmente sottomesse e imbevute di fanatismo che anzichè ribellarsi a quel codice infame e a quelle usanze atroci, le coltivano a danno di ogni libertà e dignità femminile presente e futura.
Ma questi discorsi sono troppo banali per le moderne cretinistre.
Preferiscono stracciarsi le vesti per un vecchio impotente.
Oltre alla manifestazione delle purittane (si, con due t: incrocio tra puritane e...)si aggiungono anche i pii interventi dell'ex giudice plebeo semi analfabeta, della cara Rosy Bindi, del gay intellettuale Vendola.
Che delusione caro Nichi.
Ti atteggi troppo a Pasolini, lo imiti con spudorata mancanza di originalità.
Nel linguaggio, troppo contorto e forbito, nell'analisi, corretta ma tremendamente intrisa di moralismo inquisitorio.
Da gay dovresti avere allergia ai giudidi di condanna sulla sfera sessuale altrui.
E invece anche tu sul carro bestiame dei bacchettoni più o meno ipocriti.
Se la sinistra, da libertaria ( ma in realtà non lo è mai stata) è diventata clericale, la destra, all'opposto, è passata dal finto perbensmo manicheo al lassismo più spregiudicato.
La "contro manifestazione" dell'obeso ex comunista Ferrara è stata altrettanto orrenda di quella delle femministe facinorose.
Solo guardare i volti di servi come La Russa o la Santanchè fa venire il vomito.
Così spengo quell'inutile accessorio chiamato tv che al massimo può servire a farsi una triste pippa nelle tarde ore della notte.
Destra , sinistra, parole vuote, inutili.
Uomini e donne, miserabili senza il senso della propria miseria.
Fascisti, comunisti, politicanti avidi di potere.
Quanto schifo fate. Tutti.
Amareggiarsi rovina l'umore e non serve a nulla.
La pena non vale il pene.
Stavolta le parti sono invertite però.
La storia spesso è schizofrenica.
Da una parte le donne di sinistra, intellettuali, aspiranti neo femministre, che una volta (o erano le loro nonne?) si battevano per la libertà sessuale e ora si indignano perchè al potere piacciono le puttane giovani.
Scoprono l'acqua calda le santerelle di sinistra, sempre pronte però a mettersi col potente di turno quando capita l'occasione buona, come Carla Bruni.
Quanta indignazione per quattro battone.
Mai però che queste intelligenti santerelle di sinistra si indignino o manifestino contro qualche imam e quell'immonda prevaricazione chiamata Islam che soggioga la donna da millecinquecento anni.
Del resto le donne islamiche sono talmente sottomesse e imbevute di fanatismo che anzichè ribellarsi a quel codice infame e a quelle usanze atroci, le coltivano a danno di ogni libertà e dignità femminile presente e futura.
Ma questi discorsi sono troppo banali per le moderne cretinistre.
Preferiscono stracciarsi le vesti per un vecchio impotente.
Oltre alla manifestazione delle purittane (si, con due t: incrocio tra puritane e...)si aggiungono anche i pii interventi dell'ex giudice plebeo semi analfabeta, della cara Rosy Bindi, del gay intellettuale Vendola.
Che delusione caro Nichi.
Ti atteggi troppo a Pasolini, lo imiti con spudorata mancanza di originalità.
Nel linguaggio, troppo contorto e forbito, nell'analisi, corretta ma tremendamente intrisa di moralismo inquisitorio.
Da gay dovresti avere allergia ai giudidi di condanna sulla sfera sessuale altrui.
E invece anche tu sul carro bestiame dei bacchettoni più o meno ipocriti.
Se la sinistra, da libertaria ( ma in realtà non lo è mai stata) è diventata clericale, la destra, all'opposto, è passata dal finto perbensmo manicheo al lassismo più spregiudicato.
La "contro manifestazione" dell'obeso ex comunista Ferrara è stata altrettanto orrenda di quella delle femministe facinorose.
Solo guardare i volti di servi come La Russa o la Santanchè fa venire il vomito.
Così spengo quell'inutile accessorio chiamato tv che al massimo può servire a farsi una triste pippa nelle tarde ore della notte.
Destra , sinistra, parole vuote, inutili.
Uomini e donne, miserabili senza il senso della propria miseria.
Fascisti, comunisti, politicanti avidi di potere.
Quanto schifo fate. Tutti.
Amareggiarsi rovina l'umore e non serve a nulla.
La pena non vale il pene.
giovedì 27 gennaio 2011
putain
Passo da Alby verso le otto.
Mi dice di restare a vedere infernet per un pò, il Rigatella's party comincia verso le nove.
Così indugiamo sulle ragazze di escortforum, belle gnocche da due piotte l'ora.
Ma per chi ci sa fare due piotte sono sempre trattabili.
Alby da galantuomo milionario qual è mi dice che una di queste volte ci andiamo insieme, lui non c'è mai andato a signorine, prende i soldi al bancomat e paga anche per me. Che benefattore dell'umanità!
Mi sento un pò come Henry Miller.
Come lui sempre squattrinato, perdigiorno per culto, con buoni amici sempre pronti a offrire colazioni e mignotte.
Mario Prodi, Alby, Angelo, il B.
Personaggi immensi, meritevoli di una statua.
Arriviamo al party e mi busco due sonore pacche sulla spalla sinistra.
E' Peppaus. Mi fissa con un sogghigno enigmatico.
Teme forse che gli fotta qualche cugina? Mah...
Rigatella si presenta con un obeso cinese di vent'anni che sembra barbapapà.
Chiedo chi cazzo sia e Rigatella con una battuta mi spiega che
"u futuru è n'Cina".
Bravo Rigatella. Ancora una volta ha capito chi bisogna oliare.
Soldi, potere e donne.
I tre scopi della vita.
Tony Montana docet. Anche Mario Prodi però.
"Sordi, sordi, sordi!" mi ripeteva gridando mentre ci recavamo al tribuanale.
Arrivano il mitico B. e Pierluigi.
Il B. dice che non fotte da una vita, cioè da due settimane, Pierluigi è felice di vedermi. Anche io sono felice di vedere lui.
Lo stimo, anche quando si mette a fare il misticheggiante.
Perchè è in buona fede.
Peccato creda alle fantacazzate di Evola.
E' un ragazzo amabile e mite.
Non sarebbe capace di ammazzare una formica, come me.
Sono convinto che una goccia di sangue ti darebbe tormento per il resto della vita caro Pierluigi.
Altro che guerrieri ariani e mistica fascista.
Il B. si lamenta perchè l'avrei descritto come un frivolo senza cervello.
Se per primo io non fossi un frivolo senza cervello, almeno saltuariamente, nemmeno saremmo amici vecchio B.
Ti ricordi i muggiti che rimbombavano nel silenzio della biblioteca di Genzano quando andavamo a far finta di studiare?
Essere frivoli è una virtù.
E poi tra veri amici le parole sono aria.
L'idiota di Dostoevskij non è idiota nel senso comune.
E' un idealista che si illude credendo nell'amore e nell'armonia universale.
Per questo è "idiota", caro B.
Perchè crede nell'impossibile.
Un pò come te quando confidi in padre Pio o nelle profezie di Celestino o in qualsivoglia altra bestialità.
Per questo ti amo.
Perchè chi crede nell'impossibile è sempre più ricco di chi non crede in niente.
Ma ognuno è fatto com'è fatto.
Le lasagne sono squisite. Anche il pollo al profumo d'aceto.
La porchetta è un pò molliccia.
Egregi i vini.
Alby s'è rotto il cazzo e vuole andare via.
Gli dà fastidio la gente, la confusione.
Vorrebbe fottere, non parlare a vanvera.
Barbara arriva addirittura a sostenere che Ruby è brutta e gonfia.
Certo che l'invidia femminile non conosce limiti nè decenza.
Penso a Befalix. A Giugno si sposa. Il marito sembra Fassino.
Un'altra zitella amica di Barby -dichiaratasi comunista- orgogliosamente confessa che non si farebbe palpeggiare il culo da Berluscoiti nemmeno per cinquemila euro.
Per cinquantamila invece si.
E'il momento del brindisi.
Alby scalpita.
Trangugio un pezzo di torta e filiamo a casa.
Alle cinque la canoa attende Alby.
Il lago di Castel Gandolfo è la sua vita, la sua adorata puttana.
La canoa è il suo membro, fedele e puntuale.
Il coito avverrà alle cinque in punto, quando ancora parte del mondo sonnecchia sotto le coperte.
Dopo il sole riscalderà la terra.
Forse la terra è la puttana del sole.
O viceversa.
Mi dice di restare a vedere infernet per un pò, il Rigatella's party comincia verso le nove.
Così indugiamo sulle ragazze di escortforum, belle gnocche da due piotte l'ora.
Ma per chi ci sa fare due piotte sono sempre trattabili.
Alby da galantuomo milionario qual è mi dice che una di queste volte ci andiamo insieme, lui non c'è mai andato a signorine, prende i soldi al bancomat e paga anche per me. Che benefattore dell'umanità!
Mi sento un pò come Henry Miller.
Come lui sempre squattrinato, perdigiorno per culto, con buoni amici sempre pronti a offrire colazioni e mignotte.
Mario Prodi, Alby, Angelo, il B.
Personaggi immensi, meritevoli di una statua.
Arriviamo al party e mi busco due sonore pacche sulla spalla sinistra.
E' Peppaus. Mi fissa con un sogghigno enigmatico.
Teme forse che gli fotta qualche cugina? Mah...
Rigatella si presenta con un obeso cinese di vent'anni che sembra barbapapà.
Chiedo chi cazzo sia e Rigatella con una battuta mi spiega che
"u futuru è n'Cina".
Bravo Rigatella. Ancora una volta ha capito chi bisogna oliare.
Soldi, potere e donne.
I tre scopi della vita.
Tony Montana docet. Anche Mario Prodi però.
"Sordi, sordi, sordi!" mi ripeteva gridando mentre ci recavamo al tribuanale.
Arrivano il mitico B. e Pierluigi.
Il B. dice che non fotte da una vita, cioè da due settimane, Pierluigi è felice di vedermi. Anche io sono felice di vedere lui.
Lo stimo, anche quando si mette a fare il misticheggiante.
Perchè è in buona fede.
Peccato creda alle fantacazzate di Evola.
E' un ragazzo amabile e mite.
Non sarebbe capace di ammazzare una formica, come me.
Sono convinto che una goccia di sangue ti darebbe tormento per il resto della vita caro Pierluigi.
Altro che guerrieri ariani e mistica fascista.
Il B. si lamenta perchè l'avrei descritto come un frivolo senza cervello.
Se per primo io non fossi un frivolo senza cervello, almeno saltuariamente, nemmeno saremmo amici vecchio B.
Ti ricordi i muggiti che rimbombavano nel silenzio della biblioteca di Genzano quando andavamo a far finta di studiare?
Essere frivoli è una virtù.
E poi tra veri amici le parole sono aria.
L'idiota di Dostoevskij non è idiota nel senso comune.
E' un idealista che si illude credendo nell'amore e nell'armonia universale.
Per questo è "idiota", caro B.
Perchè crede nell'impossibile.
Un pò come te quando confidi in padre Pio o nelle profezie di Celestino o in qualsivoglia altra bestialità.
Per questo ti amo.
Perchè chi crede nell'impossibile è sempre più ricco di chi non crede in niente.
Ma ognuno è fatto com'è fatto.
Le lasagne sono squisite. Anche il pollo al profumo d'aceto.
La porchetta è un pò molliccia.
Egregi i vini.
Alby s'è rotto il cazzo e vuole andare via.
Gli dà fastidio la gente, la confusione.
Vorrebbe fottere, non parlare a vanvera.
Barbara arriva addirittura a sostenere che Ruby è brutta e gonfia.
Certo che l'invidia femminile non conosce limiti nè decenza.
Penso a Befalix. A Giugno si sposa. Il marito sembra Fassino.
Un'altra zitella amica di Barby -dichiaratasi comunista- orgogliosamente confessa che non si farebbe palpeggiare il culo da Berluscoiti nemmeno per cinquemila euro.
Per cinquantamila invece si.
E'il momento del brindisi.
Alby scalpita.
Trangugio un pezzo di torta e filiamo a casa.
Alle cinque la canoa attende Alby.
Il lago di Castel Gandolfo è la sua vita, la sua adorata puttana.
La canoa è il suo membro, fedele e puntuale.
Il coito avverrà alle cinque in punto, quando ancora parte del mondo sonnecchia sotto le coperte.
Dopo il sole riscalderà la terra.
Forse la terra è la puttana del sole.
O viceversa.
lunedì 17 gennaio 2011
ruby
Piccola commedia italiana.
Tutti recitano la loro parte.
Il potente, l'invidia che si traveste di perbenismo e puritanesimo.
Chi appare più ridicolo e tristo è l'inquisitore.
Questa classe politica di sedicente sinistra ad esempio.
Oppure l'inossidabile Bocassini.
Dà l'impressione di una repressa perfida, di chi non gode o non sa godere o gode male e quindi gode nel perseguitare il potente gaudente.
Il potente -probabilmente impotente- fa ciò che deve fare, cioè mentire.
Per questo fa pena.
Non è biasimevole perchè si porta a letto avvenenti ragazzine con gli strumenti che ha a disposizione, denaro e posizione.
E' biasimevole e ridicolo perchè nega e si finge casto.
Invece nella voce di chi lo attacca parla l'invidia, un'invidia molto umana, molto miope e profondamente moralista e clericale.
Tutti fotterebbero Ruby.
Solo un povero demente sessuofobico negherebbe.
Eppure quasi nessuno ha la spina dorsale per riconoscere questa banale evidenza.
Le mogli intelligenti e le compagne ci resterebbero male.
Al bar con gli amici però si può confessare apertamente la propria libidine.
In ciò risiede la nostra viltà privata.
La carne di una diciassettenne, per un vecchio sulla soglia dell'oblio, vale molto più di settemila euro.
Per Ruby sarebbe lecito vendere l'anima al diavolo, se il diavolo e l'anima esistessero.
Ma questo i moralisti non lo capiranno mai, aridi e ottusi come sono.
Il vecchio è un reietto da compatire. Non ha diritto al desiderio e al sesso.
Come non lo hanno i minori che hanno raggiunto la facoltà procreativa.
La "morale" è sempre la stessa.
Reprimere ed espellere il desiderio.
Anche quando il piacere è barattato e non è estorto con la forza.
Perchè è sempre il desiderio a essere intrinsecamente scandaloso.
Il vecchio di turno stavolta è lui, il supremo Sivio B.
Ciò dimostra tragicamente che solo il potere può assecondare, riscattare e salvare dalla forca la "perversione" del vecchio, altrimenti destinato alla soppressione dolce.
Se Silvio non fosse stato ricco e potente a quest'ora vagherebbe sulle provinciali in cerca di mignotte.
Il vecchio non vuole attendere la fine vegetando come vorrebbero i moralisti.
Vuole ancora godere.
Ma può godere solo se ha il potere.
Potere è godere.
La cara Ruby ha capito come va la vita.
Ha capito che la chiave del successo è il suo corpo.
Chi si indigna per l'imperante mercificazione del corpo ha ragione ma è superficiale.
Il capitale ci sguazza ma non ha inventato nulla.
Gli schiavi esistevano da prima.
E poi la donna ha sempre esibito il proprio corpo come una merce da offrire all'uomo in cambio di qualcosa.
Se questo qualcosa si chiama amore va tutto bene e la donna è ammirabile.
Se invece questo qualcosa si chiama danaro allora si ha un mercimonio e la donna è una mignotta.
La cosa più triste è che in questo giudizio artificiale e arbitrario inventato dai maschi c'è cascata in pieno proprio lei. La vittima.
Invece di ribellarsi ai giudizi morali degli uomini la donna vi si è conformata.
Fine della commedia.
Tutti recitano la loro parte.
Il potente, l'invidia che si traveste di perbenismo e puritanesimo.
Chi appare più ridicolo e tristo è l'inquisitore.
Questa classe politica di sedicente sinistra ad esempio.
Oppure l'inossidabile Bocassini.
Dà l'impressione di una repressa perfida, di chi non gode o non sa godere o gode male e quindi gode nel perseguitare il potente gaudente.
Il potente -probabilmente impotente- fa ciò che deve fare, cioè mentire.
Per questo fa pena.
Non è biasimevole perchè si porta a letto avvenenti ragazzine con gli strumenti che ha a disposizione, denaro e posizione.
E' biasimevole e ridicolo perchè nega e si finge casto.
Invece nella voce di chi lo attacca parla l'invidia, un'invidia molto umana, molto miope e profondamente moralista e clericale.
Tutti fotterebbero Ruby.
Solo un povero demente sessuofobico negherebbe.
Eppure quasi nessuno ha la spina dorsale per riconoscere questa banale evidenza.
Le mogli intelligenti e le compagne ci resterebbero male.
Al bar con gli amici però si può confessare apertamente la propria libidine.
In ciò risiede la nostra viltà privata.
La carne di una diciassettenne, per un vecchio sulla soglia dell'oblio, vale molto più di settemila euro.
Per Ruby sarebbe lecito vendere l'anima al diavolo, se il diavolo e l'anima esistessero.
Ma questo i moralisti non lo capiranno mai, aridi e ottusi come sono.
Il vecchio è un reietto da compatire. Non ha diritto al desiderio e al sesso.
Come non lo hanno i minori che hanno raggiunto la facoltà procreativa.
La "morale" è sempre la stessa.
Reprimere ed espellere il desiderio.
Anche quando il piacere è barattato e non è estorto con la forza.
Perchè è sempre il desiderio a essere intrinsecamente scandaloso.
Il vecchio di turno stavolta è lui, il supremo Sivio B.
Ciò dimostra tragicamente che solo il potere può assecondare, riscattare e salvare dalla forca la "perversione" del vecchio, altrimenti destinato alla soppressione dolce.
Se Silvio non fosse stato ricco e potente a quest'ora vagherebbe sulle provinciali in cerca di mignotte.
Il vecchio non vuole attendere la fine vegetando come vorrebbero i moralisti.
Vuole ancora godere.
Ma può godere solo se ha il potere.
Potere è godere.
La cara Ruby ha capito come va la vita.
Ha capito che la chiave del successo è il suo corpo.
Chi si indigna per l'imperante mercificazione del corpo ha ragione ma è superficiale.
Il capitale ci sguazza ma non ha inventato nulla.
Gli schiavi esistevano da prima.
E poi la donna ha sempre esibito il proprio corpo come una merce da offrire all'uomo in cambio di qualcosa.
Se questo qualcosa si chiama amore va tutto bene e la donna è ammirabile.
Se invece questo qualcosa si chiama danaro allora si ha un mercimonio e la donna è una mignotta.
La cosa più triste è che in questo giudizio artificiale e arbitrario inventato dai maschi c'è cascata in pieno proprio lei. La vittima.
Invece di ribellarsi ai giudizi morali degli uomini la donna vi si è conformata.
Fine della commedia.
venerdì 7 gennaio 2011
zenit
Allo stesso modo in cui nessuno dopo quasi venticinque anni è ancora riuscito a isolare e a spiegare il meccanismo eziologico in virtù del quale un banale retrovirus riuscirebbe a debilitare il sistema immunitario, nessuno ad oggi è in grado di spiegare e risolvere l'attuale crisi economica.
Non ci riescono gli economisti, non ci riescono i politici.
Entrambi ripetono la stessa canzone, lo stesso disco rotto.
Le formule magiche e vuote del neo liberismo.
Il dogma del libero mercato, le liberalizzazioni, l'abbassamento delle tasse, l'aumento della produttività, la riduzione della spesa pubblica, la smobilitazione del welfare, l'aumento dei consumi, etc. etc.
Il fatto che queste salutari formule magiche -applicate da decenni nell'America del libero mercato, delle liberalizzazioni, delle tasse agevolate, del welfare zero-
non abbiano mai risolto nè evitato alcuna crisi, questa evidenza non fa sorgere alcun dubbio.
L'importante è ripetere a pappagallo la formula magica così che gli ingenui alla fine abbocchino.
Altra demenza incontrovertibile: I soldi non ci sono.
Non ci sono perchè così decide chi li stampa, a costo zero e senza tallone aureo.
L'oro è merda, meglio le patate.
Tremonti è solo una marionetta della BCE, come tutti i ministri delle finanze europei.
Vuoi i soldi Grecia? Chiudi i rubinetti pubblici. Stringi la cinghia. Privatizza.
Chiudi ospedali. Regala l'acqua ai privati. Vedrai che così uscirai dalla crisi.
Bisogna fare sacrifici. Ma solo alcuni. Mai i Marchionne e i consigli di amministrazione che si spartiscono utili miliardari.
Non è un insulto che un dirigente guadagni cinquecento volte di più di un suo dipendente. Il dipendente non deve nemmeno scioperare, lo sciopero è un male.
Va bene così. Deve andare bene così.
La crisi non è un sintomo. E' il sistema.
Il sistema si nutre di crisi, la crisi si nutre del sistema.
La crisi è normale, è lo status quo.
Basta solo cristallizare le cose, anche le disparità e i torti una volta cristallizati non stridono più, bisogna solo rendere normale ciò che è assurdo, iniquo, abietto.
La crisi splende perchè il sistema ha vinto.
Tuttavia è nel momento in cui il sole è allo zenit che comincia a degradare.
Come le grandi stelle al termine del loro ciclo collassano su sé stesse, così il sistema, politico, economico, umano, raggiunto il suo apice, comincia a esaurirsi e alla fine piomba su sé stesso.
Lo schianto sarà un orgasmo. Forse l'ultimo.
Non ci riescono gli economisti, non ci riescono i politici.
Entrambi ripetono la stessa canzone, lo stesso disco rotto.
Le formule magiche e vuote del neo liberismo.
Il dogma del libero mercato, le liberalizzazioni, l'abbassamento delle tasse, l'aumento della produttività, la riduzione della spesa pubblica, la smobilitazione del welfare, l'aumento dei consumi, etc. etc.
Il fatto che queste salutari formule magiche -applicate da decenni nell'America del libero mercato, delle liberalizzazioni, delle tasse agevolate, del welfare zero-
non abbiano mai risolto nè evitato alcuna crisi, questa evidenza non fa sorgere alcun dubbio.
L'importante è ripetere a pappagallo la formula magica così che gli ingenui alla fine abbocchino.
Altra demenza incontrovertibile: I soldi non ci sono.
Non ci sono perchè così decide chi li stampa, a costo zero e senza tallone aureo.
L'oro è merda, meglio le patate.
Tremonti è solo una marionetta della BCE, come tutti i ministri delle finanze europei.
Vuoi i soldi Grecia? Chiudi i rubinetti pubblici. Stringi la cinghia. Privatizza.
Chiudi ospedali. Regala l'acqua ai privati. Vedrai che così uscirai dalla crisi.
Bisogna fare sacrifici. Ma solo alcuni. Mai i Marchionne e i consigli di amministrazione che si spartiscono utili miliardari.
Non è un insulto che un dirigente guadagni cinquecento volte di più di un suo dipendente. Il dipendente non deve nemmeno scioperare, lo sciopero è un male.
Va bene così. Deve andare bene così.
La crisi non è un sintomo. E' il sistema.
Il sistema si nutre di crisi, la crisi si nutre del sistema.
La crisi è normale, è lo status quo.
Basta solo cristallizare le cose, anche le disparità e i torti una volta cristallizati non stridono più, bisogna solo rendere normale ciò che è assurdo, iniquo, abietto.
La crisi splende perchè il sistema ha vinto.
Tuttavia è nel momento in cui il sole è allo zenit che comincia a degradare.
Come le grandi stelle al termine del loro ciclo collassano su sé stesse, così il sistema, politico, economico, umano, raggiunto il suo apice, comincia a esaurirsi e alla fine piomba su sé stesso.
Lo schianto sarà un orgasmo. Forse l'ultimo.
lunedì 3 gennaio 2011
il bicchiere
C'est la vie. I francesi sono siciliani. Nel fatalismo.
Uno dei cazzodanni più insulsi della storia. Come quasi tutti i capodanni del resto.
La rinnovata Villa Burina sembrava un incrocio tra un ospizio e un'agenzia di pompe funebri, con un lampadario che ti invitava a fracassarlo a sassate.
La fauna era sensazionale, sembrava di stare dalla De Filippi.
Tolte due moldave e mezzo, Arianna e una rumena era il regno delle anf (termine rigatelliano:
absolutely not fresh).
C'era anche un troista o meglio un giovanotto che si atteggiava tale.
Anche il cibo, ahimè, lasciava a desiderare.
Come ho fatto a non rigettare è un miracolo. Durante la notte ho preso due bustine di biochetase.
La pista da ballo, quattro gatti, non invogliava.
Così Alby verso l'una e mezza mi porta via.
Chiamo Noemi ma risponde la segreteria.
Accompagno Alby a casa e restiamo una mezz'oretta a chiaccherare in macchina.
Un nostro amico pare stia attraversando un momentaccio.
Ritengo siano cazzate, bisogna solo ridimensionare le cose a ciò che sono, cioè cazzate.
Qualche sganassone la vita lo dà a tutti, perciò pazienza.
Discutiamo se sia o meno opportuno che il nostro amico si rivolga a uno specialista.
Alby da buon razionalista crede che questi "specialisti" facciano miracoli.
E forse è vero, a costo però di diventare cagnolini devoti e drogati di sedute terapeutiche -che più sono meglio è per le tasche di questi signori- e cosa peggiore di tutte -oltre all'eventuale assunzione di quelle porcherie chiamate psicofamaci- si delega in mani altrui la fiducia in se stessi, come i bambini.
I più onesti di questi luminari, come Galimberti ad esempio, riconoscono il valore della maiueutica.
Non è un mistero che in ciò Socrate abbia anticipato Freud.
Dall'esterno ci vuole solo qualcuno che ti tiri fuori il dolore, ti ascolti e infine ti compatisca.
Dall'interno la volontà di cambiare atteggiamento, di vedere il bicchiere mezzo pieno che la vita ti offre.
Se si cambia visuale la sofferenza scema, altrimenti la si prende in culo.
Tutto qui.
E c'è bisogno di sedute, lauree, specialisti per capire questa ovvietà?
Il problema semmai è che oggi è più difficile trovare un cane che ti ascolti, perchè immersi come siamo nel nostro egoismo e nel fare soldi ce ne fottiamo completamente del prossimo.
E l'oscenità è che bisogna pagare per trovare un cane che ci ascolti, come bisogna pagare le agenzie matrimoniali per trovare un partner, eccetera eccetera.
Si va dallo psicologo perchè non si ha nessuno a cui sfogare la propria pena e il fatto d'aver trovato un orecchio disponibile, seppure a pagamento, concede un pò di quel conforto di cui tutti abbiamo bisogno.
Del resto questi nuovi guru, gli psicologi, vengono percepiti e riguardati dalla massa con la stessa ingenua devozione fideistica che un tempo era tributata ai preti.
La stessa istanza salvifica si rivolge ad entrambi.
Il prete ti congeda con un pater noster, lo psicologo con il patto della prossima seduta.
Lo psicologo è solo un uomo che ascolta le confessioni di un depresso e cerca di dare fiducia e consigli logici. Tutto qui.
In ogni caso non esistono terapie infallibili.
Qui tutto dipende dall'arbitrio. E l'arbitrio dal caso. Ricordati del bicchiere caro paziente. Dipende tutto da te. E' preferibile che tu lo veda mezzo pieno.
Per quanto mi riguarda preferirò sempre il piacere alla psicologia.
Forse perchè preferisco il piacere a qualsiasi discorso.
Per me un discorso è come una donna. Mi convince solo se mi seduce, non se tanto se è vero o falso.
Ma questo è un altro discorso.
Uno dei cazzodanni più insulsi della storia. Come quasi tutti i capodanni del resto.
La rinnovata Villa Burina sembrava un incrocio tra un ospizio e un'agenzia di pompe funebri, con un lampadario che ti invitava a fracassarlo a sassate.
La fauna era sensazionale, sembrava di stare dalla De Filippi.
Tolte due moldave e mezzo, Arianna e una rumena era il regno delle anf (termine rigatelliano:
absolutely not fresh).
C'era anche un troista o meglio un giovanotto che si atteggiava tale.
Anche il cibo, ahimè, lasciava a desiderare.
Come ho fatto a non rigettare è un miracolo. Durante la notte ho preso due bustine di biochetase.
La pista da ballo, quattro gatti, non invogliava.
Così Alby verso l'una e mezza mi porta via.
Chiamo Noemi ma risponde la segreteria.
Accompagno Alby a casa e restiamo una mezz'oretta a chiaccherare in macchina.
Un nostro amico pare stia attraversando un momentaccio.
Ritengo siano cazzate, bisogna solo ridimensionare le cose a ciò che sono, cioè cazzate.
Qualche sganassone la vita lo dà a tutti, perciò pazienza.
Discutiamo se sia o meno opportuno che il nostro amico si rivolga a uno specialista.
Alby da buon razionalista crede che questi "specialisti" facciano miracoli.
E forse è vero, a costo però di diventare cagnolini devoti e drogati di sedute terapeutiche -che più sono meglio è per le tasche di questi signori- e cosa peggiore di tutte -oltre all'eventuale assunzione di quelle porcherie chiamate psicofamaci- si delega in mani altrui la fiducia in se stessi, come i bambini.
I più onesti di questi luminari, come Galimberti ad esempio, riconoscono il valore della maiueutica.
Non è un mistero che in ciò Socrate abbia anticipato Freud.
Dall'esterno ci vuole solo qualcuno che ti tiri fuori il dolore, ti ascolti e infine ti compatisca.
Dall'interno la volontà di cambiare atteggiamento, di vedere il bicchiere mezzo pieno che la vita ti offre.
Se si cambia visuale la sofferenza scema, altrimenti la si prende in culo.
Tutto qui.
E c'è bisogno di sedute, lauree, specialisti per capire questa ovvietà?
Il problema semmai è che oggi è più difficile trovare un cane che ti ascolti, perchè immersi come siamo nel nostro egoismo e nel fare soldi ce ne fottiamo completamente del prossimo.
E l'oscenità è che bisogna pagare per trovare un cane che ci ascolti, come bisogna pagare le agenzie matrimoniali per trovare un partner, eccetera eccetera.
Si va dallo psicologo perchè non si ha nessuno a cui sfogare la propria pena e il fatto d'aver trovato un orecchio disponibile, seppure a pagamento, concede un pò di quel conforto di cui tutti abbiamo bisogno.
Del resto questi nuovi guru, gli psicologi, vengono percepiti e riguardati dalla massa con la stessa ingenua devozione fideistica che un tempo era tributata ai preti.
La stessa istanza salvifica si rivolge ad entrambi.
Il prete ti congeda con un pater noster, lo psicologo con il patto della prossima seduta.
Lo psicologo è solo un uomo che ascolta le confessioni di un depresso e cerca di dare fiducia e consigli logici. Tutto qui.
In ogni caso non esistono terapie infallibili.
Qui tutto dipende dall'arbitrio. E l'arbitrio dal caso. Ricordati del bicchiere caro paziente. Dipende tutto da te. E' preferibile che tu lo veda mezzo pieno.
Per quanto mi riguarda preferirò sempre il piacere alla psicologia.
Forse perchè preferisco il piacere a qualsiasi discorso.
Per me un discorso è come una donna. Mi convince solo se mi seduce, non se tanto se è vero o falso.
Ma questo è un altro discorso.
giovedì 16 dicembre 2010
el rubio
Non si può non amare il rubio.
Il suo candore, il suo appassionarsi anche al peto d'una zanzara è commovente.
L'indomani avrà dimenticato il peto e la zanzara e si farà sedurre da una nuova farfalla. E così per ogni giorno della sua vita.
Labile e amabile, un pò come l'Idiota perpetuo di Dostoevskij.
Gli piace la vita, godere, battersi, farsi sbattere tra i flutti del Dharma.
La schiuma della tempesta lo travolge come lo spumante.
E' giocondo, solare intrinsecamente.
In lui risiede un entusiasmo che sembra non possa abbattersi.
Non si arrende mai.
I suoi infiniti difetti, la sua banalità, la sua ingenuità, il fatto che è un donnaiolo, la sua confusione eterna, la sua brama insaziabile di piaceri, di mondanità, se da una parte ne fanno un comune conformista, dall'altra ne rivelano la vitalità genuina e profonda e quindi tragica.
E' il protagonista di una commedia dal finale ovvio.
E' fortunato, piace alle donne.
Egli lo nega con sincera modestia, ma intanto le ragazze gli piovono tra le braccia una dopo l'altra.
Moldave, mulatte, equadoregne, rumene.
Dice che coltiva, coltiva, e a furia di coltivare raccoglie qualche frutto.
Ma è una mezza verità, perchè la verità è che il chico rubio gusta, gusta mucho.
Fotte le donne più belle del mondo.
Io invece pettino le bambole della mia viltà.
Tuttavia il rubio non è mai sereno, è sempre tormentato da un'ansia che lo dilania nel profondo.
Sempre febbrile, sempre alla ricerca di qualcosa da mettere nel vuoto della sua anima.
Si fa suggestionare facilmente da libri spazzatura come la Profezia di Celestino e ingenuamente crede che la lettura di un libro possa cambiargli la vita.
Sono tutte stronzate vecchio rubio!
Non credere alle teorie e alle favole di nessuno, o presto o tardi ne resterai deluso.
Ognuno orina la sua verità sul mondo e sulla felicità, ma ogni teoria è solo un sentiero scuro e senza garanzia.
Percorri il tuo di sentiero, costruendolo dal nulla.
La felicità, questa parola fatata e seducente, questa breve eiaculazione dell'anima, esiste solo come accidente benevolo, mai come dottrina da consegnare alla massa.
La felicità è solo un'eiaculazione.
Nell'ora in cui scenderò nella fossa dovrai benedirmi con una risata e battezzando di seme il piacere e il ventre di una fanciulla. Ricordami sempre con un dito di spumante, laido dannunziano.
Così deve andare? Amen! E così sia.
Il suo candore, il suo appassionarsi anche al peto d'una zanzara è commovente.
L'indomani avrà dimenticato il peto e la zanzara e si farà sedurre da una nuova farfalla. E così per ogni giorno della sua vita.
Labile e amabile, un pò come l'Idiota perpetuo di Dostoevskij.
Gli piace la vita, godere, battersi, farsi sbattere tra i flutti del Dharma.
La schiuma della tempesta lo travolge come lo spumante.
E' giocondo, solare intrinsecamente.
In lui risiede un entusiasmo che sembra non possa abbattersi.
Non si arrende mai.
I suoi infiniti difetti, la sua banalità, la sua ingenuità, il fatto che è un donnaiolo, la sua confusione eterna, la sua brama insaziabile di piaceri, di mondanità, se da una parte ne fanno un comune conformista, dall'altra ne rivelano la vitalità genuina e profonda e quindi tragica.
E' il protagonista di una commedia dal finale ovvio.
E' fortunato, piace alle donne.
Egli lo nega con sincera modestia, ma intanto le ragazze gli piovono tra le braccia una dopo l'altra.
Moldave, mulatte, equadoregne, rumene.
Dice che coltiva, coltiva, e a furia di coltivare raccoglie qualche frutto.
Ma è una mezza verità, perchè la verità è che il chico rubio gusta, gusta mucho.
Fotte le donne più belle del mondo.
Io invece pettino le bambole della mia viltà.
Tuttavia il rubio non è mai sereno, è sempre tormentato da un'ansia che lo dilania nel profondo.
Sempre febbrile, sempre alla ricerca di qualcosa da mettere nel vuoto della sua anima.
Si fa suggestionare facilmente da libri spazzatura come la Profezia di Celestino e ingenuamente crede che la lettura di un libro possa cambiargli la vita.
Sono tutte stronzate vecchio rubio!
Non credere alle teorie e alle favole di nessuno, o presto o tardi ne resterai deluso.
Ognuno orina la sua verità sul mondo e sulla felicità, ma ogni teoria è solo un sentiero scuro e senza garanzia.
Percorri il tuo di sentiero, costruendolo dal nulla.
La felicità, questa parola fatata e seducente, questa breve eiaculazione dell'anima, esiste solo come accidente benevolo, mai come dottrina da consegnare alla massa.
La felicità è solo un'eiaculazione.
Nell'ora in cui scenderò nella fossa dovrai benedirmi con una risata e battezzando di seme il piacere e il ventre di una fanciulla. Ricordami sempre con un dito di spumante, laido dannunziano.
Così deve andare? Amen! E così sia.
Meursault
Meursault è l'uomo del paradosso assoluto.
Nega e accetta l'assurdo allo stesso tempo.
Lo nega perchè accettando di essere condannato a morte senza difendersi decide di liberarsi di tutto, della vita e quindi dell'assurdità della vita.
Al contempo col suo silenzio, con il suo no definitivo tiene una condotta assurda.
Meursault è quindi fedele all'assurdo.
Per essere fedele all'assurdo non può che immolarsi ad esso.
In ciò Meursault assomiglia a Socrate.
Socrate si immola per la Verità, Meursault per niente.
Il suo sacrificio è senza senso.
Tutto è senza senso, perciò una cosa vale l'altra: il silenzio, l'amore inutile di Maria, il cane di Salamano che scompare, l'indignazione del pubblico ministero, il funerale della mamma.
Si può prendere qualsiasi direzione perchè tanto tutte portano all'assurdo.
Il cinismo è la via più breve.
Il prete vorrebbe fargli uscire almeno una lacrima.
Ma il suo cuore è un deserto.
Non esce niente, salvo un urlo straziato.
Questo grido, che rompe un silenzio quasi ininterrotto, rappresenta l'unico brandello di umanità che Meursault concede al lettore.
Gridare è umano, tacere è assurdo.
Eppure nell'assurdo c'è qualcosa di commestibile.
Meursault se ne accorge.
Ancora una notte lo separa dal boia.
E in quella placida notte d'estate tutti i profumi della vita vengono a sedurlo ammantati nella veste del ricordo.
Il cinico cede al piacere.
Ma Meursault non è Faust, anzi è l'anti Faust.
Faust vuole essere salvato, una lacrimuccia può commuovere Dio.
Meursault no.
Tutte le fragranze della vita sono lì, nude, ma rimangono sterili, senza conseguenza.
Meursault se ne lascia inebriare, ne gode, senza la disperazione di chi sta per perdere tutto.
Per questo Meursault è assurdo.
Perchè nell'equazione assurda del suo cinismo riesce a vivere e a morire -e a godere-senza disperazione.
Chi invece resterà dopo di lui, dopo che il boia avrà eseguito la condanna, dispererà perchè si opporrà all'assurdo che tutto concede e tutto toglie.
Solo chi spera può disperare.
Bisogna immaginare Meursault felice.
Non è poi così assurdo.
Nega e accetta l'assurdo allo stesso tempo.
Lo nega perchè accettando di essere condannato a morte senza difendersi decide di liberarsi di tutto, della vita e quindi dell'assurdità della vita.
Al contempo col suo silenzio, con il suo no definitivo tiene una condotta assurda.
Meursault è quindi fedele all'assurdo.
Per essere fedele all'assurdo non può che immolarsi ad esso.
In ciò Meursault assomiglia a Socrate.
Socrate si immola per la Verità, Meursault per niente.
Il suo sacrificio è senza senso.
Tutto è senza senso, perciò una cosa vale l'altra: il silenzio, l'amore inutile di Maria, il cane di Salamano che scompare, l'indignazione del pubblico ministero, il funerale della mamma.
Si può prendere qualsiasi direzione perchè tanto tutte portano all'assurdo.
Il cinismo è la via più breve.
Il prete vorrebbe fargli uscire almeno una lacrima.
Ma il suo cuore è un deserto.
Non esce niente, salvo un urlo straziato.
Questo grido, che rompe un silenzio quasi ininterrotto, rappresenta l'unico brandello di umanità che Meursault concede al lettore.
Gridare è umano, tacere è assurdo.
Eppure nell'assurdo c'è qualcosa di commestibile.
Meursault se ne accorge.
Ancora una notte lo separa dal boia.
E in quella placida notte d'estate tutti i profumi della vita vengono a sedurlo ammantati nella veste del ricordo.
Il cinico cede al piacere.
Ma Meursault non è Faust, anzi è l'anti Faust.
Faust vuole essere salvato, una lacrimuccia può commuovere Dio.
Meursault no.
Tutte le fragranze della vita sono lì, nude, ma rimangono sterili, senza conseguenza.
Meursault se ne lascia inebriare, ne gode, senza la disperazione di chi sta per perdere tutto.
Per questo Meursault è assurdo.
Perchè nell'equazione assurda del suo cinismo riesce a vivere e a morire -e a godere-senza disperazione.
Chi invece resterà dopo di lui, dopo che il boia avrà eseguito la condanna, dispererà perchè si opporrà all'assurdo che tutto concede e tutto toglie.
Solo chi spera può disperare.
Bisogna immaginare Meursault felice.
Non è poi così assurdo.
martedì 2 novembre 2010
clinamen
Il taccuino è nella mente, minuto per minuto, secondo per secondo, litro per litro.
Il romanzo è nella testa, già composto da un'eternità, libro mai scritto sul fondo del mare.
Che bisogno c'è di scrivere un libro quando la propria vita è un romanzo, il migliore dei libri possibili?
Gli occhi luccicanti di una o due volpi nascoste nel sottobosco, il loro sgattaiolare fulmineo e suicida su una strada provinciale, la profezia di un pittore immorto.
La strada è scritta, la storia pure. Con un litro di vino nello stomaco si diventa Sandokan di sé stessi, anzi il Salgari dell'apparente banale. Ma mai niente è soltanto banale...
E così me ne vado a spasso col buon Antoine. Ad Anzio vediamo un vecchio che parla da solo al vento mentre passa un treno. A casa di Peppino Antoin vede una donna dai pedalini bianchi che si nasconde e gli viene un attacco di angina pectoris. Nei pressi del Pantheon, mentre mastica un putrido panino da Mc donald's gli si rompe una capsula di un dente finto. Dice che viene irradiato, che gli irradiano i denti, il cuore, le palle. Chi? Il Vaticano...
Più tardi ti becco e.d. e la sua amica che salvano un cane nero come la notte, di notte, al bivio di Lanuvio.
Forse solo e.d. può salvare cani neri come la notte, di notte, ai bivi di Lanuvio.
La barba rossa, i denti bianchi di fuori, i vestiti sgargianti, la faccia da minorato.
Per questo è adorabile, perchè è un minorato dal cuore immane (e forse anche immune)...
Lo saluto alzando la mano e lui, col suo cuore immane e immune, senza neanche riconoscermi, mi ricambia il saluto.
Tornato a casa mi sciacquo la cappella e ripenso ad Alessandra.
Chissà se la rivedrò.
Quella sera compro due pizze, qualche birra e una bottiglia di spumante. Sono le undici, la ragazza è stanca. Begli occhi verdi, bel sorriso, dolce, bello sfintere.
Tossisce e fuma una sigaretta. Le manca un dente. Ma è bella lo stesso.
A novembre compie ventuno anni...chi ero io a ventuno anni? Uno spermatozoo.
Il frigo è rotto perciò mettiamo la bottiglia di spumante a rinfrescare nello sciacquone del water.
La ragazza vuole uscire. A me gira la testa, voglio solo baciarla e scoparla.
"Dai usciamo! Portami al mare!"
Ma sono le undici, è tardi, domani devo lavorare, Dezi...ma chi se ne fotte?
Fuori fa freddo, c'è un umido insopportabile.
La ragazza mi pistona mentre guido e le vengo in mano.
In cielo splende una luna malevola, pesta , rancida...il mare è lì, ai suoi piedi.
"Andiamo, voglio toccarlo!".
Torvaianica, buon vecchia fogna. Senza di te mi sarei già ammazzato.
L'odore salmastro del mare, la notte, le onde, l'ululato vago di qualche creatura.
Ci sediamo sulla sabbia nera, sporca e umida.
A che serve parlare? Tutto è già stato detto, ogni parola pronunziata.
Rabbrividisce e la stringo. Poi rabbrividisco io. Lei se ne accorge e ride.
Ridiamo. C'è ancora una bottiglia di spumante che ci attende. Nello sciacquone del water.
In Romania le donne sono semplici, non come le italiane con la puzza sotto al naso.
Qualche molare in meno, tante belle pompe. Seni piccoli, come chicchi di caffé. Da succhiare con delicatezza.
Lo spumante è quasi fresco. Ridiamo, ridiamo, senza un cazzo di perché.
Alla fine crolla sul divano, la bocca spalancata. Le do una carezza, finisco di guardare quella fica di shakira mentre sculetta al grido "loca!" e le butto una coperta addosso.
Notte bimba meretrica. Che la vita ti sorrida, come tu hai fatto con me.
Le palpebre quasi mi si chiudono, sono le due passate.
E.d. che salva cani neri ai bivi di Lanuvio, la bimba rumena che mi regala il suo corpo e il suo sorriso, le volpi suicide e i presagi del pittore immorto, il mare putrido di speranza coronato da una luna gialla come la sifilide, la bottiglia di spumante che si rinfresca nello sciacquone di un cesso.
Forse ho vissuto la vita intera e non me ne sono accorto.
Come tutti i caduti, precipitando, tutte le costellazioni mi passano accanto, sfiorandomi, alcune salutandomi, come e.d., altre indifferenti, come sagome vuote della risacca.
Questa notte è un maelstrom, una vasta vertigine intorno al vuoto, il movimento di un oceano infinito intorno a un buco nel nulla...e, da una botola lassù, sto precipitando in una caduta senza direzione, infinitupla.
Non so volare, non so volere.
E così, infine, mi accorgo di non essere mai stato io.
Sono un presagio. Sono una volpe dagli occhi d'argento che sbuca dal bosco per farsi ammazzare. Sono una bottiglia di spumante che prende fresco nello sciacquone di un cesso in attesa che due amanti fugaci si ricordino di brindare mentre fissano una luna gialla in un'estasi moribonda e senza senso...
Il romanzo è nella testa, già composto da un'eternità, libro mai scritto sul fondo del mare.
Che bisogno c'è di scrivere un libro quando la propria vita è un romanzo, il migliore dei libri possibili?
Gli occhi luccicanti di una o due volpi nascoste nel sottobosco, il loro sgattaiolare fulmineo e suicida su una strada provinciale, la profezia di un pittore immorto.
La strada è scritta, la storia pure. Con un litro di vino nello stomaco si diventa Sandokan di sé stessi, anzi il Salgari dell'apparente banale. Ma mai niente è soltanto banale...
E così me ne vado a spasso col buon Antoine. Ad Anzio vediamo un vecchio che parla da solo al vento mentre passa un treno. A casa di Peppino Antoin vede una donna dai pedalini bianchi che si nasconde e gli viene un attacco di angina pectoris. Nei pressi del Pantheon, mentre mastica un putrido panino da Mc donald's gli si rompe una capsula di un dente finto. Dice che viene irradiato, che gli irradiano i denti, il cuore, le palle. Chi? Il Vaticano...
Più tardi ti becco e.d. e la sua amica che salvano un cane nero come la notte, di notte, al bivio di Lanuvio.
Forse solo e.d. può salvare cani neri come la notte, di notte, ai bivi di Lanuvio.
La barba rossa, i denti bianchi di fuori, i vestiti sgargianti, la faccia da minorato.
Per questo è adorabile, perchè è un minorato dal cuore immane (e forse anche immune)...
Lo saluto alzando la mano e lui, col suo cuore immane e immune, senza neanche riconoscermi, mi ricambia il saluto.
Tornato a casa mi sciacquo la cappella e ripenso ad Alessandra.
Chissà se la rivedrò.
Quella sera compro due pizze, qualche birra e una bottiglia di spumante. Sono le undici, la ragazza è stanca. Begli occhi verdi, bel sorriso, dolce, bello sfintere.
Tossisce e fuma una sigaretta. Le manca un dente. Ma è bella lo stesso.
A novembre compie ventuno anni...chi ero io a ventuno anni? Uno spermatozoo.
Il frigo è rotto perciò mettiamo la bottiglia di spumante a rinfrescare nello sciacquone del water.
La ragazza vuole uscire. A me gira la testa, voglio solo baciarla e scoparla.
"Dai usciamo! Portami al mare!"
Ma sono le undici, è tardi, domani devo lavorare, Dezi...ma chi se ne fotte?
Fuori fa freddo, c'è un umido insopportabile.
La ragazza mi pistona mentre guido e le vengo in mano.
In cielo splende una luna malevola, pesta , rancida...il mare è lì, ai suoi piedi.
"Andiamo, voglio toccarlo!".
Torvaianica, buon vecchia fogna. Senza di te mi sarei già ammazzato.
L'odore salmastro del mare, la notte, le onde, l'ululato vago di qualche creatura.
Ci sediamo sulla sabbia nera, sporca e umida.
A che serve parlare? Tutto è già stato detto, ogni parola pronunziata.
Rabbrividisce e la stringo. Poi rabbrividisco io. Lei se ne accorge e ride.
Ridiamo. C'è ancora una bottiglia di spumante che ci attende. Nello sciacquone del water.
In Romania le donne sono semplici, non come le italiane con la puzza sotto al naso.
Qualche molare in meno, tante belle pompe. Seni piccoli, come chicchi di caffé. Da succhiare con delicatezza.
Lo spumante è quasi fresco. Ridiamo, ridiamo, senza un cazzo di perché.
Alla fine crolla sul divano, la bocca spalancata. Le do una carezza, finisco di guardare quella fica di shakira mentre sculetta al grido "loca!" e le butto una coperta addosso.
Notte bimba meretrica. Che la vita ti sorrida, come tu hai fatto con me.
Le palpebre quasi mi si chiudono, sono le due passate.
E.d. che salva cani neri ai bivi di Lanuvio, la bimba rumena che mi regala il suo corpo e il suo sorriso, le volpi suicide e i presagi del pittore immorto, il mare putrido di speranza coronato da una luna gialla come la sifilide, la bottiglia di spumante che si rinfresca nello sciacquone di un cesso.
Forse ho vissuto la vita intera e non me ne sono accorto.
Come tutti i caduti, precipitando, tutte le costellazioni mi passano accanto, sfiorandomi, alcune salutandomi, come e.d., altre indifferenti, come sagome vuote della risacca.
Questa notte è un maelstrom, una vasta vertigine intorno al vuoto, il movimento di un oceano infinito intorno a un buco nel nulla...e, da una botola lassù, sto precipitando in una caduta senza direzione, infinitupla.
Non so volare, non so volere.
E così, infine, mi accorgo di non essere mai stato io.
Sono un presagio. Sono una volpe dagli occhi d'argento che sbuca dal bosco per farsi ammazzare. Sono una bottiglia di spumante che prende fresco nello sciacquone di un cesso in attesa che due amanti fugaci si ricordino di brindare mentre fissano una luna gialla in un'estasi moribonda e senza senso...
giovedì 21 ottobre 2010
il doppio
Le attuali tecniche di riproduzione dell'informazione, di tutte le informazioni possibili, aprono uno scenario salvifico inquietante, rendono l'uomo e ogni cosa una sorta di immortale, lo trasformano sub specie aeternitatis da uomo in dio.
L'informazione è l'anima del mondo.
La digitalizzazione e (in misura minore) la genetica sono di fatto la nuova parusia, la promessa di una reincarnazione definitiva qui e ora, senza più il pericolo della temuta corruzione dei corpi e della materia.
Se le informazioni, come l'energia, non possono morire, non possono essere distrutte e possono trasmettersi all'infinito, è chiaro che l'immortalità diventa a portata di mano.
Il piano tecnologico ha soppiantato quello metafisico.
Non c'è più bisogno di una metafisica, di scomodare Dio, di superare le barriere della impura materia quando l'immortalità si può ottenere nell'aldiquà, con la semplice fisica.
Una volta occorreva ingravidare per, in parte, reincarnarsi nella nuova vita; nella prole ogni genitore proiettava sé stesso oltre sé stesso, nella speranza della generazione e contro la morte.
Oggi tutto questo sta per essere superato.
Siamo un insieme di informazioni digitalizzabili, perciò basta un supporto, magari un hard disk di qualche tetrabyte, per reincarnarci nella simulazione assoluta.
Niente sfugge. Solo informazioni.
Basta solo estrapolarle e riprodurle...
Typler, coerentemente, fa di tutto ciò un paradiso, anzi, l'unico paradiso possibile perchè negli oltremondi della religione non ci crede neanche lui.
Così finalmente tutto è perfetto perchè sottratto alla morte.
Epurata dalla caducità, la nuova vita irraggia l'unica verità possibile, ossia quella della tecnica.
Afferrato il segreto dell'immortalità (l'informazione digitale) finalmente l'uomo può proclamarsi nuovo dio.
Prometeo si è liberato...
Eppure all'apice della performance tecnologica, all'apice della informazione assoluta, è come se un cancro ci stesse divorando dall'interno, lavorando contro di noi, sovraccaricandoci di un eccesso di informazioni.
Accerchiati dall'informazione, braccati da essa in ogni momento della vita, ne proviamo infine nausea, rigetto, come un veleno che ci viene somministrato e introiettato senza che lo vogliamo...
A furia di sviscerare la materia abbiamo scoperto dei nuovi atomi, senza capire che ogni scoperta è un omicidio.
E ogni scoperta esige la sua vendetta.
Sottratti alla morte esigiamo la morte.
Ingozzati di informazioni le vomitiamo per liberarcene.
Pervenuti alla povera verità che noi stessi siamo un'accozzaglia di informazioni e che possiamo essere persino riprodotti e simulati infinite volte, ci viene una salutare voglia di suicidio, quasi a voler ripristinare un'originalità perduta.
Ogni simulazione è un'esecuzione capitale di ciò che chiamiamo l'originale.
Ma per fortuna niente è identico, nemmeno due gemelli.
Nonostante tutti gli sforzi, lasciamo ovunque tracce d'imperfetto -virus, errori, lapsus, germi, catastrofi- come le impronte di un apprendista maldestro.
Di fatto ogni informazione è fine a sé stessa: tende alla sua conservazione e riproduzione. Si autonomizza, come fanno i figli, alla faccia dei genitori.
Effettivamente tutti questi poveri malati d'eternità, dopo aver seppellito i fantasmi della metafisica, della religione, dell'idealismo, del materialismo, della psicoanalisi, sembrano avere ancora spazio e voglia per accogliere i nuovi spettri digitali: c'è un'ebbrezza insopprimibile in ogni odore di salvezza.
Eppure l'apprendista stregone si scopre nuovamente triste: il suo esperimento (e con esso il suo desiderio) gli è scappato di mano.
Il suo doppio, figlio dell'informazione digitale, gli sorride al di là dello schermo, perfetto e incorruttibile.
Ma quel sorriso non è il suo.
E alla fine, a ben vedere, l'apprendista non sa che farsene di un altro sé stesso.
Il doppio sfugge sempre, come l'ombra sfugge al corpo che la proietta.
L'ombra si beffa di noi...
L'informazione è l'anima del mondo.
La digitalizzazione e (in misura minore) la genetica sono di fatto la nuova parusia, la promessa di una reincarnazione definitiva qui e ora, senza più il pericolo della temuta corruzione dei corpi e della materia.
Se le informazioni, come l'energia, non possono morire, non possono essere distrutte e possono trasmettersi all'infinito, è chiaro che l'immortalità diventa a portata di mano.
Il piano tecnologico ha soppiantato quello metafisico.
Non c'è più bisogno di una metafisica, di scomodare Dio, di superare le barriere della impura materia quando l'immortalità si può ottenere nell'aldiquà, con la semplice fisica.
Una volta occorreva ingravidare per, in parte, reincarnarsi nella nuova vita; nella prole ogni genitore proiettava sé stesso oltre sé stesso, nella speranza della generazione e contro la morte.
Oggi tutto questo sta per essere superato.
Siamo un insieme di informazioni digitalizzabili, perciò basta un supporto, magari un hard disk di qualche tetrabyte, per reincarnarci nella simulazione assoluta.
Niente sfugge. Solo informazioni.
Basta solo estrapolarle e riprodurle...
Typler, coerentemente, fa di tutto ciò un paradiso, anzi, l'unico paradiso possibile perchè negli oltremondi della religione non ci crede neanche lui.
Così finalmente tutto è perfetto perchè sottratto alla morte.
Epurata dalla caducità, la nuova vita irraggia l'unica verità possibile, ossia quella della tecnica.
Afferrato il segreto dell'immortalità (l'informazione digitale) finalmente l'uomo può proclamarsi nuovo dio.
Prometeo si è liberato...
Eppure all'apice della performance tecnologica, all'apice della informazione assoluta, è come se un cancro ci stesse divorando dall'interno, lavorando contro di noi, sovraccaricandoci di un eccesso di informazioni.
Accerchiati dall'informazione, braccati da essa in ogni momento della vita, ne proviamo infine nausea, rigetto, come un veleno che ci viene somministrato e introiettato senza che lo vogliamo...
A furia di sviscerare la materia abbiamo scoperto dei nuovi atomi, senza capire che ogni scoperta è un omicidio.
E ogni scoperta esige la sua vendetta.
Sottratti alla morte esigiamo la morte.
Ingozzati di informazioni le vomitiamo per liberarcene.
Pervenuti alla povera verità che noi stessi siamo un'accozzaglia di informazioni e che possiamo essere persino riprodotti e simulati infinite volte, ci viene una salutare voglia di suicidio, quasi a voler ripristinare un'originalità perduta.
Ogni simulazione è un'esecuzione capitale di ciò che chiamiamo l'originale.
Ma per fortuna niente è identico, nemmeno due gemelli.
Nonostante tutti gli sforzi, lasciamo ovunque tracce d'imperfetto -virus, errori, lapsus, germi, catastrofi- come le impronte di un apprendista maldestro.
Di fatto ogni informazione è fine a sé stessa: tende alla sua conservazione e riproduzione. Si autonomizza, come fanno i figli, alla faccia dei genitori.
Effettivamente tutti questi poveri malati d'eternità, dopo aver seppellito i fantasmi della metafisica, della religione, dell'idealismo, del materialismo, della psicoanalisi, sembrano avere ancora spazio e voglia per accogliere i nuovi spettri digitali: c'è un'ebbrezza insopprimibile in ogni odore di salvezza.
Eppure l'apprendista stregone si scopre nuovamente triste: il suo esperimento (e con esso il suo desiderio) gli è scappato di mano.
Il suo doppio, figlio dell'informazione digitale, gli sorride al di là dello schermo, perfetto e incorruttibile.
Ma quel sorriso non è il suo.
E alla fine, a ben vedere, l'apprendista non sa che farsene di un altro sé stesso.
Il doppio sfugge sempre, come l'ombra sfugge al corpo che la proietta.
L'ombra si beffa di noi...
lunedì 18 ottobre 2010
trompe l'oeil
La grande questione filosofica era: "Perchè c'è qualcosa piuttosto che nulla?"
Oggi la vera questione è : "Perchè c'è niente piuttosto che qualcosa?"
L'assenza delle cose da sé stesse, il fatto che esse non abbiano luogo pur dando l'impressione di accadere, il fatto che ogni cosa si ritiri dietro la propria apparenza e non sia dunque mai identica a sé stessa, in ciò consiste l'illusione materiale del mondo.
E questo resta in fondo il grande enigma, che ci fa sprofondare nel terrore e da cui ci proteggiamo mediante l'illusione formale della verità.
Pena il terrore, dobbiamo decrifrare il mondo, e quindi annientarne l'illusione originaria.
Non sopportiamo né il vuoto né il segreto né la pura apparenza.
Perchè mai dovremmo decifrarlo, al posto di lasciarne irradiare l'illusione come tale, in tutto il suo splendore?
L'identificazione del mondo è inutile.
Bisogna cogliere le cose mentre dormono, mentre si ecclissano.
Non essere sensibili a questo grado d'irrealtà e di gioco, di malizia e di spiritualità ironica del linguaggio e del mondo, significa di fatto non essere capaci di vivere.
L'identificazione del mondo è inutile.
Anche il nostro volto non può essere identificato, poichè la sua simmetria è alterata dallo specchio.
Vederlo quale è sarebbe una follia, poiché non avremmo più segreti per noi stessi, e dunque saremmo annientati per trasparenza.
Lo stesso vale per qualunque oggetto, il quale giunge a noi definitivamente alterato.
Tutte le cose si offrono dunque senza la speranza d'essere altro che l'illusione di sé stesse. E va bene così.
Fortunatamente viviamo in base a un'illusione vitale, a un'assenza, a una non immediatezza.
Fortunatamente nulla è presente nè identico a sé stesso.
Fortunatamente la realtà non ha luogo.
La principale obiezione alla realtà è d'altra parte il suo carattere di sottomissione incondizionata a tutte le ipotesi che si possono fare su di lei.
La realtà è una bagascia...
Oggi la vera questione è : "Perchè c'è niente piuttosto che qualcosa?"
L'assenza delle cose da sé stesse, il fatto che esse non abbiano luogo pur dando l'impressione di accadere, il fatto che ogni cosa si ritiri dietro la propria apparenza e non sia dunque mai identica a sé stessa, in ciò consiste l'illusione materiale del mondo.
E questo resta in fondo il grande enigma, che ci fa sprofondare nel terrore e da cui ci proteggiamo mediante l'illusione formale della verità.
Pena il terrore, dobbiamo decrifrare il mondo, e quindi annientarne l'illusione originaria.
Non sopportiamo né il vuoto né il segreto né la pura apparenza.
Perchè mai dovremmo decifrarlo, al posto di lasciarne irradiare l'illusione come tale, in tutto il suo splendore?
L'identificazione del mondo è inutile.
Bisogna cogliere le cose mentre dormono, mentre si ecclissano.
Non essere sensibili a questo grado d'irrealtà e di gioco, di malizia e di spiritualità ironica del linguaggio e del mondo, significa di fatto non essere capaci di vivere.
L'identificazione del mondo è inutile.
Anche il nostro volto non può essere identificato, poichè la sua simmetria è alterata dallo specchio.
Vederlo quale è sarebbe una follia, poiché non avremmo più segreti per noi stessi, e dunque saremmo annientati per trasparenza.
Lo stesso vale per qualunque oggetto, il quale giunge a noi definitivamente alterato.
Tutte le cose si offrono dunque senza la speranza d'essere altro che l'illusione di sé stesse. E va bene così.
Fortunatamente viviamo in base a un'illusione vitale, a un'assenza, a una non immediatezza.
Fortunatamente nulla è presente nè identico a sé stesso.
Fortunatamente la realtà non ha luogo.
La principale obiezione alla realtà è d'altra parte il suo carattere di sottomissione incondizionata a tutte le ipotesi che si possono fare su di lei.
La realtà è una bagascia...
giovedì 7 ottobre 2010
sragione
"I sistemi assiomatici e deterministici hanno perduto la loro consistenza e rivelano un difetto intrinseco. Questo difetto non è tale in realtà: è una proprietà del sistema [...]. L'Accidente non è una eccezione nè una malattia dei nostri regimi politici [...]: è la conseguenza naturale della nostra scienza, della nostra politica e della nostra morale. L'Accidente fa parte della nostra idea del Progresso.
L'Accidente è diventato un paradosso della necessità: esso possiede la fatalità di quest'ultima e l'indeterminatezza della libertà. E' il ritorno dell'angoscia degli atzechi, sia pure senza presagi nè sogni celesti. La catastrofe diventa banale e irrisoria, perchè l'Accidente, in fin dei conti, non è che un accidente" (Octavio Paz)
C'è un paradosso della razionalità moderna e borghese sulla morte.
Concepire quest'ultima come naturale, profana e irreversibile costituisce il segno stesso dei "Lumi" e della Ragione, ma entra in acuta contraddizione con i principi della razionalità borghese :valori individuali, progresso illimitato della scienza, dominio della natura in ogni cosa.
Neutralizzata come "fatto naturale", la morte diventa sempre più uno scandalo.
Come la società, normalizzandosi, fa nascere alla sua periferia i pazzi e gli anormali, così la ragione e il dominio tecnico della natura, approfondendosi, fanno nascere intorno a sè l'errore, l'accidente, la crisi.
La crisi diventa insopportabile perchè la ragione, che pretende di essere sovrana, non può nemmeno pensare ciò che le sfugge; allo stesso tempo la crisi è insolubile perchè non esistono più dei rituali di propiziazione o di riconciliazione: così l'accidente, come la morte, è assurdo, punto e basta. E' un sabotaggio. Un demone maligno è all'opera per far si che questa macchina tanto bella si guasti sempre.
Così questa cultura razionalista è affetta, come nessun altra, da paranoia collettiva.
Per gli antichi ciò non esisteva. Niente sfuggiva al loro sistema di scambio. Persino le catastrofi naturali e la morte erano intellegibili nel quadro delle loro strutture sociali, mentre da noi la morte è paralogica, è la paranoia della ragione, i cui assiomi generano ovunque l'inintellegibile assoluto, la morte come resistenza assurda e malvagia d'una materia, d'una natura che non vuole sottomettersi alle leggi "oggettive" in cui è stata cacciata.
D'onde il fascino per la catastrofe, l'accidente, l'attentato: è la ragione stessa, braccata dalla speranza d'una rivincita universale contro le sue stesse norme e i suoi privilegi.
L'Accidente è diventato un paradosso della necessità: esso possiede la fatalità di quest'ultima e l'indeterminatezza della libertà. E' il ritorno dell'angoscia degli atzechi, sia pure senza presagi nè sogni celesti. La catastrofe diventa banale e irrisoria, perchè l'Accidente, in fin dei conti, non è che un accidente" (Octavio Paz)
C'è un paradosso della razionalità moderna e borghese sulla morte.
Concepire quest'ultima come naturale, profana e irreversibile costituisce il segno stesso dei "Lumi" e della Ragione, ma entra in acuta contraddizione con i principi della razionalità borghese :valori individuali, progresso illimitato della scienza, dominio della natura in ogni cosa.
Neutralizzata come "fatto naturale", la morte diventa sempre più uno scandalo.
Come la società, normalizzandosi, fa nascere alla sua periferia i pazzi e gli anormali, così la ragione e il dominio tecnico della natura, approfondendosi, fanno nascere intorno a sè l'errore, l'accidente, la crisi.
La crisi diventa insopportabile perchè la ragione, che pretende di essere sovrana, non può nemmeno pensare ciò che le sfugge; allo stesso tempo la crisi è insolubile perchè non esistono più dei rituali di propiziazione o di riconciliazione: così l'accidente, come la morte, è assurdo, punto e basta. E' un sabotaggio. Un demone maligno è all'opera per far si che questa macchina tanto bella si guasti sempre.
Così questa cultura razionalista è affetta, come nessun altra, da paranoia collettiva.
Per gli antichi ciò non esisteva. Niente sfuggiva al loro sistema di scambio. Persino le catastrofi naturali e la morte erano intellegibili nel quadro delle loro strutture sociali, mentre da noi la morte è paralogica, è la paranoia della ragione, i cui assiomi generano ovunque l'inintellegibile assoluto, la morte come resistenza assurda e malvagia d'una materia, d'una natura che non vuole sottomettersi alle leggi "oggettive" in cui è stata cacciata.
D'onde il fascino per la catastrofe, l'accidente, l'attentato: è la ragione stessa, braccata dalla speranza d'una rivincita universale contro le sue stesse norme e i suoi privilegi.
martedì 5 ottobre 2010
fatuum
Se considero attentamente la vita che gli uomini conducono, non vi trovo niente che la differenzi dalla vita degli animali.
Gli uni e gli altri sono gettati incoscientemente nelle cose e nel mondo; gli uni e gli altri si divertono a intervalli, fanno quotidianamente lo stesso percorso organico; non pensano al di là di quello che pensano e non vivono al di là di quello che vivono.
Il gatto si crogiola al sole e si addormenta.
L'uomo si rotola nella vita, con tutte le sue complessità e poi dorme.
Nè l'uno nè l'altro si liberano della legge fatale di essere come sono. Nessuno cerca di sollevare il peso di essere.
Solo i mistici cercano di scrollarsi di dosso la legge animale.
Costoro, anche se in modo assurdo, tentano effettivamente di negare la legge della vita, rotolandosi nella luce o nell'ombra e attendendo la morte senza pensare ad essa.
Cercano, anche se immobili; anelamo, seppure in una cella senza luce; desiderano quello che non conoscono, sebbene nella rinuncia, nel martirio auto inflitto, nel dolore imposto.
Tutti noi che viviamo come animali con una maggiore o minore complessità, attraversiamo il palco come figuranti che non parlano, contenti della vanitosa solennità del tragitto.
Cani e uomini, gatti ed eroi, pulci e geni, giochiamo a esistere, senza pensarci (perchè i migliori pensano solo a pensare) sotto la grande quiete delle stelle.
Gli altri, i mistici della rinuncia e del sacrificio, perlomeno sentono -con il corpo e la quotidianità- la presenza magica del mistero.
Sono liberati perchè negano il sole visibile; sono pieni perchè si sono svuotati del vuoto del mondo.
Non sarò mai un mistico. Al massimo sarò, in versi o in prosa, un impiegato del pensiero.
Sarò sempre, nel misticismo o senza misticismo, servo delle mie sensazioni e dell'ora di averle.
Sarò sempre, sotto il grande baldacchino azzurro del cielo muto, il paggio di un rito incompreso, finchè la festa non finisca e infine il meriggio non si schiuda alla sera.
Gli uni e gli altri sono gettati incoscientemente nelle cose e nel mondo; gli uni e gli altri si divertono a intervalli, fanno quotidianamente lo stesso percorso organico; non pensano al di là di quello che pensano e non vivono al di là di quello che vivono.
Il gatto si crogiola al sole e si addormenta.
L'uomo si rotola nella vita, con tutte le sue complessità e poi dorme.
Nè l'uno nè l'altro si liberano della legge fatale di essere come sono. Nessuno cerca di sollevare il peso di essere.
Solo i mistici cercano di scrollarsi di dosso la legge animale.
Costoro, anche se in modo assurdo, tentano effettivamente di negare la legge della vita, rotolandosi nella luce o nell'ombra e attendendo la morte senza pensare ad essa.
Cercano, anche se immobili; anelamo, seppure in una cella senza luce; desiderano quello che non conoscono, sebbene nella rinuncia, nel martirio auto inflitto, nel dolore imposto.
Tutti noi che viviamo come animali con una maggiore o minore complessità, attraversiamo il palco come figuranti che non parlano, contenti della vanitosa solennità del tragitto.
Cani e uomini, gatti ed eroi, pulci e geni, giochiamo a esistere, senza pensarci (perchè i migliori pensano solo a pensare) sotto la grande quiete delle stelle.
Gli altri, i mistici della rinuncia e del sacrificio, perlomeno sentono -con il corpo e la quotidianità- la presenza magica del mistero.
Sono liberati perchè negano il sole visibile; sono pieni perchè si sono svuotati del vuoto del mondo.
Non sarò mai un mistico. Al massimo sarò, in versi o in prosa, un impiegato del pensiero.
Sarò sempre, nel misticismo o senza misticismo, servo delle mie sensazioni e dell'ora di averle.
Sarò sempre, sotto il grande baldacchino azzurro del cielo muto, il paggio di un rito incompreso, finchè la festa non finisca e infine il meriggio non si schiuda alla sera.
lunedì 13 settembre 2010
Yunia
Nubi gravide di tempesta abortita, nere come il mio umore, morte come un pezzo del mio cuore...
Il temporale indugia, sadico come una nausea che strazia lentamente senza culminare mai...
Al ritorno dal niente osservo con la coda dell'occhio i grappoli d'uva nera intrecciati sulle vigne di via retarola, quasi mi viene voglia di raccoglierne uno.
A due passi dal carcere, un ragazzo a torso nudo, forse rumeno, cammina masticando uva.
Inutile come un ramo spezzato galleggio nel niente, il sibilo del frigo unico compagno della mia angoscia.
La mano, indolente, vacilla sotto il peso della noia di vivere...
Fino a qualche ora fa ero felice.
Yunia, distesa sul mio corpo, mi dava teneri morsi sul petto con i suoi dentini bianchi.
Abbracciati sotto una palma respiravo l'odore dei suoi capelli, accarezzavo la sua pelle di velluto con la punta delle dita.
Davanti al mare chiudevo gli occhi pregando una divinità assente che ci trasformasse in statue di imperitura beatitudine.
Maledico il tempo cui tutto si piega.
Ancora qualche ricordo sparso per la memoria, frammento levigato come una conchiglia bruna sepolta nell'arenile bianco della coscienza...
La mattina è lucente e calda, potrei andare al mare con Fede e Janexi, invece decido di restare con Yunia.
E' il compleanno della mamma e vorrebbe farle un regalo. Usciamo.
Madido di sudore mi aggiro per le tiendas di Cienfuegos in cerca di un pensierino.
Alla fine compro un set di tazzine da caffè a forma di cuore e dei biscotti per il fratellino di otto anni.
Verso l'una cerco un tassista nei pressi del boulevard.
Si fa avanti un negro gigantesco grondante sudore, dopo una breve trattativa ci accordiamo per sette pesos.
Dopo qualche minuto Tyson torna dentro una fiat 126 in condizioni che definire pietose sarebbe un eufemismo.
Entriamo nella scatoletta e partiamo diretti a casa di Yunia.
Le mani del negro sono enormi, mi chiedo come diavolo riesca a entrare in quella 126...Certe cose possono accadere solo a Cuba...
Accende una radio con dentro un nastro e parte un abominevole raggaeton.
Durante il tragitto osservo la strada, mucche e cavalli brucano l'erba ai margini della foresta.
Passiamo davanti un carcere, a confronto quello di Velletri sulla cisternense sembra un resort a cinque stelle.
Arrivati a destinazione Tyson non ha il resto per i venti pesos che gli porgo, così dobbiamo fare altri dieci km per trovare una tienda che ce li cambi.
Cambiati i soldi la 126 si spegne, io passo al volante, Tyson spinge e la scatoletta riparte grintosa.
Finalmente arriviamo. Dico al negro di farsi trovare lì per le cinque.
Cammino con Yunia per un tratto di strada non asfaltato facendo lo slalom tra fango, escrementi di cavallo e pozzanghere di acqua piovana.
Scorgo due pavoni. Caprette dal pelo scuro brucano piante tropicali.
Poco distante compare un uomo. << Ese es mi papà>> dice Yunia.
Gli andiamo incontro e mi accoglie con una stretta di mano calorosa e un sorriso gentile.
Ha qualche anno più di me, magro, biondo, occhi azzurri: sembra Terence Hill quand'era giovane!
Arriva anche la mamma di Yunia, una brunetta di carnagione olivastra con un volto che pare segnato dalla fatica.
Mi ringraziano per il regalo e mi invitano a seguirli. Due cagnolini ci saltellano addosso.
Andiamo a trovare la nonna in una catapecchia lì vicino. La povera donna, sulla settantina, due acquosi occhi azzurri e tre denti, si regge su una specie di stampella a forma di trespolo.
Si presentano anche una zia con gli occhiali amante della cucina italiana, un cugino storpio e sdendato coi baffi che a momenti mi stritola la mano e i due fratellini di Yunia, di otto e tredici anni.
La zia è la più loquace: ha due figlie sposate che vivono a Milano di cui una trabaja in un ristorante.
Il cugino storpio coi baffi ad un certo punto mi grida allargando le braccia che <<Esta casa es tu casa!>> e io raggelo sorridendo.
Poi parliamo di cucina, di pasta alla carbonara e ravioli, il papà di Yunia mi invita a cucinare a casa loro.
Dopo un pò ci trasferiamo nell'abitazione dei genitori, la mamma si mette a lavare delle stoviglie, Yunia si va a rinfrescare nel bagno con un secchio d'acqua, io mi adagio sul letto della sua cameretta.
Non ci sono porte. Il bagno ha una tendina e manca l'acqua.
Il letto è piccolo, la rete sfondata e il lenzuolo è un pò sporco.
Sulla parete davanti al letto è appesa una foto della mamma quando aveva 20 anni, su un'altra il poster di un cantante cubano molto in auge presso le adolescenti, un certo Louis Fonsi.
Su una piccola credenza di legno sono sparse matite da trucco, profumini e qualche ninnolo della piccola. Nessun armadio. Da un attaccapanni basso pende qualche vestitino sgargiante e succinto e una borsetta.
Sul letto mi fanno compagnia un orsacchiotto spellacchiato e un altro animaletto di pezza.
Appena fuori, vicino la finestra di legno senza vetri, una nidiata di pulcini dentro una gabbia stride in continuazione. Giunge anche il non lieve fetore degli escrementi dei volatili.
La mamma compra i pulcini per rivenderli quando diventano polli.
Chiudo gli occhi.
Povera bambina. Forse ormai è abituata a questa vita e neanche ne sente il fastidio. O forse si.
I pulcini, le capre, la puzza...mi chiedo come faccia a dormire.
Mi chiedo perchè sono finito lì, in quella casa, cosa mi abbia spinto ad assaggiare quello spaccato di povertà cubana invece di starmene a mare con un drink in mano.
Immagino che non rivedrò più quelle oneste facce di contadini.
La loro sporcizia, causata dalla povertà, mi ripugna, mi duole ammetterlo.
Mille domande mi balenano per la testa.
Se la portassi in Italia? Me la soffierebbe via il primo fighetto con un suv?
E io, la amo davvero? O amo soltanto venirle sul ventre e sulla schiena?
E lei, dopo dieci giorni, può davvero essersi innamorata di me o gioca soltanto a fare la principessina che ha trovato un babbeo che le compra borse e scarpette e che non esita a elargire qualche pesos in più per la sua povera famiglia?
Posso ipotecare il destino di una donna di venti anni?
Posso ipotecare il mio destino al suo?
Sono quasi le cinque. Lei ha i capelli bagnati. E' bellissima. Perchè devo pensare?
La stringo al petto con tenerezza, come nei miei sogni più belli...
Come un ramo spezzato caduto in un lago nero creato dall'alta marea della nostalgia, scorro senza più volonta, effimero pezzo di legno.
Scorro leggero, ramo spezzato, sotto palme dimenticate.
Scorro cieco e finito, anima mutilata, mormorio invisibile oltre i grandi mari perduti.
Scorro inutile, senza una ragione, vago bagliore in lontananza, languido sospiro di ciò che fu, scorro lento, pigro, scorro nei vortici e per i declivi che mi aspettano, vado verso l'ombra e verso la luce, fratello del mondo, vado verso l'amore e verso l'abisso, figlio del Caos e della Notte, ricordando sempre quel giglio che un giorno il destino volle regalarmi... Yunia.
Il temporale indugia, sadico come una nausea che strazia lentamente senza culminare mai...
Al ritorno dal niente osservo con la coda dell'occhio i grappoli d'uva nera intrecciati sulle vigne di via retarola, quasi mi viene voglia di raccoglierne uno.
A due passi dal carcere, un ragazzo a torso nudo, forse rumeno, cammina masticando uva.
Inutile come un ramo spezzato galleggio nel niente, il sibilo del frigo unico compagno della mia angoscia.
La mano, indolente, vacilla sotto il peso della noia di vivere...
Fino a qualche ora fa ero felice.
Yunia, distesa sul mio corpo, mi dava teneri morsi sul petto con i suoi dentini bianchi.
Abbracciati sotto una palma respiravo l'odore dei suoi capelli, accarezzavo la sua pelle di velluto con la punta delle dita.
Davanti al mare chiudevo gli occhi pregando una divinità assente che ci trasformasse in statue di imperitura beatitudine.
Maledico il tempo cui tutto si piega.
Ancora qualche ricordo sparso per la memoria, frammento levigato come una conchiglia bruna sepolta nell'arenile bianco della coscienza...
La mattina è lucente e calda, potrei andare al mare con Fede e Janexi, invece decido di restare con Yunia.
E' il compleanno della mamma e vorrebbe farle un regalo. Usciamo.
Madido di sudore mi aggiro per le tiendas di Cienfuegos in cerca di un pensierino.
Alla fine compro un set di tazzine da caffè a forma di cuore e dei biscotti per il fratellino di otto anni.
Verso l'una cerco un tassista nei pressi del boulevard.
Si fa avanti un negro gigantesco grondante sudore, dopo una breve trattativa ci accordiamo per sette pesos.
Dopo qualche minuto Tyson torna dentro una fiat 126 in condizioni che definire pietose sarebbe un eufemismo.
Entriamo nella scatoletta e partiamo diretti a casa di Yunia.
Le mani del negro sono enormi, mi chiedo come diavolo riesca a entrare in quella 126...Certe cose possono accadere solo a Cuba...
Accende una radio con dentro un nastro e parte un abominevole raggaeton.
Durante il tragitto osservo la strada, mucche e cavalli brucano l'erba ai margini della foresta.
Passiamo davanti un carcere, a confronto quello di Velletri sulla cisternense sembra un resort a cinque stelle.
Arrivati a destinazione Tyson non ha il resto per i venti pesos che gli porgo, così dobbiamo fare altri dieci km per trovare una tienda che ce li cambi.
Cambiati i soldi la 126 si spegne, io passo al volante, Tyson spinge e la scatoletta riparte grintosa.
Finalmente arriviamo. Dico al negro di farsi trovare lì per le cinque.
Cammino con Yunia per un tratto di strada non asfaltato facendo lo slalom tra fango, escrementi di cavallo e pozzanghere di acqua piovana.
Scorgo due pavoni. Caprette dal pelo scuro brucano piante tropicali.
Poco distante compare un uomo. << Ese es mi papà>> dice Yunia.
Gli andiamo incontro e mi accoglie con una stretta di mano calorosa e un sorriso gentile.
Ha qualche anno più di me, magro, biondo, occhi azzurri: sembra Terence Hill quand'era giovane!
Arriva anche la mamma di Yunia, una brunetta di carnagione olivastra con un volto che pare segnato dalla fatica.
Mi ringraziano per il regalo e mi invitano a seguirli. Due cagnolini ci saltellano addosso.
Andiamo a trovare la nonna in una catapecchia lì vicino. La povera donna, sulla settantina, due acquosi occhi azzurri e tre denti, si regge su una specie di stampella a forma di trespolo.
Si presentano anche una zia con gli occhiali amante della cucina italiana, un cugino storpio e sdendato coi baffi che a momenti mi stritola la mano e i due fratellini di Yunia, di otto e tredici anni.
La zia è la più loquace: ha due figlie sposate che vivono a Milano di cui una trabaja in un ristorante.
Il cugino storpio coi baffi ad un certo punto mi grida allargando le braccia che <<Esta casa es tu casa!>> e io raggelo sorridendo.
Poi parliamo di cucina, di pasta alla carbonara e ravioli, il papà di Yunia mi invita a cucinare a casa loro.
Dopo un pò ci trasferiamo nell'abitazione dei genitori, la mamma si mette a lavare delle stoviglie, Yunia si va a rinfrescare nel bagno con un secchio d'acqua, io mi adagio sul letto della sua cameretta.
Non ci sono porte. Il bagno ha una tendina e manca l'acqua.
Il letto è piccolo, la rete sfondata e il lenzuolo è un pò sporco.
Sulla parete davanti al letto è appesa una foto della mamma quando aveva 20 anni, su un'altra il poster di un cantante cubano molto in auge presso le adolescenti, un certo Louis Fonsi.
Su una piccola credenza di legno sono sparse matite da trucco, profumini e qualche ninnolo della piccola. Nessun armadio. Da un attaccapanni basso pende qualche vestitino sgargiante e succinto e una borsetta.
Sul letto mi fanno compagnia un orsacchiotto spellacchiato e un altro animaletto di pezza.
Appena fuori, vicino la finestra di legno senza vetri, una nidiata di pulcini dentro una gabbia stride in continuazione. Giunge anche il non lieve fetore degli escrementi dei volatili.
La mamma compra i pulcini per rivenderli quando diventano polli.
Chiudo gli occhi.
Povera bambina. Forse ormai è abituata a questa vita e neanche ne sente il fastidio. O forse si.
I pulcini, le capre, la puzza...mi chiedo come faccia a dormire.
Mi chiedo perchè sono finito lì, in quella casa, cosa mi abbia spinto ad assaggiare quello spaccato di povertà cubana invece di starmene a mare con un drink in mano.
Immagino che non rivedrò più quelle oneste facce di contadini.
La loro sporcizia, causata dalla povertà, mi ripugna, mi duole ammetterlo.
Mille domande mi balenano per la testa.
Se la portassi in Italia? Me la soffierebbe via il primo fighetto con un suv?
E io, la amo davvero? O amo soltanto venirle sul ventre e sulla schiena?
E lei, dopo dieci giorni, può davvero essersi innamorata di me o gioca soltanto a fare la principessina che ha trovato un babbeo che le compra borse e scarpette e che non esita a elargire qualche pesos in più per la sua povera famiglia?
Posso ipotecare il destino di una donna di venti anni?
Posso ipotecare il mio destino al suo?
Sono quasi le cinque. Lei ha i capelli bagnati. E' bellissima. Perchè devo pensare?
La stringo al petto con tenerezza, come nei miei sogni più belli...
Come un ramo spezzato caduto in un lago nero creato dall'alta marea della nostalgia, scorro senza più volonta, effimero pezzo di legno.
Scorro leggero, ramo spezzato, sotto palme dimenticate.
Scorro cieco e finito, anima mutilata, mormorio invisibile oltre i grandi mari perduti.
Scorro inutile, senza una ragione, vago bagliore in lontananza, languido sospiro di ciò che fu, scorro lento, pigro, scorro nei vortici e per i declivi che mi aspettano, vado verso l'ombra e verso la luce, fratello del mondo, vado verso l'amore e verso l'abisso, figlio del Caos e della Notte, ricordando sempre quel giglio che un giorno il destino volle regalarmi... Yunia.
venerdì 2 luglio 2010
l'univers c'est moi
La rinuncia è liberazione. Non volere è potere.
Cos'altro mi può dare il mondo che la mia anima non mi abbia già dato?
E, se la mia anima non me lo può offrire, come potrà offrirmelo il mondo, se è con la mia anima che mi accosto ad esso?
Potrei andare a cercare la ricchezza in Oriente, ma non la ricchezza dell'anima, perchè la ricchezza della mia anima sono io, ed io sono questo, così come sono, con o senza Oriente.
Viaggia chi è incapace di sentire, il cielo interiore non muta con le latitudini.
Siamo tutti miopi, sopratutto verso noi stessi.
In fondo, nella nostra esperienza della terra vi sono solo due cose: l'universale e il particolare.
Descrivere l'universale significa descrivere ciò che è comune ad ogni anima umana e a tutta l'esperienza umana - il cielo vasto, con il giorno e la notte che in esso e da esso si succedono; i mari, le montagne con la loro tremula estensione, che custodiscono la maestosità dell'altezza nel segreto della profondità; i campi, le stagioni, le case , i volti, i gesti; l'abito e i sorrisi; l'amore e le guerre; i sentimenti, finiti e infiniti...
Nel descrivere l'universale tutti mi comprendono, l'idioma primitivo e adamitico funziona.
Ma quale linguaggio frammentario e babelico dovrei parlare (e parlo, col rischio di passare per un demente) allorchè dovessi descrivere il particolare, ad esempio l'ascensore del Tribunale di Velletri o i pantaloni di Peppino o il dialetto bestiale dei Genzanesi?
Queste cose sono accidenti superficiali; si possono sentire e descrivere con l'informe, non con l'universale.
Quello che nel laido ascensore del Tribunale di Velletri è universale è la meccanica che facilita il mondo.
Quello che nei pantaloni macchiati di Peppino è eterno è il gioco colorato degli abiti, linguaggio umano che crea finzione sociale che a suo modo è una nuova nudità...
Quello che nella pronuncia locale è universale è il timbro bestiale di persone che vivono in un ibrido mostruoso di neo-modernità e residui rurali...la diversità di tutti gli esseri, la successione variegata dei modi...
Eterni viandanti di noi stessi, non esiste altro paesaggio se non quello che siamo.
Non possediamo nulla, perchè non possediamo neppure noi stessi.
Non abbiamo niente perchè non siamo niente.
Verso quale universo potrei tendere la mano?
L'universo non è mio: sono io.
Cos'altro mi può dare il mondo che la mia anima non mi abbia già dato?
E, se la mia anima non me lo può offrire, come potrà offrirmelo il mondo, se è con la mia anima che mi accosto ad esso?
Potrei andare a cercare la ricchezza in Oriente, ma non la ricchezza dell'anima, perchè la ricchezza della mia anima sono io, ed io sono questo, così come sono, con o senza Oriente.
Viaggia chi è incapace di sentire, il cielo interiore non muta con le latitudini.
Siamo tutti miopi, sopratutto verso noi stessi.
In fondo, nella nostra esperienza della terra vi sono solo due cose: l'universale e il particolare.
Descrivere l'universale significa descrivere ciò che è comune ad ogni anima umana e a tutta l'esperienza umana - il cielo vasto, con il giorno e la notte che in esso e da esso si succedono; i mari, le montagne con la loro tremula estensione, che custodiscono la maestosità dell'altezza nel segreto della profondità; i campi, le stagioni, le case , i volti, i gesti; l'abito e i sorrisi; l'amore e le guerre; i sentimenti, finiti e infiniti...
Nel descrivere l'universale tutti mi comprendono, l'idioma primitivo e adamitico funziona.
Ma quale linguaggio frammentario e babelico dovrei parlare (e parlo, col rischio di passare per un demente) allorchè dovessi descrivere il particolare, ad esempio l'ascensore del Tribunale di Velletri o i pantaloni di Peppino o il dialetto bestiale dei Genzanesi?
Queste cose sono accidenti superficiali; si possono sentire e descrivere con l'informe, non con l'universale.
Quello che nel laido ascensore del Tribunale di Velletri è universale è la meccanica che facilita il mondo.
Quello che nei pantaloni macchiati di Peppino è eterno è il gioco colorato degli abiti, linguaggio umano che crea finzione sociale che a suo modo è una nuova nudità...
Quello che nella pronuncia locale è universale è il timbro bestiale di persone che vivono in un ibrido mostruoso di neo-modernità e residui rurali...la diversità di tutti gli esseri, la successione variegata dei modi...
Eterni viandanti di noi stessi, non esiste altro paesaggio se non quello che siamo.
Non possediamo nulla, perchè non possediamo neppure noi stessi.
Non abbiamo niente perchè non siamo niente.
Verso quale universo potrei tendere la mano?
L'universo non è mio: sono io.
lunedì 14 giugno 2010
venus
Nel corso dei mesi ho avuto modo di conoscere meglio "l'animale da prateria", una sanguisuga di provincia ipocrita e superficiale a cui piace essere corteggiata da un "intellettuale" come me mentre si fa sbattere da ex calciatori, ballerini brasiliani e altra gente del suo livello.
Ma, se ho idealizzato questa donna mediocre, la colpa è solo mia: è un errore che troppo spesso mi sono concesso, è l'errore conosciuto come innamoramento.
Frequentando una persona i lineamenti della stessa diventano più chiari, se ne intravedono i pregi come i limiti e i difetti, e se la coscienza (al pari del grillo di Pinocchio) ci vorrebbe vigili e critici verso l'altro, nel caso di una donna, un'erezione camuffata da sentimento (cos'altro è l'amore in fondo?) mette a tacere ogni coscienza...
L'opinione comune vuole che questo inganno della coscienza sia inevitabile, che non si abbia altra scelta se non quella di sbattere la testa contro il muro dell'amore e che nemmeno l'esperienza possa servire a qualcosa in questa palude seducente ("al cuor non si comanda" si dice...).
Accanto a questa vulgata, sta la constatazione (anch'essa frutto dell'opinione comune) che se si smettesse di andar dietro all'amore (alla fica di una donna, aggiungo io) la vita diventerebbe arida, senza entusiasmo, una sorta di frigida attesa senza più senso.
Che ognuno faccia quel che vuole.
Per quel che mi riguarda andare dietro all'amore, al profumo delle gonnelle, è tempo perso: e sopratutto è tempo perso illudersi di trovare "l'amore" tra le cosce aperte delle donne (lì c'è solo piacere).
Le vulve sono solo succosi frutti da assaggiare quando il caso ce li schiude davanti, e non c'è una sola ragione per cui si debba amare di per sé colei che ce ne fa dono solo perchè ce ne fa dono (per godere lei stessa del resto)...sinallagma di piaceri, nient'altro.
L'amore dell'uomo verso la donna è sempre un'erezione camuffata da sentimento, un istinto mascherato volto all'eiaculazione.
L'amore è pertanto quella graziosa forma di riconoscenza verso colei che ci ha fatto godere col suo corpo, riconoscenza che arriva sino alla demenza del matrimonio, della gelosia, della fedeltà (esclusività) tra i sessi, etc.
Il desiderio è ramingo, come la nota Venus Vagabunda di Lucrezio...
Ma, se ho idealizzato questa donna mediocre, la colpa è solo mia: è un errore che troppo spesso mi sono concesso, è l'errore conosciuto come innamoramento.
Frequentando una persona i lineamenti della stessa diventano più chiari, se ne intravedono i pregi come i limiti e i difetti, e se la coscienza (al pari del grillo di Pinocchio) ci vorrebbe vigili e critici verso l'altro, nel caso di una donna, un'erezione camuffata da sentimento (cos'altro è l'amore in fondo?) mette a tacere ogni coscienza...
L'opinione comune vuole che questo inganno della coscienza sia inevitabile, che non si abbia altra scelta se non quella di sbattere la testa contro il muro dell'amore e che nemmeno l'esperienza possa servire a qualcosa in questa palude seducente ("al cuor non si comanda" si dice...).
Accanto a questa vulgata, sta la constatazione (anch'essa frutto dell'opinione comune) che se si smettesse di andar dietro all'amore (alla fica di una donna, aggiungo io) la vita diventerebbe arida, senza entusiasmo, una sorta di frigida attesa senza più senso.
Che ognuno faccia quel che vuole.
Per quel che mi riguarda andare dietro all'amore, al profumo delle gonnelle, è tempo perso: e sopratutto è tempo perso illudersi di trovare "l'amore" tra le cosce aperte delle donne (lì c'è solo piacere).
Le vulve sono solo succosi frutti da assaggiare quando il caso ce li schiude davanti, e non c'è una sola ragione per cui si debba amare di per sé colei che ce ne fa dono solo perchè ce ne fa dono (per godere lei stessa del resto)...sinallagma di piaceri, nient'altro.
L'amore dell'uomo verso la donna è sempre un'erezione camuffata da sentimento, un istinto mascherato volto all'eiaculazione.
L'amore è pertanto quella graziosa forma di riconoscenza verso colei che ci ha fatto godere col suo corpo, riconoscenza che arriva sino alla demenza del matrimonio, della gelosia, della fedeltà (esclusività) tra i sessi, etc.
Il desiderio è ramingo, come la nota Venus Vagabunda di Lucrezio...
Soares
Soares (pseudonimo di Pessoa) vive tutto a metà, non riesce nè ad amare completamente i propri sogni di evasione e desiderio nè a voltare per sempre le spalle alla quotidiana schiavitù della sua piccola e grigia esistenza di impiegato contabile in una sartoria.
Resta inerte, schiacciato dalla coscienza della sua impotenza a vivere pienamente, tanto nel desiderio quanto nel disgusto.
Vorrebbe esiliarsi dalla vita ma non ne è in grado: perciò decanta l'esilio, il sonno, il sogno, la morte...
Tutta la poesia del libro è un inno a questa mancata liberazione, a questa sconfitta della volontà che non fa altro che umiliare sé stessa per preservarsi meglio dall'oblio...
Si sarebbe tentati di definire Soares un romantico, ma i suoi sogni si sgretolano tutti in un attimo, sempre per colpa di una stanchezza atavica, i suoi desideri si sciolgono come cera, nascono troppo deboli per sopravvivere...
Un romantico fallito? No purtroppo (ma poi perchè mai purtroppo?) perchè Soares fallisce ancor prima di diventare un romantico, abortisce i suoi sogni e i suoi desideri ancor prima di ergerli a propri baluardi (come fa il romantico)...partorisce sogni solo per affogarli appena nati...
Un nichilista? Nemmeno, il nichilista spregia la vita e poi, se è veramente tale, toglie il disturbo, si congeda lanciandosi dal balcone o penzolando con un cappio al collo: non così Soares, il quale non spregia la vita in sé ma solo la sua...il mondo esterno gli è indifferente , quasi estraneo, l'unica realtà che conosce si svolge nel raggio di un chilometro: Rua dos Douradores, i lampioni, la finestra della stanza, l'ufficio, il cameriere della locanda, il titolare della sartoria, la pioggia , il vento, i registri, il Tago, la curva dei monti, i parchi pubblici, la Baixa, la spiaggia, l'ora del tè...queste sono le uniche cose che per lui hanno un senso.
Soares non è nichilista perchè è legato morbosamente alla sua esistenza di impiegato, fedele ad ogni sterile gesto del suo vivere quotidiano: disprezza sè stesso perchè è attaccato a tutte queste futili abitudini, a ogni infima particella di pulviscolo che galleggia nell'aria che respira...e non riuscendo a superare questa contraddizione, vive a metà, dolosamente...
Che cosa è allora Bernardo Soares?
E' la coscienza, inizialmente e apparentemente inquieta ma in fondo e alla fine acquietata, del fallimento.
E' il sentimento zoppicante che alla fine si ritrae come la schiuma del mare, è la bruma notturna che si schiude sull'apparire, è un adagiarsi senza più volere...
Ogni uomo ha inscritto nel suo destino il fallimento, figlio della caducità e della fragilità del suo essere.
Ma nessuno è così onesto da riconoscere questa semplice verità.
L'insulso orgoglio umano esige sempre la lotta, la competizione, l'opera, il risultato, la vittoria...per questo tutti si affannano a mascherare la loro essenza che li vuole effimeri come tutte le cose.
Soares va controcorrente. La sua abiura redime la viltà.
Soares è un'eroe perchè è un fallito. Perchè ha il coraggio di dirlo...
Resta inerte, schiacciato dalla coscienza della sua impotenza a vivere pienamente, tanto nel desiderio quanto nel disgusto.
Vorrebbe esiliarsi dalla vita ma non ne è in grado: perciò decanta l'esilio, il sonno, il sogno, la morte...
Tutta la poesia del libro è un inno a questa mancata liberazione, a questa sconfitta della volontà che non fa altro che umiliare sé stessa per preservarsi meglio dall'oblio...
Si sarebbe tentati di definire Soares un romantico, ma i suoi sogni si sgretolano tutti in un attimo, sempre per colpa di una stanchezza atavica, i suoi desideri si sciolgono come cera, nascono troppo deboli per sopravvivere...
Un romantico fallito? No purtroppo (ma poi perchè mai purtroppo?) perchè Soares fallisce ancor prima di diventare un romantico, abortisce i suoi sogni e i suoi desideri ancor prima di ergerli a propri baluardi (come fa il romantico)...partorisce sogni solo per affogarli appena nati...
Un nichilista? Nemmeno, il nichilista spregia la vita e poi, se è veramente tale, toglie il disturbo, si congeda lanciandosi dal balcone o penzolando con un cappio al collo: non così Soares, il quale non spregia la vita in sé ma solo la sua...il mondo esterno gli è indifferente , quasi estraneo, l'unica realtà che conosce si svolge nel raggio di un chilometro: Rua dos Douradores, i lampioni, la finestra della stanza, l'ufficio, il cameriere della locanda, il titolare della sartoria, la pioggia , il vento, i registri, il Tago, la curva dei monti, i parchi pubblici, la Baixa, la spiaggia, l'ora del tè...queste sono le uniche cose che per lui hanno un senso.
Soares non è nichilista perchè è legato morbosamente alla sua esistenza di impiegato, fedele ad ogni sterile gesto del suo vivere quotidiano: disprezza sè stesso perchè è attaccato a tutte queste futili abitudini, a ogni infima particella di pulviscolo che galleggia nell'aria che respira...e non riuscendo a superare questa contraddizione, vive a metà, dolosamente...
Che cosa è allora Bernardo Soares?
E' la coscienza, inizialmente e apparentemente inquieta ma in fondo e alla fine acquietata, del fallimento.
E' il sentimento zoppicante che alla fine si ritrae come la schiuma del mare, è la bruma notturna che si schiude sull'apparire, è un adagiarsi senza più volere...
Ogni uomo ha inscritto nel suo destino il fallimento, figlio della caducità e della fragilità del suo essere.
Ma nessuno è così onesto da riconoscere questa semplice verità.
L'insulso orgoglio umano esige sempre la lotta, la competizione, l'opera, il risultato, la vittoria...per questo tutti si affannano a mascherare la loro essenza che li vuole effimeri come tutte le cose.
Soares va controcorrente. La sua abiura redime la viltà.
Soares è un'eroe perchè è un fallito. Perchè ha il coraggio di dirlo...
venerdì 11 giugno 2010
rondini
Da questa terrazza, da Poggi d'oro, si è tentati di ritenersi dei.
L'estate è la stagione in cui risorgono le energie, i veri ormoni sono i colori: Pissarro e Van Gogh probabilmente non erano solo uomini, erano nervi scoperti, sensibili alla impercettibile declinazione del rosa e dell'azzurro terso sovrastante campagne e uliveti.
Ogni anno risorge quest'esplosione di colori, si ha l'impressione che vivere non serva a nient'altro che a godere di essi; che non serva nient'altro all'infuori di un bosco, una campagna o un paesaggio con in fondo il mare. E' fantastico...
Tutto il misticismo dei saperi ctoni e delle culture cicliche riposava su questo incanto, sulla resurrezione della natura e dei suoi colori, per cui nulla andava perso in seno alla madre terra, e attraverso il gelo e la morte dell'inverno andava ricomponendosi la bellezza sempre vergine del mondo, culminante nella estate.
Il ciclo regolava le vite e dava forma ai fenomeni: in tal senso tutto torna e niente è perduto...
Guardando una formica pensiamo ad una specie, non ad un'essere distinto dai suoi simili, una specie sempre conforme e chiusa nella sua dimensione univoca e specifica: insomma per noi una formica vale l'altra.
Non così pensiamo a noi stessi: ogni uomo, a cominciare da ciascuno, pensa sé stesso e gli altri non come specie -univoca e dai componenti indistinti- ma come singolarità unica e differenziata, le cui "differenze" dall'altro o dagli altri costituirebbero addirittura il tratto peculiare dell'essere umano...
Operazione arbitraria? In fondo si. Dall'alto tutti gli uomini appaiono come formiche, perciò la loro asserita diversità è, per così dire, solo "affar loro", insignificante rispetto alla madre che incessantemente li genera e li sotterra.
L'uomo non è il fine del mondo, il figlio privilegiato della terra, nè ha un padre chiamato Dio che lo osserva e lo premia.
E' il frutto del caso ed è fratello della più minuscola formica.
Tra di essi c'è solo una differenza di forma, quantità e modalità: la sostanza è la stessa, materia mortale...
Le rondini attraversano il cielo senza chiedersi perché. Ogni perché è superfluo.
Solo colori radiosi e cinguettii.
L'incanto sembra interminabile.
L'estate è la stagione in cui risorgono le energie, i veri ormoni sono i colori: Pissarro e Van Gogh probabilmente non erano solo uomini, erano nervi scoperti, sensibili alla impercettibile declinazione del rosa e dell'azzurro terso sovrastante campagne e uliveti.
Ogni anno risorge quest'esplosione di colori, si ha l'impressione che vivere non serva a nient'altro che a godere di essi; che non serva nient'altro all'infuori di un bosco, una campagna o un paesaggio con in fondo il mare. E' fantastico...
Tutto il misticismo dei saperi ctoni e delle culture cicliche riposava su questo incanto, sulla resurrezione della natura e dei suoi colori, per cui nulla andava perso in seno alla madre terra, e attraverso il gelo e la morte dell'inverno andava ricomponendosi la bellezza sempre vergine del mondo, culminante nella estate.
Il ciclo regolava le vite e dava forma ai fenomeni: in tal senso tutto torna e niente è perduto...
Guardando una formica pensiamo ad una specie, non ad un'essere distinto dai suoi simili, una specie sempre conforme e chiusa nella sua dimensione univoca e specifica: insomma per noi una formica vale l'altra.
Non così pensiamo a noi stessi: ogni uomo, a cominciare da ciascuno, pensa sé stesso e gli altri non come specie -univoca e dai componenti indistinti- ma come singolarità unica e differenziata, le cui "differenze" dall'altro o dagli altri costituirebbero addirittura il tratto peculiare dell'essere umano...
Operazione arbitraria? In fondo si. Dall'alto tutti gli uomini appaiono come formiche, perciò la loro asserita diversità è, per così dire, solo "affar loro", insignificante rispetto alla madre che incessantemente li genera e li sotterra.
L'uomo non è il fine del mondo, il figlio privilegiato della terra, nè ha un padre chiamato Dio che lo osserva e lo premia.
E' il frutto del caso ed è fratello della più minuscola formica.
Tra di essi c'è solo una differenza di forma, quantità e modalità: la sostanza è la stessa, materia mortale...
Le rondini attraversano il cielo senza chiedersi perché. Ogni perché è superfluo.
Solo colori radiosi e cinguettii.
L'incanto sembra interminabile.
martedì 8 giugno 2010
postruosità
Dorian Grey (ancora tu? ma non ti avevo pregato di accomodarti altrove? E per sempre possibilmente...) ingenuamente si scandalizza perché qui non è possibile lasciare commenti.
Visto le porcherie che scrive, lettere infami, scadenti, prive di alcun valore letterario, umano, intellettivo, era il minimo che potesse aspettarsi.
Lasceresti imbrattare il tuo diario dalla merda di un uccello? io no.
L'ennesima lunga, noiosa e sterile lettera di un fantasma...
Parole, parole, apologie: che nausea! Scrivi qualcosa di intelligente perdio!
Qualche panto-novelas (la mamma che piange, lui che corre all'ospedale con la patta ancora aperta), un materialismo inetto e becero (carbonare, buste di arance, alimentatori per computer scassati) per giustificare la sua mediocrità, concetti-sterco (ma è fargli un complimento attribuirgli concetti), specchi convessi che riflettono la sua stessa immagine morta, immagine di un Dorian Grey dei Landi.
Un cadavere imbellettato che "profuma" come tutti i morti imbalsamati (ma che a ben vedere puzza come tutti i morti).
Grazie per le cene senza invito (innaffiate con un decente vino altrui) umbratile fantasma, ma non sono sufficienti a "redimerti" dalla tua falsità (la tua seconda spina dorsale?)
L'ossessione quasi faraonica verso il suo corpo marcio e consumato da stupefacenti gli fa credere che non lo si possa che amare...povero illuso.
Ma di che sto parlando? Di un fantasma? Suvvia, non ho mai creduto ai fantasmi...e poi Dorian Grey è nessuno, lacerato il dipinto, distrutto lo specchio nemmeno i frammenti si ricorderanno più di lui.
Visto le porcherie che scrive, lettere infami, scadenti, prive di alcun valore letterario, umano, intellettivo, era il minimo che potesse aspettarsi.
Lasceresti imbrattare il tuo diario dalla merda di un uccello? io no.
L'ennesima lunga, noiosa e sterile lettera di un fantasma...
Parole, parole, apologie: che nausea! Scrivi qualcosa di intelligente perdio!
Qualche panto-novelas (la mamma che piange, lui che corre all'ospedale con la patta ancora aperta), un materialismo inetto e becero (carbonare, buste di arance, alimentatori per computer scassati) per giustificare la sua mediocrità, concetti-sterco (ma è fargli un complimento attribuirgli concetti), specchi convessi che riflettono la sua stessa immagine morta, immagine di un Dorian Grey dei Landi.
Un cadavere imbellettato che "profuma" come tutti i morti imbalsamati (ma che a ben vedere puzza come tutti i morti).
Grazie per le cene senza invito (innaffiate con un decente vino altrui) umbratile fantasma, ma non sono sufficienti a "redimerti" dalla tua falsità (la tua seconda spina dorsale?)
L'ossessione quasi faraonica verso il suo corpo marcio e consumato da stupefacenti gli fa credere che non lo si possa che amare...povero illuso.
Ma di che sto parlando? Di un fantasma? Suvvia, non ho mai creduto ai fantasmi...e poi Dorian Grey è nessuno, lacerato il dipinto, distrutto lo specchio nemmeno i frammenti si ricorderanno più di lui.
mercoledì 19 maggio 2010
pour le plaisir
Dissi la verita'
Prima di tutti
a coloro che amai
Nessuno lo merito' : per questo dovettero odiarmi
Infine abdicai
e giunsi nel deserto
Non mi benediro' mai abbastanza
La speranza e' la forma normale del delirio
Tormento?
Macche'! Non vedi che non so bere ne' fumare?
Dal magazzino della pazzia deriva un po' di vitalita'
Uno squillo di Noemi e parto
brividi sulla nuca e il cazzo duro come pietra
Noe' avrebbe dovuto affondare la sua barca
e guardare le candide colombe
librarsi libere e mai tristi nel cielo
Si vive nel falso finche' non si e' sofferto
Poi si entra nel vero...e si rimpiange il falso
Gettare nella spazzatura tutte le Bibbie
Smettere con un sorriso di cercare
Smettere di ribellarsi troppo o non si avra' piu' forza se non per la disperazione
Nausicaa Ti trovero'!
E' una bella prigione il mondo?
Un vero amore non sa parlare
Per questo il mondo tace
Prima di tutti
a coloro che amai
Nessuno lo merito' : per questo dovettero odiarmi
Infine abdicai
e giunsi nel deserto
Non mi benediro' mai abbastanza
La speranza e' la forma normale del delirio
Tormento?
Macche'! Non vedi che non so bere ne' fumare?
Dal magazzino della pazzia deriva un po' di vitalita'
Uno squillo di Noemi e parto
brividi sulla nuca e il cazzo duro come pietra
Noe' avrebbe dovuto affondare la sua barca
e guardare le candide colombe
librarsi libere e mai tristi nel cielo
Si vive nel falso finche' non si e' sofferto
Poi si entra nel vero...e si rimpiange il falso
Gettare nella spazzatura tutte le Bibbie
Smettere con un sorriso di cercare
Smettere di ribellarsi troppo o non si avra' piu' forza se non per la disperazione
Nausicaa Ti trovero'!
E' una bella prigione il mondo?
Un vero amore non sa parlare
Per questo il mondo tace
martedì 18 maggio 2010
abscheulich
E se godessi...
di una torva e magica epilessi!
Di gelsi e messi;
Ah Dioniso come mi sei mancato
avrei dovuto farti a pezzi
con un blues lieve e ben consumato
Sacerdotesse di Deimos:
Che noi siamo ancora vivi, questa e' la nostra colpa;
ora tenue ora rosso
senza battesimo e puro fino all'osso
Redentore della causalita'!
Sibilla!
Solo il canto sulla terra
consacra e celebra...
Nel petto sono le stelle del destino
auriga oziosa
ebra e cieca
conduci senza posa
ai Mari Morti
Grido di Sileno
Ti sento dovunque
Guai se ti coglie la nostalgia della terra...
La sfinge seppe
percio' tacque
Misteriosi amplessi!
Parlatemi dunque
Ditemi perche' presso di Voi non dimora felicita' irrevocabile!
Vi diro' il vero figli del caso:
per tornare innocenti
dovrete immolarvi
e morire piu' di una volta
Portata dal canto serale delle cicale
l'oscurita' divenne Bellezza:
Odi?
...il muto vibrare di stelle ignote...
di una torva e magica epilessi!
Di gelsi e messi;
Ah Dioniso come mi sei mancato
avrei dovuto farti a pezzi
con un blues lieve e ben consumato
Sacerdotesse di Deimos:
Che noi siamo ancora vivi, questa e' la nostra colpa;
ora tenue ora rosso
senza battesimo e puro fino all'osso
Redentore della causalita'!
Sibilla!
Solo il canto sulla terra
consacra e celebra...
Nel petto sono le stelle del destino
auriga oziosa
ebra e cieca
conduci senza posa
ai Mari Morti
Grido di Sileno
Ti sento dovunque
Guai se ti coglie la nostalgia della terra...
La sfinge seppe
percio' tacque
Misteriosi amplessi!
Parlatemi dunque
Ditemi perche' presso di Voi non dimora felicita' irrevocabile!
Vi diro' il vero figli del caso:
per tornare innocenti
dovrete immolarvi
e morire piu' di una volta
Portata dal canto serale delle cicale
l'oscurita' divenne Bellezza:
Odi?
...il muto vibrare di stelle ignote...
lunedì 17 maggio 2010
addio Egitto
Venerdi' prossimo, se quel porco di Allah vuole, saro' di nuovo a casa.
Fine dell'avventura in Egitto.
Questa breve avventura naturalmente non e' servita a nulla.
A parte il blog, le letture...e finire GTA IV, non ho trovato niente d'interessante.
Le belle palme, i deliziosi fiori di gelsomino e ibiscus sono le uniche cose di cui la mia memoria si ricordera' con piacere.
Scrivendo cio' non provo assolutamente alcuna tristezza o delusione, sono solo lucido e razionale.
Questi giorni di quasi totale prigionia mi hanno solo dato la possibilita' di pensare di piu', pensare e scrivere per vincere la noia e la calura di questo posto alieno e vano in cui sono capitato, per fortuna temporaneamente.
Aborrisco piramidi, deserto, moschee e centri commerciali; tutti immischiati in un'orgia pazzesca e orrida.
Il libero vagare con cui colmo molte delle mie giornate oziose mi da' una gioia incommensurabile: invece questo languire senza scopo ne' senso in una landa polverosa e arida mi e' insopportabile.
L'altro giorno ho portato da bere in una pentola a un povero pastore tedesco legato sotto il sole ad una catena e senza un goccio d'acqua, c'erano circa 45 gradi.
Ho commesso una violazione di domicilio, ma ho avuto coraggio e ne sono fiero.
Ho imparato a darmi pacche sulle spalle da solo.
Se i proprietari del lupo o qualcun altro mi avesse "redarguito", credo che avrei potuto copirlo...
Oggi il lupo non c'e'...chissa', forse i mostri umani si sono inteneriti.
Corrado e' un osso duro, a settant'anni sopporta solitudine, sottosviluppo e noia: certo, in cambio di una bella retribuzione... tuttavia credo che anche lui si sia stufato dell'Egitto, la sua collina sul Golfo del Cilento e' immensamente piu' bella di qualsiasi oasi...
Insomma: ancora una volta niente, come immaginavo.
Sento il vigore di un leone adulto.
Il mappamondo mi guarda con la sensualita' di una vergine che vuole godere.
A trentacinque anni non so chi sono e che ne sara' di me.
Ma la vergine dallo sguardo seducente sembra invitarmi a fottermene, una volta per tutte.
Fine dell'avventura in Egitto.
Questa breve avventura naturalmente non e' servita a nulla.
A parte il blog, le letture...e finire GTA IV, non ho trovato niente d'interessante.
Le belle palme, i deliziosi fiori di gelsomino e ibiscus sono le uniche cose di cui la mia memoria si ricordera' con piacere.
Scrivendo cio' non provo assolutamente alcuna tristezza o delusione, sono solo lucido e razionale.
Questi giorni di quasi totale prigionia mi hanno solo dato la possibilita' di pensare di piu', pensare e scrivere per vincere la noia e la calura di questo posto alieno e vano in cui sono capitato, per fortuna temporaneamente.
Aborrisco piramidi, deserto, moschee e centri commerciali; tutti immischiati in un'orgia pazzesca e orrida.
Il libero vagare con cui colmo molte delle mie giornate oziose mi da' una gioia incommensurabile: invece questo languire senza scopo ne' senso in una landa polverosa e arida mi e' insopportabile.
L'altro giorno ho portato da bere in una pentola a un povero pastore tedesco legato sotto il sole ad una catena e senza un goccio d'acqua, c'erano circa 45 gradi.
Ho commesso una violazione di domicilio, ma ho avuto coraggio e ne sono fiero.
Ho imparato a darmi pacche sulle spalle da solo.
Se i proprietari del lupo o qualcun altro mi avesse "redarguito", credo che avrei potuto copirlo...
Oggi il lupo non c'e'...chissa', forse i mostri umani si sono inteneriti.
Corrado e' un osso duro, a settant'anni sopporta solitudine, sottosviluppo e noia: certo, in cambio di una bella retribuzione... tuttavia credo che anche lui si sia stufato dell'Egitto, la sua collina sul Golfo del Cilento e' immensamente piu' bella di qualsiasi oasi...
Insomma: ancora una volta niente, come immaginavo.
Sento il vigore di un leone adulto.
Il mappamondo mi guarda con la sensualita' di una vergine che vuole godere.
A trentacinque anni non so chi sono e che ne sara' di me.
Ma la vergine dallo sguardo seducente sembra invitarmi a fottermene, una volta per tutte.
martedì 11 maggio 2010
don giovanni
La figura di Don Giovanni e' stata raffigurata con tratti diversi, ma tutti riconducibili a un tipo umano fino a ieri respinto dalla morale generale.
In Mozart spicca il falsario, il bugiardo, l'ingannatore.
In Molière l'uomo senza scrupoli, l'ateo cinico e razionale simile a quello partorito da De Sade.
In Kierkegaard l'attenzione si sposta dall'uomo alla scelta dell'uomo: non l'uomo in quanto tale suscita riprovazione ma la sua scelta, perche' scegliendo di non legarsi a nulla il libertino cade nella noia e nel non senso; e a questo punto Don Giovanni fa pena, l'angoscia che ne emerge non e' dissimile da quella del ligio conformista.
Insomma: pur essendo padrone della propria esistenza, il destino di Don Giovanni -intessuto di noia, cinismo e falsita'- non puo' che sfociare nell'infelicita' e nella riprovazione sociale e morale.
La storia conosce Don Giovanni.
Nell'antica Roma era il ricco crapulone che si abbandonava all'episodio orgiastico.
La lunga censura del Cristianesimo produsse la strega (la seconda donna Don Giovanni dopo la baccante?) e il rogo.
Nel rinascimento il libertino assunse i panni del potere: del papa dissoluto e del ricco mercante o prestatore di danaro con interesse.
Idem nel settecento: il monarca assoluto e lo svogliato e mondano aristocratico di corte ne furono gli epigoni.
Nell'ottocento Don Giovanni fu visto nel dandy, nell'esteta romantico che fugge dalla meschina societa' puritana in cerca di una liberta' assoluta che il mondo sembra negargli.
Nel novecento abbiamo un'esteta arrogante e pretenzioso che si trastulla con un po' di potere, denaro e belle donne: Gabriele D'annunzio ne incarna a perfezione il tipo, ma anche il geniale Dali'.
L'anima di Don Giovanni ha percio' percorso i secoli incarnandosi un'infinita' di volte: da baccante a strega, da papa a dandy, fino ad oggi...
A questo punto chi ha letto sin qui si domandera' lecitamente che volto ha oggi Don Giovanni, da chi e' meglio rappresentato.
E la risposta e' presto data: da Fabrizio Corona e dai suoi infiniti cloni che fuoriescono come merda dalle scuole e dagli infimi luoghi d'aggregazione della massa giovanile.
Questo esemplare moderno di Don Giovanni -Fabrizio Corona, il tronista della De Filippi, il teppista anarcoide del Grande Fratello, il cantante rap di colore alla Snoop doggy dog, che racchiude in se' tutte le piu' infami e ignobili qualita' umane: avidita', cinismo, falsita', prepotenza, violenza, esibizionismo becero, negazione di ogni umilta' e pieta'- questo esemplare, dicevo, e' diventato desiderabile socialmente...mentre prima era deprecato.
Perche'? Perche' agli occhi della ottusa massa e' un vincente: donne, lusso, divertisment sono la sua patente sociale, gli unici titoli di prestigio che ormai vigono per l'uomo-massa, per il consumatore moderno...
La morale, non solo quella cristiana, ha perso.
La storia e' cambiata, sotto il segno di questo novello De Sade, il Don Giovanni moderno.
Ma De Sade, almeno lui, il diritto al "male" (solo letterario peraltro) se lo guadagno' onestamente con la prigione, il manicomio a vita, lo spettacolo atroce della ghigliottina, l'emarginazione sociale.
I Don Giovanni moderni devono soltanto trovare un buon manager, al pari dei calciatori, e apparire in tv; con qualche tatuaggio, parolaccia e precedente penale si e' gia' a meta' strada verso l'olimpo.
In Mozart spicca il falsario, il bugiardo, l'ingannatore.
In Molière l'uomo senza scrupoli, l'ateo cinico e razionale simile a quello partorito da De Sade.
In Kierkegaard l'attenzione si sposta dall'uomo alla scelta dell'uomo: non l'uomo in quanto tale suscita riprovazione ma la sua scelta, perche' scegliendo di non legarsi a nulla il libertino cade nella noia e nel non senso; e a questo punto Don Giovanni fa pena, l'angoscia che ne emerge non e' dissimile da quella del ligio conformista.
Insomma: pur essendo padrone della propria esistenza, il destino di Don Giovanni -intessuto di noia, cinismo e falsita'- non puo' che sfociare nell'infelicita' e nella riprovazione sociale e morale.
La storia conosce Don Giovanni.
Nell'antica Roma era il ricco crapulone che si abbandonava all'episodio orgiastico.
La lunga censura del Cristianesimo produsse la strega (la seconda donna Don Giovanni dopo la baccante?) e il rogo.
Nel rinascimento il libertino assunse i panni del potere: del papa dissoluto e del ricco mercante o prestatore di danaro con interesse.
Idem nel settecento: il monarca assoluto e lo svogliato e mondano aristocratico di corte ne furono gli epigoni.
Nell'ottocento Don Giovanni fu visto nel dandy, nell'esteta romantico che fugge dalla meschina societa' puritana in cerca di una liberta' assoluta che il mondo sembra negargli.
Nel novecento abbiamo un'esteta arrogante e pretenzioso che si trastulla con un po' di potere, denaro e belle donne: Gabriele D'annunzio ne incarna a perfezione il tipo, ma anche il geniale Dali'.
L'anima di Don Giovanni ha percio' percorso i secoli incarnandosi un'infinita' di volte: da baccante a strega, da papa a dandy, fino ad oggi...
A questo punto chi ha letto sin qui si domandera' lecitamente che volto ha oggi Don Giovanni, da chi e' meglio rappresentato.
E la risposta e' presto data: da Fabrizio Corona e dai suoi infiniti cloni che fuoriescono come merda dalle scuole e dagli infimi luoghi d'aggregazione della massa giovanile.
Questo esemplare moderno di Don Giovanni -Fabrizio Corona, il tronista della De Filippi, il teppista anarcoide del Grande Fratello, il cantante rap di colore alla Snoop doggy dog, che racchiude in se' tutte le piu' infami e ignobili qualita' umane: avidita', cinismo, falsita', prepotenza, violenza, esibizionismo becero, negazione di ogni umilta' e pieta'- questo esemplare, dicevo, e' diventato desiderabile socialmente...mentre prima era deprecato.
Perche'? Perche' agli occhi della ottusa massa e' un vincente: donne, lusso, divertisment sono la sua patente sociale, gli unici titoli di prestigio che ormai vigono per l'uomo-massa, per il consumatore moderno...
La morale, non solo quella cristiana, ha perso.
La storia e' cambiata, sotto il segno di questo novello De Sade, il Don Giovanni moderno.
Ma De Sade, almeno lui, il diritto al "male" (solo letterario peraltro) se lo guadagno' onestamente con la prigione, il manicomio a vita, lo spettacolo atroce della ghigliottina, l'emarginazione sociale.
I Don Giovanni moderni devono soltanto trovare un buon manager, al pari dei calciatori, e apparire in tv; con qualche tatuaggio, parolaccia e precedente penale si e' gia' a meta' strada verso l'olimpo.
lunedì 10 maggio 2010
quia absurdum
A volte provo a immaginare Dostoevskij o Kierkegaard al giorno d'oggi.
Cosa avrebbero pensato? Come avrebbero reagito?
Cosa avrebbe scritto la loro penna?
Avrebbero indugiato nelle loro stanze se perdonare o condannare gli uomini?
Abbiamo scoperto che il mondo e' "innocente": che uno tsunami e' meno colpevole non solo di un Bush o di un Ahmadinejad qualsiasi, ma persino del nostro vicino di casa.
Anzi, uno tsunami o un terremoto sono quasi desiderabili a certi uomini e al prodotto di certi uomini: guerre, inquinamento, plastica, benzina, bombe atomiche...veleni lenti oppure definitivi, in grado di cancellare l'ultimo filo d'erba sulla terra.
Non posso immaginare un mondo dove non vengano piu' alla luce geni o eccezioni; eppure e' la realta': l'epoca moderna e' la fine del genio, come artista, poeta, scrittore, pensatore, compositore.
Solo lo scienziato e' possibile e riverito dalla modernita': e solo se dal suo sapere si puo' dominare o lucrare in qualche modo.
La scoperta scientifica si afferma solo se vende o se consente una possibilita' di dominio.
E la scienza non e' affatto al servizio del bene e di tutti, ma solo di chi puo' permettersela; mentre e' invariabilmente contro gli altri viventi (gli animali) e l'ecosistema: li usa come mezzi, come cavie, senza pieta'.
La distruzione e la prevaricazione delle vite, degli animali, della flora, e' diventato il sistema di dominio e sostentamento della modenita' di stampo occidentale: eppure popoli che subirono genocidi e umiliazioni come i pellerossa e gli indios, vivevano in pace e armonia con il mondo; non avevano bisogno delle Stato, delle macchine, di estrarre petrolio e oro e nemmeno degli shuttles e degli acceleratori di particelle.
Cosa avrebbero pensato? Come avrebbero reagito?
Cosa avrebbe scritto la loro penna?
Avrebbero indugiato nelle loro stanze se perdonare o condannare gli uomini?
Abbiamo scoperto che il mondo e' "innocente": che uno tsunami e' meno colpevole non solo di un Bush o di un Ahmadinejad qualsiasi, ma persino del nostro vicino di casa.
Anzi, uno tsunami o un terremoto sono quasi desiderabili a certi uomini e al prodotto di certi uomini: guerre, inquinamento, plastica, benzina, bombe atomiche...veleni lenti oppure definitivi, in grado di cancellare l'ultimo filo d'erba sulla terra.
Non posso immaginare un mondo dove non vengano piu' alla luce geni o eccezioni; eppure e' la realta': l'epoca moderna e' la fine del genio, come artista, poeta, scrittore, pensatore, compositore.
Solo lo scienziato e' possibile e riverito dalla modernita': e solo se dal suo sapere si puo' dominare o lucrare in qualche modo.
La scoperta scientifica si afferma solo se vende o se consente una possibilita' di dominio.
E la scienza non e' affatto al servizio del bene e di tutti, ma solo di chi puo' permettersela; mentre e' invariabilmente contro gli altri viventi (gli animali) e l'ecosistema: li usa come mezzi, come cavie, senza pieta'.
La distruzione e la prevaricazione delle vite, degli animali, della flora, e' diventato il sistema di dominio e sostentamento della modenita' di stampo occidentale: eppure popoli che subirono genocidi e umiliazioni come i pellerossa e gli indios, vivevano in pace e armonia con il mondo; non avevano bisogno delle Stato, delle macchine, di estrarre petrolio e oro e nemmeno degli shuttles e degli acceleratori di particelle.
"Quando avrete abbattuto l'ultimo albero, quando avrete pescato l'ultimo pesce, quando avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro."
(Toro seduto)
Neanche la fede in Dio e' piu' possibile presso il moderno.
Mai Dio e' stato cosi' assente e in silenzio come oggi.
Si badi: per Dio intendo l'onesto e tribolato credente... si e' estinto anche lui?
Come avrebbero potuto continuare a credere Dostoevskij o Kierkegaard?
Non si puo' credere quia absurdum e andare a letto con buona coscienza...non piu', non oggi.
Forse neanche Pascal oggi avrebbe scommesso su Dio, visto cio' che gli uomini possono fare e fanno.
Ecco una domanda che ci porrebbe un ipotetico personaggio dostoevskijano oggi:
"Escludendo la paura del dolore fisico, non riesco ancora a trovare un solo motivo logico per cui non dovrei gettarmi da questo balcone. Sareste voi moderni in grado di indicarmene uno? Uno che non sia Dio?"
sabato 8 maggio 2010
zingara
Zingara indomita, puttana vai per il mondo,
padrona di Te, libera e senza lenone.
Oggi qui, domani chissa'...
La tua patria e' ovunque, la tua casa e' di tutti.
Dove vai?
Cosa cerchi?
Di chi e' la tua anima?
Del miglior offerente?
Del vile danaro degli uomini?
Quando avra' fine il tuo vagare?
Che farsene d'un corpo senza anima
o di un'anima senza corpo?
La beatitudine si puo' comperare,
ma non la salvezza.
Gli uomini scelsero:
beatitudine senza salvezza; e corpo senz'anima.
Zingara indomita, ribelle per natura
il prete penso' che a casa a pascere figli saresti tornata una volta rimosse le catene;
ma si sbaglio': e t'imbarcasti senza ritorno.
Nessuno sfugge al destino: cosi' t'insegnaron a vivere;
e cosi' il destino fu il primo dei tuoi panni a cadere.
Nuda ai miei occhi mi sembrasti una Venere;
poi finito l'amplesso, oblio e cenere.
Zingara indomita, maledetta da Dio e dalle donne
col Tuo nome vergasti le mura di Babilonia
Dove sei? gridano gli uomini
e nel Tuo seno di madre perdono lieti il loro seme
Dove sei, orfana di Dio?
Anche tu vaghi senza meta?
Lontano dal mondo
Con Te voglio giacere.
padrona di Te, libera e senza lenone.
Oggi qui, domani chissa'...
La tua patria e' ovunque, la tua casa e' di tutti.
Dove vai?
Cosa cerchi?
Di chi e' la tua anima?
Del miglior offerente?
Del vile danaro degli uomini?
Quando avra' fine il tuo vagare?
Che farsene d'un corpo senza anima
o di un'anima senza corpo?
La beatitudine si puo' comperare,
ma non la salvezza.
Gli uomini scelsero:
beatitudine senza salvezza; e corpo senz'anima.
Zingara indomita, ribelle per natura
il prete penso' che a casa a pascere figli saresti tornata una volta rimosse le catene;
ma si sbaglio': e t'imbarcasti senza ritorno.
Nessuno sfugge al destino: cosi' t'insegnaron a vivere;
e cosi' il destino fu il primo dei tuoi panni a cadere.
Nuda ai miei occhi mi sembrasti una Venere;
poi finito l'amplesso, oblio e cenere.
Zingara indomita, maledetta da Dio e dalle donne
col Tuo nome vergasti le mura di Babilonia
Dove sei? gridano gli uomini
e nel Tuo seno di madre perdono lieti il loro seme
Dove sei, orfana di Dio?
Anche tu vaghi senza meta?
Lontano dal mondo
Con Te voglio giacere.
giovedì 6 maggio 2010
dépravé
In questa Italia misera e meschina manca una figura onesta e forte che non tema l'infimo giudizio di cattolici, borghesucci di sinistra e destra, benpensanti ipocriti e libertari da quattro soldi.
Manca cioe' l'intellettuale integrale e integerrimo, come furono Pasolini, Calvino, Sciascia; l'artista scevro dal lucro come Van Gogh; il poeta temerario come Carducci.
Abbiamo invece solo caricature untuose e asservite al sistema, come quel rancido avanzo di Vittorio Sgarbi.
La sinistra non esiste, e' stata comprata per due lire da Berlusconi al (e dal) libero mercato.
In questo scenario orribile manca persino la figura del vero libertino (secondo i dettami del costume e della morale imperante chiaramente) ...cioe' di colui che ha la buona coscienza della propria condotta socialmente riprovata...
Questo libertino, di stampo ottocentesco, e' superato per sempre: la tv e i videogiochi lo hanno superato...
In una societa' come la nostra, ove piu' nulla e' considerato riprovevole, grazie alle leggi del mercato, allora solo la buona coscienza puo' e deve essere riprovata, perche' e' il segno che ogni coscienza si e' assuefatta allo spettacolo...
Non perche' la societa' (o il diritto naturale della Chiesa) gli ha accordato questo o quel capriccio, ma perche' non ne e' piu' in grado lui di formularne uno: per questo il libertino si e' estinto, lasciando il posto ai miserabili parvenus del toga party...
Del resto la societa' dello spettacolo ci ha gentilmente inebriato con i suoi doni : gli Aldo Busi si
trastullano nelle trasmissioni della De Filippi e preti e papi si alternano ai perizomi delle veline.
Tutto e' mischiato in un'orgia raccapricciante, ogni cosa e idea e' uguale alle altre...il regno dell'uguaglianza formale e sostanziale e' realizzato.
E il senno, il nostro senno, che fine fa? Lo vedete voi da qualche parte? O non si sara' smarrito, tra uno spot e l'altro, in mezzo alle mutande delle veline?
Anni fa mi recavo con qualche amico all'allora trasgressiva discoteca di Roma "Mucca Assassina".
A quei tempi andare in posti del genere era considerata una perversione, frequentare locali con omosessuali, baldracche e travestiti non si addiceva a specchiati avvocatucoli e commercialisti di sorta.
Pertanto, quei quattro borghesucci senza spina dorsale dei i miei amici mi raccomandavano terrorizzati di tenere il becco ben chiuso, affinche' nel "paese" non trapelassero le nostre deplorevoli imprese, consistenti al massimo nell'aver rimediato qualche fugace fellatio da un'anonima baldracca o trans...
A me veniva (e viene ancora di piu' oggi!) da ridere e provavo quasi pena per il terrore di quei cari quattro idioti...
Oggi andare alla "Mucca Assassina" e' come recarsi al bar, anzi, se non ci si va si passa per retrogadi.
Mi sembra ancora di udire la sana e fragorosa risata dell'integerrimo depravato che e' in me.
Manca cioe' l'intellettuale integrale e integerrimo, come furono Pasolini, Calvino, Sciascia; l'artista scevro dal lucro come Van Gogh; il poeta temerario come Carducci.
Abbiamo invece solo caricature untuose e asservite al sistema, come quel rancido avanzo di Vittorio Sgarbi.
La sinistra non esiste, e' stata comprata per due lire da Berlusconi al (e dal) libero mercato.
In questo scenario orribile manca persino la figura del vero libertino (secondo i dettami del costume e della morale imperante chiaramente) ...cioe' di colui che ha la buona coscienza della propria condotta socialmente riprovata...
Questo libertino, di stampo ottocentesco, e' superato per sempre: la tv e i videogiochi lo hanno superato...
In una societa' come la nostra, ove piu' nulla e' considerato riprovevole, grazie alle leggi del mercato, allora solo la buona coscienza puo' e deve essere riprovata, perche' e' il segno che ogni coscienza si e' assuefatta allo spettacolo...
Non perche' la societa' (o il diritto naturale della Chiesa) gli ha accordato questo o quel capriccio, ma perche' non ne e' piu' in grado lui di formularne uno: per questo il libertino si e' estinto, lasciando il posto ai miserabili parvenus del toga party...
Del resto la societa' dello spettacolo ci ha gentilmente inebriato con i suoi doni : gli Aldo Busi si
trastullano nelle trasmissioni della De Filippi e preti e papi si alternano ai perizomi delle veline.
Tutto e' mischiato in un'orgia raccapricciante, ogni cosa e idea e' uguale alle altre...il regno dell'uguaglianza formale e sostanziale e' realizzato.
E il senno, il nostro senno, che fine fa? Lo vedete voi da qualche parte? O non si sara' smarrito, tra uno spot e l'altro, in mezzo alle mutande delle veline?
Anni fa mi recavo con qualche amico all'allora trasgressiva discoteca di Roma "Mucca Assassina".
A quei tempi andare in posti del genere era considerata una perversione, frequentare locali con omosessuali, baldracche e travestiti non si addiceva a specchiati avvocatucoli e commercialisti di sorta.
Pertanto, quei quattro borghesucci senza spina dorsale dei i miei amici mi raccomandavano terrorizzati di tenere il becco ben chiuso, affinche' nel "paese" non trapelassero le nostre deplorevoli imprese, consistenti al massimo nell'aver rimediato qualche fugace fellatio da un'anonima baldracca o trans...
A me veniva (e viene ancora di piu' oggi!) da ridere e provavo quasi pena per il terrore di quei cari quattro idioti...
Oggi andare alla "Mucca Assassina" e' come recarsi al bar, anzi, se non ci si va si passa per retrogadi.
Mi sembra ancora di udire la sana e fragorosa risata dell'integerrimo depravato che e' in me.
martedì 4 maggio 2010
l'ultimo nichilista
Carmelo Bene e' l'unico vero nichilista che ho mai riconosciuto in vita mia.
Vivido come una ferita aperta e fedele fino alla fine alla sua vocazione d'annientamento...a cominciare da se' naturalmente.
Un nichilista che crea non senso distruggendo e spolpando arte, linguaggio e senso.
L'attore inteso come vano automa-esecutore del testo e' abominio.
Il teatro non deve comunicare; e l'incomunicabile passa attraverso l'osceno.
Paradosso: l'osceno redime... perche' e' l'unico comunicante possibile.
Teatro e vita coincidono: per questo l'attore non e' giammai altri se non se' stesso.
Il teatro non e' altro se non il grido inaudito della sconfitta a cui gli spettatori stizziti si tappano le orecchie.
Anche la follia non e' qualcosa di gratuito: bisogna conquistarla con fatica, non si diventa Amleti per caso...
Certo: chi si vota all'annientamento suscita pena...
Ma forse il nichilista e' solo un allergico alle menzogne e al bailamme della civilta' in generale; forse e' solo colui che ha lo sguardo piu' lungimirante di tutti, che vede dove gli altri non sanno e non hanno il coraggio di vedere; che scorge il rantolo del vecchio nel gracchio del bambino appena nato; che vede la landa deserta dove ora trionfa la formica umana...
E a furia di vedere "oltre", il presente diventa nero e si diventa maestri del dispregio.
E chi dispregia alla fine e' esecrato.
Ma essere esecrati e' una volutta' cosi' raffinata che pochi sono in grado di ambire.
E' la tentazione del nichilista...
Vivido come una ferita aperta e fedele fino alla fine alla sua vocazione d'annientamento...a cominciare da se' naturalmente.
Un nichilista che crea non senso distruggendo e spolpando arte, linguaggio e senso.
L'attore inteso come vano automa-esecutore del testo e' abominio.
Il teatro non deve comunicare; e l'incomunicabile passa attraverso l'osceno.
Paradosso: l'osceno redime... perche' e' l'unico comunicante possibile.
Teatro e vita coincidono: per questo l'attore non e' giammai altri se non se' stesso.
Il teatro non e' altro se non il grido inaudito della sconfitta a cui gli spettatori stizziti si tappano le orecchie.
Anche la follia non e' qualcosa di gratuito: bisogna conquistarla con fatica, non si diventa Amleti per caso...
Certo: chi si vota all'annientamento suscita pena...
Ma forse il nichilista e' solo un allergico alle menzogne e al bailamme della civilta' in generale; forse e' solo colui che ha lo sguardo piu' lungimirante di tutti, che vede dove gli altri non sanno e non hanno il coraggio di vedere; che scorge il rantolo del vecchio nel gracchio del bambino appena nato; che vede la landa deserta dove ora trionfa la formica umana...
E a furia di vedere "oltre", il presente diventa nero e si diventa maestri del dispregio.
E chi dispregia alla fine e' esecrato.
Ma essere esecrati e' una volutta' cosi' raffinata che pochi sono in grado di ambire.
E' la tentazione del nichilista...
A Peppino
Caro Peppino,
perso e vigile solo nell'oblio;
cercai il tuo sguardo ma era smarrito;
una sigaretta dopo l'altra calcava all'infinito il posacenere;
sorriso e cenere e tenebre, e poi di nuovo barlume e buio, instancabilmente...
Al mare, con le caviglie nella sabbia notturna, trovammo ristoro, io dall'inedia, tu dai fantasmi.
Gli altri, i sempre assenti per antonomasia.
Arezzo, un buon cattivo maestro,
duro come la pietra e fragile come il vetro.
Vino o birra, il ventre gonfio e l'occhio che vacilla;
Dove stiamo andando? A godere risposi.
Guardammo le stelle e fummo felici.
Leggere Rimbaud ad alta voce,
condividere e onorare la poesia, fonte suprema.
Cucinare insieme con allegria;
un po' di pepe, aglio, prezzemolo e vino rosso.
Parlare di Dio e con Dio, l'ultimo assente per antonomasia.
Uscito dal bordello cercavo una cicca per ricordarmi di Te.
Una buona scusa per venire a casa tua.
Una partita a scacchi e uno scaracchio dalla finestra.
perso e vigile solo nell'oblio;
cercai il tuo sguardo ma era smarrito;
una sigaretta dopo l'altra calcava all'infinito il posacenere;
sorriso e cenere e tenebre, e poi di nuovo barlume e buio, instancabilmente...
Al mare, con le caviglie nella sabbia notturna, trovammo ristoro, io dall'inedia, tu dai fantasmi.
Gli altri, i sempre assenti per antonomasia.
Arezzo, un buon cattivo maestro,
duro come la pietra e fragile come il vetro.
Vino o birra, il ventre gonfio e l'occhio che vacilla;
Dove stiamo andando? A godere risposi.
Guardammo le stelle e fummo felici.
Leggere Rimbaud ad alta voce,
condividere e onorare la poesia, fonte suprema.
Cucinare insieme con allegria;
un po' di pepe, aglio, prezzemolo e vino rosso.
Parlare di Dio e con Dio, l'ultimo assente per antonomasia.
Uscito dal bordello cercavo una cicca per ricordarmi di Te.
Una buona scusa per venire a casa tua.
Una partita a scacchi e uno scaracchio dalla finestra.
"Elle est retrouvée.
Quoi? - L'Eternité.
C'est la mer allée
avec le soleil."
( Rimbaud )
sabato 1 maggio 2010
En passant
Attribuire alla massoneria un ruolo centrale nel dispiegarsi della storia e' assurdo.
E' un campo minato dove si perde la bussola e dove ogni tentativo di comprensione della realta' si smarrisce in vuota speculazione.
La realta' storica e' cosi' complessa, piena di variabili, che ricondurre tutto -tutti i principali eventi storici e non solo- alla massoneria e' pura demenza, come ricondurre tutto a un dio fittizio. Cio' che ci sfugge e' e sara' sempre di piu' rispetto a quel poco che inesorabilmente apprendiamo: e anche quel poco che apprendiamo e' quasi sempre di seconda o terza mano.
L'ambizione al potere assoluto, al controllo totale sulla realta' e sugli uomini, e' stata avanzata cosi' tante volte nella storia che la massoneria, qualunque cosa essa sia, non e' che uno dei "pezzi" sulla scacchiera, in gioco con tutti gli altri.
A volte i "pezzi" fanno alleanze, si spartiscono la torta; altre volte si combattono: per questo ad esempio lo Stato borghese, il fascismo, il comunismo perseguitarono i massoni facendogli chiudere le logge o arrestandoli; per questo la Chiesa cattolica li scomunico'.
E nulla esclude che alcuni massoni sui generis, come Garibaldi o Marx, siano diventati tali per sincere aspirazioni libertarie e per sfuggire alle persecuzioni politiche.
Tornando all'oggi non bisogna impegnarsi troppo per capire che il pianeta e' governato dal capitalismo, dalle banche, dalle agenzie di rating.
La verita' su "tutto" non la sapremo mai.
Peggiorare la nostra ignoranza confondendoci le idee non serve a nulla.
Accontentiamoci di comprendere quel che vediamo, se ne siamo ancora capaci.
E' un campo minato dove si perde la bussola e dove ogni tentativo di comprensione della realta' si smarrisce in vuota speculazione.
La realta' storica e' cosi' complessa, piena di variabili, che ricondurre tutto -tutti i principali eventi storici e non solo- alla massoneria e' pura demenza, come ricondurre tutto a un dio fittizio. Cio' che ci sfugge e' e sara' sempre di piu' rispetto a quel poco che inesorabilmente apprendiamo: e anche quel poco che apprendiamo e' quasi sempre di seconda o terza mano.
L'ambizione al potere assoluto, al controllo totale sulla realta' e sugli uomini, e' stata avanzata cosi' tante volte nella storia che la massoneria, qualunque cosa essa sia, non e' che uno dei "pezzi" sulla scacchiera, in gioco con tutti gli altri.
A volte i "pezzi" fanno alleanze, si spartiscono la torta; altre volte si combattono: per questo ad esempio lo Stato borghese, il fascismo, il comunismo perseguitarono i massoni facendogli chiudere le logge o arrestandoli; per questo la Chiesa cattolica li scomunico'.
E nulla esclude che alcuni massoni sui generis, come Garibaldi o Marx, siano diventati tali per sincere aspirazioni libertarie e per sfuggire alle persecuzioni politiche.
Tornando all'oggi non bisogna impegnarsi troppo per capire che il pianeta e' governato dal capitalismo, dalle banche, dalle agenzie di rating.
La verita' su "tutto" non la sapremo mai.
Peggiorare la nostra ignoranza confondendoci le idee non serve a nulla.
Accontentiamoci di comprendere quel che vediamo, se ne siamo ancora capaci.
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