domenica 15 luglio 2012

il dono

Lanciata ad un cielo in cui l'assenza del dio è limpida
come il chiarore d'un aurora,
la (vostra?) bestemmia echeggerà nel vuoto.
I testimoni naturalmente vi guarderanno con orrore, come se l'insulto
fosse rivolto a loro.
E in realtà lo è: perchè ciascuno, a torto, si sente particella e scintilla divina.
Adorabili sciocchi: ma è giusto farli sognare.

Molti credono nel destino: altri invece percorrono la predestina...
Clousetti ad esempio: e invero, con l'occhio trasfiguratore dell'artista e del santo,
scorge scintille divine in mezzo allo squallore...
Col volto cremisi, la barba pungente e una maglietta nera da due soldi con scritto "corona's",
viene accostato da un trans originario dalle favelas di Sao Paulo.
Con dieci dà la bocca (probabilmente senza guanto), con venti il culo...
Un'offerta irrinunciabile: salvo che per l'integerrimo Clousetti.
L'albanese, lì per caso, anzi, a causa di un pervertito siciliano,
rifiuta il generoso invito del transex brasiliano.
Questi allora, con un candore e una grazia inconcepibili, accarezza
la mano tozza e rugosa dell'albanese, forse per cercare il conforto di un uomo
mite...
Ed è a questo punto che Clousetti, come il fraterello d'Assisi, sente il brivido
dell'infinito: la carezza del trans è la carezza di Dio, di Nostro Signore
Gesù Cristo....
Insistere oltre, per chi non ha il dono della Fede, è inutile.

Ovunque passi Clousetti, germoglia la terra, il cielo si libera, il sole risplende.
Qualsiasi cosa tocchi, essa si illumina; oppure sorge un fiore bianco e profumato.
Chiunque scruti il suo sguardo azzurro percepirà la vetta di un monte innevato
e baciato perennemente dal sole, l'abisso smeraldo e placido di un oceano che tutto preserva
nelle sue profondità, il vasto verde di una prateria carezzata da un vento tiepido dove le farfalle, gli uccelletti e i cuccioli non cessano di rincorrersi ed amoreggiare...

Naturalmente, come tutti i santi, Clousetti non sa nulla di sè.
Immerso nella bellezza e nell'amore,
egli ignora di portare con sè un dono.

Veramente ricco è colui il cui amore è infinito.
Cioè tu Paterbaldi Clousetti.

mercoledì 11 luglio 2012

la sfera

Che capolavoro di liberazione e leggerezza
la breve inquisitoria del Papini contro
la filosofia tutta!
La filosofia è inutile!
Evviva: un fardello in meno!
Lasciate elucubrare teorie astratte e vuoti sistemi ai perdigiorno, cioè ai filosofi:
la vita si sbarazzerà sempre delle parole vacue e delle invenzioni impalpabili
di questi invertebrati che voglion spiegar tutto e presumono di esser giunti
alla radice di ogni cosa.

Viene da chiedersi: e bisogna inerpicarsi per i sentieri delle nuvole e percorrerli
sino alla fine per giungere a ciò che era così ovvio?
Papini ci mostra, con dorica semplicità,
come basti un pò di buon senso latino per rischiarar le nebbie, teutoniche e non...

Con le pagine dei grevi tomi di Kant ed Hegel potete tranquillamente far toletta;
oppure potete arderle giusto per il piacere puerile di mirar l'azzurra fiammella
d'un fuocherello.
Schopenhauer, in compagnia della sua nolontà, datelo in pasto ai porci:
ve ne saranno grati e il loro concime feconderà la terra.
Nietzsche, con la sua volontà di potenza impotente e il suo eterno ritorno,
prescrivetelo ai dementi, agli ossessi, ai depressi e ai megalomani deliranti:
anch'essi ve ne saranno grati, dal cantuccio del nosocomio o del sanatorio.

Potremmo andare avanti, ma a che pro?

Superba, da ultimo, l'apologia che il Papini dedica alla fede religiosa,
da sempre vituperata da tutti i paladini feticisti della misera "ragione" umana.

Ogni passione, ogni idea, ogni credenza
può giungere allo stadio religioso.
La religione non è qualcosa a parte accanto alle altre cose ;
è un grado dello spirito umano, una temperatura
più alta alla quale tutto può fondere - la sfera
del fuoco di Dante e di Pascal.
(Papini)

sabato 7 luglio 2012

venus

Adolfo Dolosi fu un disadattato.
Giunse ai ferri corti col mondo in età adulta, verso i trent'anni.
Quando la bigotta madre morì, dopo un funerale senza lagrime nè preghiere,
si recò ad Anzio a gozzovigliare e fare sesso con donnacce fino all'alba.
Avverso ad ogni genere di lavoro e fatica fisica
-"il lavoro insozza lo Spirito!" declamava sovente-
Adolfo campava con l'affitto di una stanza lasciatagli in eredità dai genitori defunti.
Ostile intellettualmente a qualsiasi credo e ideologia,
Adolfo scriveva ingiurie di vario genere su un sito internet,
prendendosela sopratutto con gli "sporchi" comunisti e l'anziano presidente
della repubblica in carica, definito con epiteti quali "porco ebreo", "marionetta dei banchieri",
"decomposta carogna massone", "infame traditore di Marx", etc. etc.

Adolfo amò una sola donna.
Una prostituta rumena di nome Madalina.
Il danaro del meretricio le occorreva per manteneva due figli;
inoltre progettava di rifarsi i denti e comprare una casa in Romania.
Adolfo giurò a sé che un giorno quella donna sarebbe diventata sua.
Dopo aver fatto l'amore con ella, egli le sussurrava all'orecchio:
"Un giorno sarai mia. Non ha importanza quanto tempo dovrò attendere.
Giunga pure l'eternità. Io ti attenderò. Oltre ogni sempre...".
La ragazza naturalmente non gli credeva.
"Voi uomini dire tutti stessa cosa. Oggi amare me, domani amare
un'altra..."
"Io amare solo te Madalina. Tempo dirà se vero o no. Tempo."
La ragazza gli sorrideva, lo accompagnava alla porta e accoglieva
il cliente successivo.

Un bel giorno un magistrato, forse sotto segnalazione della digos
o della plutocrazia giudaico massonica, incriminò Adolfo per vilipendio
al presidente della repubblica (dei soviet), ingiuria verso le istituzioni democratiche,
istigazione a delinquere e a commettere atti impuri.
Condannato in contumacia a un anno e sei mesi di reclusione,
(commutati poi in lavori socialmente inutili)
Adolfo scoprì di essere a tutti gli effetti un pregiudicato durante un controllo
dei carabinieri del predestino, mentre un ladyboy gli succhiava le palle.
La sentenza gli fu notificata in caserma.
"E' angora imbugnabile" gli disse uno svogliato carabiniere napoletano.
"Vuole imbugnarla?"
"No. L'unica cosa che impugno è il mio cazzo. Faccia eseguire questa vergognosa
sentenza giudea".
Così Adolfo finì nel supercarcere di Zelletri, a zappare terra incolta per quasi un anno.
La sera, stanco e con la schiena a pezzi, giocava a carte e fumava sigarette
di scarsa qualità con marocchini e slavi.
Quando, raramente, gli capitava di essere eccitato, si toccava,
pensando agli occhi azzurri e al grazioso seno dell'amata...


Uscito di galera, senza una lira, Adolfo si mise in cerca di Madalina.
Dopo un pò Adolfo la incontrò in un supermercato.
Gettandosi ai piedi di lei, con le lagrime agli occhi, sospirò:
"Mia adorata! Finalmente! Niente, niente e nessuno al mondo mi separerà da Te!"
"Adolfo! Adolfo! -esclamò la donna- Ma che fine hai fatto? Sei scomparso per quasi un ano!
"Gli schifosi giudii furono, di essi è la colpa! Finii in galera perchè dissi il vero,
perchè osai dire che il presidente X è un porco schifoso!"

La donna nel frattempo aveva sposato un uomo molto anziano e inabile:
un certo Alfredo Pietrini Paterbaldi.
Il nobiluomo, impavido fascista reduce da Salò, si teneva in vita grazie a trasfusioni di ormoni prelevati da cadaveri svedesi, e deambulava su una carrozzella sospinto dalla graziosa rumena.
"E' un uomo molto buono e generoso. Ha cento ani. Mi vuole molto bene.
Non può fare seso perchè suo cazo non riza più...però lui molto buono...
vuole solo qualche careza: poi si adormenta. Vieni, ti facio conosce!"

Il vetusto Pietrini era davvero un uomo nobile.
Accolse con un sorriso Adolfo e gli strinse debolmente la mano.
"Non temere nulla da me giovane amico. Sono solo un vecchio che attende la fine
con serenità. Nei tuoi occhi vedo ardere il fuoco dell'amore...
Ti chiedo solo una cosa: onora sopra ogni cosa questa donna.
Se cesserai di amarla, non darle motivo di sofferenza, perchè ella non ne merita."
Ascoltate queste parole, Adolfo, inginocchiandosi dinanzi al vecchio e guardandolo fisso negli occhi, disse:
"Ve lo giuro Signore. Amerò ed onorerò Madalina finchè il mio cuore non avrà cessato
di battere".

La stella luciferina, nota ai mortali come il pianeta Venere, quella notte parve rinacquere.
Solo un amore tenace e infinito può accendere gli astri.
Forse è vero.

giovedì 5 luglio 2012

gea

Cosa desiderare di più dalla vita?
Dopo aver cosparso di seme il ventre e le labbra di Nina;
dopo aver immerso le membra nelle placide acque del lago di Nemi;
dopo aver guardato il tramonto e il sorgere della luna piena dalle verdi colline di poggi d'oro:
desiderare oltre sarebbe folle.
A Nemi, mentre nuotate nel lago, guardatevi attorno.
Non capite?
Nuotate sulla superficie benedetta del sesso di Gea, o forse di Artemide.
Ella, la Dea, vi dona con infinita generosità i frutti della sua inesausta bellezza.
Appena usciti dalle acque, sarebbe nobile testimoniare
la vostra riconoscenza
con un sacro silenzio o con un sacro grido di gioia.

Monica, Madalina, Bliana, Nina, Gea, Artemide.
Non c'è morte più bella che morire per una Dea.

P.s. : un grazie anche a Paterbaldi.
Egli, infondendo mitezza e serenità, fortezza spirituale e speranza,
gaiezza e amore, arricchisce gli uomini e la terra.

mercoledì 4 luglio 2012

il discepolo

Lieto di essere finalmente oltraggiato
dall'amico e "discepolo" Beltrapi,
mi accingo a lodarne l'intelligenza, la fantasia, l'audacia,
l'ironia e l'acume; non senza qualche sberleffo ovviamente.
Che egli si stia, in tal modo, e seppur parzialmente, "magicizzando", suo malgrado?
Che, per caso, egli, scoprendo il piacere dell'oltraggio letterario,

si stia al contempo incamminando su la via oscura del laido maestro?
Che egli, impugnando le stesse identiche armi del nemico, si riveli infine suo pari?
Fiero di tutto ciò, non posso, dopo aver tessuto le lodi di Beltrapi,
che congratularmi con me stesso.


Le intenzioni oscure che mossero Beltrapi all'oltraggio ci interessano solo marginalmente,
magari come spunto per qualche futura invettiva e caricatura.
Vendetta per sé e per l'amata (solo platonicamente) alfia dorelli?
Probabile.
Fatto sta che il prodigioso racconto di Beltrapi potrei averlo scritto io in persona:
resta ancora da vedere il finale; e ci auguriamo che Beltrapi sappia "picchiar sodo".
Tuttavia la sua natura misericordiosa mi spinge a prevedere un finale edificante, lieto e positivo.
Per il resto la descrizione di Alex Colosi è quasi perfetta...

(Parentesi: l'egregio racconto realista di Beltrapi omette, forse dolosamente, qualche
piccante dato personale: come ad esempio che il Beltrapi stesso è il compagno di merende del protagonista;
che anche il Beltrapi è un frequentatore assiduo di donnacce; che anche il Beltrapi almeno un paio di volte ha percorso l'infame via predestina;
e che infine, chissà come, anche il Beltrapi sodomizza un transboy (Noemi), palpando e masturbando il pene di quest'ultimo
per mera "curiosità"... )

Meno verosimile la presunta misoginia e il pessimo (pessimo con chi? con la zucchetti e la signora Averno?) rapporto tra il protagonista e il sesso femminile, legato a oscuri problemi psicologici...
Se non che, asserito ciò da chi nell'arco dei suoi quarantatre lustri non fotte
una donna da quasi quaranta anni, sorge un benevolo sorriso nei confronti del singolare inquisitore...
o dovremmo pensare invece che il non fottere da quasi quaranta anni sia il segno di un ottimo rapporto col femminino?

Comunque sia, sesso a parte,
Beltrapi ha mostrato valore umano e letterario.
Egli ha assunto la bellezza e i tratti esotici di un assassino regale
che agisce di notte.
Può assassinare per amore o per giustizia.
Lunga vita a Beltrapi.

martedì 3 luglio 2012

Papini

Non sono ancora pronto per scrivere su Papini.
Tuttavia, arditamente, non posso esimermi dall'esprimere qualche giudizio
parziale su questo genio.
Egli tese tutta la sua esistenza come un arco; e infine si spezzò.
Spezzato, tragicamente, si convertì.
La sua storia di Cristo, patetica e greve, è pur tuttavia un capolavoro
letterario.
Ci vuole uno stomaco forte per arrivare sino in fondo, fino alla feccia del bicchiere.
E non tanto perchè si prova commozione verso la figura irreale di un demente (Gesù):
bensì per il grado di abiezione che suscita l'autore, completamente vinto e soggiogato
da una favola a lieto fine...
è quindi Papini a suscitare commozione.
Viene quindi da chiedersi come una coscienza lucida e scettica come quella di
Papini possa aver capitolato dinanzi a una favoletta per casalinghe.

Eppure succede, sopratutto agli uomini eccezionali, agli archi troppo tesi:
verso dove era teso Papini, prima di crollare?

Papini, come Nietzsche, come Pascal,
rimane un monito per tutti coloro che avanzano alla conquista di sé.
Questo monito dice:
"Se non conquisterai te stesso, prima o poi sarai conquistato".

venerdì 29 giugno 2012

l'auspicio

Alcuni pervertiti (Baldracchi, la signora Averno) sono convinti, non senza una intima letizia,
che molto presto capitolerò dinanzi alla superstizione galilea.
Un tale auspicio naturalmente è ripugnante: tuttavia, con calma solare e impassibile,
lascio che gli stolti parlino.
Dinanzi alla miseria di coloro che, incapaci di accettare la morte,
cercano salvezze oltremondane,
mi volgo all'esempio luminoso di quell'uomo che, silenzioso e fermo,
prima di spirare, anzichè baciare febbricitante la nauseabonda croce giudia,
si voltò per l'ultima volta verso il Gianicolo

e infine, con la fronte levata, abbassò le palpebre.

mercoledì 27 giugno 2012

Cui prodest?

Cui prodest la descrizione di una realtà efferata?
Efferata solo per colui che la descrive, naturalmente.
Prodest descriptori è la risposta.
Che il descrittore sia malvagio, perverso, crudele, tutto ciò è un fatto.
Potete quindi concludere senza difficoltà che il descrittore è
un animo ignobile che gode nel rappresentare le sventure altrui,
al solo fine di riderne a crepapelle.
Ma c'è dell'altro.
Egli ha bisogno di rappresentare sventure per la stessa ragione che induce
lo spettatore di Lucrezio ad assistere alle calamità che affligono i mortali.
Quando vede sprofondare il prossimo, lo spettatore superstite prova
una consolazione profonda, dovuta al fatto di averla fatta franca.
Quando toccherà a lui inghiottire il fiele che il destino gli riserva,
dirà sereno: "Eccomi, sono pronto"; e sporgerà il capo dalla carrozza come fece Cicerone.


Tutto ciò, naturalmente, in sede ideale.
In sede "materiale", molto probabilmente, egli si limiterà ad un'ultima bestemmia.

martedì 26 giugno 2012

il mostro

Alfia Q.Bel Marrazzi è fisicamente un mostro.
Alta un metro e quarantasette, centoundici chili di lardo, pelle grigiastra e incartapecorita, sembra afflitta dalla malattia dell'uomo elefante.
A dar retta alle fregacce sulla metempsicosi, cui credeno alcuni baccalà come Closeau, si sarebbe indotti a concludere che, incarnata in un sudario orripilante, l'anima di Alfia sconti in tal modo
la (metafisica) sanzione per una qualche empietà perpetrata in una precedente vita...
Il fato, crudele, oltre ad essersi accanito sul corpo di Alfia, l'ha privata di quasi tutti
gli affetti di cui normalmente un essere umano è circondato: senza più genitori nè fratelli,
gli resta soltanto un "amico" di cui è follemente innamorata: un facoltoso geometrino, insicuro
e maldestro, conosciuto all'università.
Il geometra, bruttino, anch'egli afflitto da lievi menomazioni fisiche e intellettive (naso "a pippa", rossore al volto, altezza e pene al di sotto della media, tutta una serie di turbe psichiche e mentali che qui sarebbe troppo lungo elencare) frequenta assiduamente Alfia, quasi per una legge naturale che congiunge i simili: in questo caso gli "scarti" di una società
falsamente cristiana e solidale, il cui parossistico credo estetico è la misura di ogni cosa.
Nonostante ciò, il geometrino non riesce ad accoppiarsi con Alfia, mentre è attratto dai corpi sani e giovani delle adolescenti rumene (e non).
Inoltre il geometrino, a causa del pessimo esempio ricevuto da un lussurioso siciliano
che lo trascina con sè in squallidissime esperienze erotiche, prende il vizietto delle "mamme
ignote"...
Alfia dopo un pò scopre che l'amato la tradisce con donne a pagamento:
addolorata, colma di odio e disgusto, lo aggredisce pubblicamente come se fosse legata a lui da
un vincolo matrimoniale...
Il geometra subisce in silenzio le ingiurie di Alfia e infine, per la vergogna, si impicca
nel bagno del suo ufficio.
Alfia, disperata e sola, si consolerà per il resto dei suoi giorni ingozzandosi
di pizzette e dolci.
Morirà, vergine, a sessanta anni.

domenica 24 giugno 2012

la mummia

Delia Zaganelli ha quaranta anni.
Laureata in economia e commercio, ritiene che le quattro minchiate studiate all'Università, unite
al "pezzo di carta" ottenuto attraverso duri sacrifici nozionistici, rappresentino uno dei massimi traguardi della vita; non comprendendo invece che tale pezzo di carta altro non è che il passaporto del plebeo alla scalata sociale.
Non tutti sanno che Delia è ancora vergine.
L'unico "rapporto" che ha avuto in vita sua è stato un petting sfrenato con un magrebino conosciuto
in una discoteca di Rimini.
Delia purtroppo invecchia a vista d'occhio.
Da ragazza non era brutta, ora assomiglia sempre più ad una mummia.
Le carni flaccide pendono senza grazia da un corpo a forma di lavatrice, le rughe infestano ogni angolo della sua epidermide, al pari dei cadaveri risecchiti degli egiziani.
Delia inoltre esala un odore non proprio gradevole, come di mestruo secco, legato forse a cattiva igiene.
Nonostante ciò, ella si ritiene ancora una donna avvenente, in grado di sedurre:
purtroppo però la realtà non sembra essere dello stesso avviso e di fatto neanche un cane
si degna di corteggiarla.
Le sue frequentazioni (per lo più plebaglia comunista che crede di rappresentare il non plus ultra dell'umanità per il fatto di avere un tetto sopra la testa) non le offrono esemplari interessanti di maschi: così si accontenta di andare al cinema o a ristorante con due o tre zitelle che come lei condividono lo stesso mummiesco destino.
Ella, inoltre, nutre una simpatia per un facoltoso geometra di destra, insicuro e maldestro, a cui tuttavia non si degna di offrire la vulva.
Il geometra però non è affatto attratto da lei, poichè frequenta giovani escorts rumene, infinitamente più belle e avvenenti della mummiesca amica.
Un giorno d'estate, in uno stabilimento balneare, Delia conosce un ballerino brasiliano, un certo Carlos.
I due fanno amicizia, la sera escono, vanno a ballare in discoteca e Carlos infine la fotte, senza preservativo.
La settimana dopo Carlos scompare, alla volta di Milano.
Poco tempo dopo Delia avverte dei fastidiosi pruriti alla vulva: dopo accurati accertamenti
medici scopre di aver contratto (con ogni probabilità dal ballerino brasiliano)
una grave malattia venerea, un certo papilloma virus, con esiti
degenerativi neoplastici.
Purtroppo la malattia degenera e Delia contrae un cancro maligno alla vulva.
Comincia così per la disgraziata un terribile calvario: gli interventi chirurgici,
la chemioterapia aggravano le sue condizioni; ormai ridotta ad uno zombie,
i medici le pronosticano poche settimane di vita.

Arrivata a questo punto, Delia chiama infine il suo amico geometra, cui non si era concessa.
"Ti prego -gli dice in lagrime- amami tu un'ultima volta!" e socchiudendo
gli occhi gli porge le labbra per un bacio.
Il geometra, disgustato, le bacia le labbra.
"Avanti, adesso amami!" insiste lei togliendosi le mutande.
Il geometra, ancor più disgustato, la masturba sul clitoride, fino a farla godere.
Delia gode, gracchiando istericamente come una cornacchia.
Infine il geometra va a lavarsi le mani; poi se ne va, senza salutarla.
Un tempo l'avrebbe scopata, quando ancora non era una mummia...

la negra

Fabux Minchiarelli ha quarantadue anni.
Non ha mai infilato il pene in una vulva.
Vive in campagna con i genitori e due sorelle, entrambe minorate mentali.
Lavora come ragioniere per una ditta di carta igienica sulla via bontina.
Culturalmente prossimo allo zero, vota a sinistra per intuibili ragioni legate alle
origini cattolico plebee della sua famiglia (contadini calabresi trapiantatisi nel pontino).
Fabux conduce una vita mediocre, quasi fantozziana: malpagato, vessato da superiori e colleghi arrivisti, scartato sistematicamente dalle donne, si consola masturbandosi sino a notte fonda
dinanzi a trasmissioni televisive erotiche.
Sessualmente è inspiegabilmente attratto da donne ripugnanti: in special modo gli scarti
di sagrestia, le zecche, l'immondizia umana dei centri sociali, esercitano su di lui una potente suggestione carnale.
Un giorno, passando per la via bontina per recarsi al lavoro, scorge una negra col seno scoperto: giovane, con un fisico da modella, la prostituta lo saluta e gli fa cenno di fermarsi da lei.
Come in preda ad un raptus, il ragioniere inchioda e scende dall'auto.
Pallido, sudato, terrorizzato, raggiunge la negra.
Si chiama Riza, sorride ed è gentile.
"Zordi amore"
"Si...quanto?"
"Vendi amore"
Il ragioniere le consegna la banconota da venti e la negra lo porta dietro una fratta, gli cala i calzoni e glielo prende in mano.
Divorato dalle zanzare tigre, dopo quindici secondi, Fabux eicula per terra, in mezzo ad una sporcizia
che farebbe impallidire qualsiasi uomo civilizzato.

Poi succede l'incredibile.
Fabux si innamora di Riza.
Per un anno va a trovarla quasi ogni giorno, le porta ciberie e bevande, le regala profumi e ingenti
somme di denaro.
La vuole sposare, ad ogni costo.
La negra gli spiega che non può smettere di prostituirsi finchè non avrà pagato alla mafia nigeriana
una somma pari a ventimila euro.
Il ragioniere le promette che troverà i soldi, a qualsiasi costo:
dopo un mese, impegnando la casa dei genitori, riesce ad ottenere un prestito dalla propria banca.
In preda ad una felicità mai provata in tutta la vita, Fabux comunica per telefono
la bella notizia a Riza, mette i soldi in una busta, monta in auto e parte alla volta dell'amata.

Il sogno di Fabux purtroppo non si sarebbe realizzato.
Un ubriaco dell'est alla guida di un furgone rubato andò a schiantarsi a più di 160 km orari
addosso alla fiat uno del povero Fabux.
Con trepidazione Riza fissò la bontina tutto il giorno.
Il salvatore non sarebbe giunto.

sabato 23 giugno 2012

aldo carezza

"La potenza che ha condotto alla caduta è quella stessa attraverso cui si può conseguire
la liberazione" (principio tantrico)

"Misericordioso è colui che sopprime ciò che è immondo" (Brahmana).

Aldo Carezza sembrava nato sotto il segno della dannazione.
Disoccupato, quarant'anni, viveva con lo zio, ex bidello elementare.
Saltuariamente, per guadagnare qualche spicciolo per una birra, faceva il muratore,
il buttafuori, lo scaricatore e altri lavori spaccaculo.
Poi, un giorno, l'anziano zio spirò, lasciando al povero Aldo vari buffi.
I creditori dello zio lasciarono Aldo in mutande, senza casa e senza speranze.
Gli restava solo un camper scassato e senza assicurazione, dove almeno poteva dormire.
D'inverno schiattava dal freddo e d'estate lo divoravano le zanzare tigre.
Non fotteva da quasi vent'anni, andava avanti con la mano callosa.
I denti gli caddero tutti, uno ad uno.
Per campare zappava la terra tredici ore al giorno nei campi di Campozelone, per venti euro
al giorno (in nero ovviamente) in compagnia di negri, cingalesi e rumeni.
Un giono, nei pressi del camper dove albergava, vicino a un cassonetto d'immondizia,
trovò un libro, un'antichissima raccolta di testi sacri della tradizione indiana: i Veda.
Aldo raccolse il libro e lo lesse: parola dopo parola, scoprì un mondo nuovo.
Un mondo fatto di luce, spirito, potenza: di riti, iniziazioni, magia, sacrifici, purificazioni.
A contatto di quel mondo, Aldo si sentì elevato e purificato dalla bestiale
vita materiale che era costretto a condurre per un tozzo di pane e una birra.
Giunse così ad una definitiva scelta esistenziale: abbandonò per sempre la turpe e brutale schiavitù del lavoro, del danaro, del bisogno materiale.
Padrone della propria esistenza, radioso, sereno, fortificato, incrollabile, lo si incontrava
facilmente giù al lago di Zemi, solo, a pregare in silenzio, all'alba o al tramonto.

Il suo tragitto su questa terra durò cinquantasei anni.
Gli amici lo trovarono nel suo camper.
Un sorriso ornava le sue labbra.
Lo seppellirono in un campo di agrifoglio.
Quel giorno il sole splendeva.

venerdì 22 giugno 2012

arjuna

Ecco un modo interessante di "amare" il prossimo: scoprire ed individuare le gangrene che gli corrodono e corrompono lo spirito; scovare e illuminare le oscure forze distruttrici che lo trascinano verso l'oscurità e il baratro...
Tuttavia il sapore della maledizione è troppo personale ed intimo perchè lo si voglia condividere
con occhi indiscreti: e così non troverete quasi mai qualcuno che
vi sarà riconoscente per avergli indicato la propria piaga.
Vi chiederete: e perchè mai dovrebbero interessarti le piaghe altrui?
Io naturalmente non vi risponderò, per farvi un torto.

Ecco la mia opera...

Quando un'anima pia (un a.r. o un grey ad esempio) si scandalizza dinanzi a parole
evocatrici come "fallito" o "fallimento", essa ci mostra innanzitutto il proprio puerile terrore dinanzi
ad una piaga di cui è portatrice; e non anche, invece, una superba superiorità e indifferenza al destino, sopratutto quando è avverso (Paterbaldi).
Destino, si badi, che non esiste: solo chi, esangue, ha esaurito la propria forza e smarrito la propria volontà può infine "piegarsi" ad un'idea talmente astratta ed insignificante.

Laddove (nella disgrazia) il superiore resta calmo e padrone di sè, l'infero invece si consuma.
Si sappia dunque, una volta per tutte, che io amo taluni "falliti": perchè in essi vedo
potenziali resurrezioni.
Se poi essi affonderanno, pazienza.
Ad alcuni "orientalisti" da strapazzo, che consultano i Ching prima di uscire di casa o farsi una pippa, che barcollano nel buio e cui tanto repugna l'idea di fallimento,
ricordiamo provocatoriamente il principio espresso nella Bhagavadgita dal dio krishna: non il vincere, non il fallire, non il risultato, deve guidare l'azione; ma solo l'aver adempiuto al proprio dovere.
E non chiedetemi quale sia o in cosa consista questo oscuro "dovere" di cui parla il dio:
ognuno, infatti, è libero di interpretare come vuole.
L'unico dovere ammissibile, è quello impostoci dalla nostra coscienza, di là di ogni contingenza.
E tanto basti.


Infine, buttiamo giù la maschera: Alex Colosi è un fascista.
E, se non è orgoglioso di esserlo perchè ritiene l'orgoglio una forma d'idiozia, di certo non se ne dispiace; per lui essere fascista è una necessità fisiologica...
Non c'è libertà: c'è liberazione.
Non c'è eguaglianza: ci sono vette e valli, aquile e scarafaggi, iddii e bestie.
Non c'è fratellanza: c'è il baratro del sangue e dello spirito, ineffabile.
Infine non c'è altro che se stessi: e basta.

Xela disprezza l'universale per conto della unicità.
Xela onora chi, sferzato dalla tormenta, avanza; chi, nel silenzio gelido della solitudine, coltiva la propria forza.
Xela se ne fotte, di tutto e di tutti.
E a coloro che in lui vedono un folle, rivolge un sorriso gentile: vadano pure a giuocare o a fare un sonnellino, se vogliono.



Ma alla fine poco importa cosa sia o cosa voglia Xela.
Che raggiunga le vette dei titani o ristagni nelle paludi dello Stige, solo egli lo stabilirà.

lunedì 11 giugno 2012

il ciandala

Ciò che ancora Pater Clousetti non ha imparato dalla vità, è vivere con pienezza.
Il suo cervello mesce in continuazione sensi di colpa e angoscia, insicurezza e delusioni.
Un ciandala, un vero ciandala.
La cosa più ridicola è che egli si ritiene un aristocratico.
Ma, per disgrazia, egli non eccelle in nulla; anzi è uno specialista del fallimento e della mortificazione.
Se fosse nato nell'antica Roma, lo avrebbero dato in pasto ai mastini, nell'ilarità generale.
Dinanzi alla sua ostentazione, i Cesari lo avrebbero senz'altro fustigato a sangue,
monito vivente per gli schiavi ribaldi.
Diversamente, forse, avrebbe fatto carriera presso l'infame stirpe dei giudii, come rabbino
o profeta del malaugurio.
Purtroppo i suoi istinti sono plebei.
Il suo sangue infetto.
Le sue midolla marce.
Il fatto che si aggiri con una creatura dell'abisso come Qu.bell, è greve indizio
di una predisposizione all'orrido, di una avanzata corruzione spirituale.
Lungi dall'essere -al pari del padre- un teurgo, un semidio splendente ed uranico, un dominatore del caos, un vincitore su forze e spiriti inferi, egli è un vinto, un soggiogato, come dimostra
la sua soggezione e inanità dinanzi ad arpie come la zucchetti, dana e sopratutto Barina, ormai
priva di senno.

Non affondare.
Diventa un dio.
Trova la via.

Io sono nessuno.
Per questo posso essere ciò che voglio.

mercoledì 16 maggio 2012

madalina

Mi auguro che la Grecia esca dall'Unione.
Meglio un tozzo di pane secco, una cipolla, un orto, una capretta, che vivere sotto il giogo infame delle banche, delle agenzie di rating, del fondo monetario, etc. etc.
Mi auguro che l'intero impianto "europeo" crolli e che gli attuali detentori del potere
restino sepolti sotto le macerie.

Appello a Paterbaldi: Madalina ha bisogno di te, dei tuoi soldi.
Deve rifarsi i denti, comprare una casa in Romania per i due piccoli figli, costruirsi un futuro
decoroso e sereno.
Se potessi la aiuterei io.
La vorrei accanto a me, per sempre forse.
Lei, che ha libato e liba peni per necessità.
Sarebbe la mia felicità...
E forse sarebbe una lezione morale per i mille moralisti ottusi come il caro a.r.

Hai scelto di essere una nullità, tu, che potevi essere un dio in terra...
Si. E ho scelto bene.

lunedì 14 maggio 2012

baal dux

Lucs è un brav'uomo.
La sua conoscenza dell'occulto, di buon livello, è unita ad un genuino carattere sanguigno.
Ha più coglioni di Paterbaldi, è deciso, è dotato di quella discreta dose di inflessibilità e resistenza alle avversità che contrassegna il generale valente.
La possibilità, infine, che l'occulto sia una fregnaccia o un semplice stato mentale alterato, non inficia il valore morale di quest' uomo.
Che, pur tuttavia, sempre uomo resta, come tutti.
Ancora devo trovare un uomo sulla terra che mi dimostri la sua deità, le sue "superiori possibilità"...
Per quanto riguarda Gustavo Rolla, adorato dalla stirpe dei Paterbaldi, ho l'impressione
che sia stato un finissimo e geniale turlupinatore.

Per concludere, mi auguro che esista un inferno, a mo' di quello concepito da Dante.
In esso dovranno finire Mario Monti e Gorgo Napoliano.
Il primo, come sanzione, dovrà inghiottire in eterno banconote, spalmate di merda.
Il secondo, assiso su un trono di diamanti e gemme, sarà divorato da topi e blatte.
Io, calunniatore inesausto, mi reincarnerò all'infinito, pago solo di perpetuare il piacere.
Oppure, spazzato via dal vento, farò compagnia al pulviscolo,
sotto lo sguardo di un sole immoto.

domenica 22 aprile 2012

petus

"In te stesso riposa un mondo. Non cercarlo fuori di te"
(Comenius, Unum Necessarium)


Pepus, Chicazzè, Epiphanius, Evola: la confusione (f)regna sovrana nella mia testa.
Più scavo e più vuoto trovo...vuoto perpetuo.
Alla fine mando bonariamente al diavolo tutti.
Nessuno conosce.
Nessuno conoscerà mai.
E se anche conoscesse, non cambierebbe nulla.


Anche Petus, a parole, ambisce a far parte di questa schiera di illusi.
Parla di "contemplazione".
Ma, ahimè, c'è poco da "contemplare", mio caro Petus, a cominciare dal tuo "penus"...


Ora, e sempre, è inutile "lottare", "ambire", "aspirare".
E' inevitabile, senz'altro: ma inutile.
Anche questi "Signori dell'Io" svaniscono nella polvere come tutti, checchè ne dicano loro.
Lo sfarzo e il rito del faraone verrà dimenticato, si dissolverà nel pulviscolo.

In essi non risiede alcuna elevazione, alcuna scintilla divina.
Solo materia, caduca.
E tanta, tanta, vanità.
La natura non è "divina", nella merda non c'è Dio.

"In te stesso riposa il vuoto, perennemente." (A. C.)

martedì 17 aprile 2012

la zucchina (il bis)

Ancora egli, Closeau.
Dopo essersi scambiato effusioni romantiche con padre Jeorf, allegro frate pederasta di Grattocchie,
(forse all'oscuro delle proprie innocenti pulsioni), Closeau mi conduce in uno di questi massaggi cinesi a due passi da San Giovanni.
Nelle mani esperte di due sbrigative baldracche depositiamo il nostro seme.
Naturalmente Closeau ha trovato di che lamentarsi.
La cinese gli ha quasi staccato il frenulo.

Dal 30 aprile Chaplin la farà finita.
Basta cinesi, basta templi.
Mi parla sempre della Zuzetti.
Adora le sue chiappe secche, il suo volto da strega risecchita.
Il suo membro, di appena dodici centimetri e mezzo, la infilzerà come la lancia che trafisse il costato di nostro Signore Gesù Cristo.
Ella, con gli occhi sbarrati, risorgerà a nuova vita.
Quel cazzetto sarà il suo nuovo dio.
Ella, inoltre, resterà gravida, visto che Pepus schizza forte e lontano, sino a due metri.
La creatura che uscirà dal grembo di Valenzina Zucchetti fiorirà sana e felice, grazie all'amore di un padre finalmente forte e risoluto...
Naturalmente tutto ciò è solo un sogno.
Concediamoci i sogni mio caro Pepus.

Anche io sogno.
Tu, caro Pepus, sai cosa sogno.
Ma non ci concedermo il lusso di rivelarlo qui, dinanzi ai volti grigi dei censori.
Essi, i censori, anelano la stessa identica cosa.
L'amore di una zucchina qualsiasi, possibilmente carina.
Tutto qui.

martedì 10 aprile 2012

la tavola

Riza con le basette, roba da pazzi...
Si è fatta pure i capelli rasta...
Una folta peluria ricciuta le percorre le guance, da sotto le orecchie.
Se non facesse le pompe di profilo manco me ne sarei accorto.
L'odore della pelle negra rende dolciastra la sera.

Tavola analitica del cornificio
(Tableau analytique du cocuage).
Solo un genio poteva scrivere un libello simile.
Un utopista, dissero alcuni.
A cominciare da quell'imbecille presuntuoso di Marx.
Come si può, per un solo istante, ritenere seria una sola parola di Fourier?
Non lo si può.
Fabbricatore di panzane, egli semplicemente cercò di sbarcare il lunario.
Adoro questo mentitore, adoro le sue balle leggere.

Portate le corna uomini. E ridetene.
Un'utopia?
Certo.
Ma infinitamente migliore e più saggia di tante altre.

lunedì 9 aprile 2012

pepus

Petrus Baudo ha paura di confessarsi.
Teme che il prete non gli passi la sua vivace frequentazione di "accompagnatrici".
Ripete in continuazione di avere la coscienza a posto, di non vedere dov'è il peccato.
Il peccato è lì, Petrus Baudo, in fondo alla tua testolina.
E lì giacerà per sempre, come un verme, a roderti la coscienza.
Finchè non ripudierai il tuo obsolescente servaggio vetero (e neo) testamentario, rimarrai
sodomizzato da questo incubo morale, il "peccato".
In poche parole, caro Pepus Baudus, devi licenziare per un pò Dio.
Invece di leggere Faletti e altra immondizia, comincia a leggere Sade, Cioran, Nietzsche.
Non innamorartene però, sarebbe un errore grossolano.
Chi si innamora del pensiero altrui è un ingenuo che verrà deluso.
Quei tre vandali sono unilaterali, conducono al precipizio.
Però farebbero al caso tuo...
Tu non credi in te, Pepus.
Per questo credi in altro da te.

E tu Xela, che cazzo combini?
Nulla.
Leggo me stesso, con la brezza di aprile in faccia.
Ascoltando i Pearl Jam.
Cantando come un idiota, a squarciagola.
Piangendo senza perchè, come un tempo.

venerdì 6 aprile 2012

il prode

Marilena, eccitante come un boiler...
Ancora più eccitante il fatto che si ritenga una "figa"...
Il fatto che esibisca con disinvoltura foto del suo volto (e del suo fisico) orrido non suscita scalpore.
L'essere umano non ha senso estetico, coltiva l'orrido.
Baciate ad occhi chiusi questa vacca, immaginate la sua lingua gigante invadere la vostra bocca.
Esperimenti che neanche Arigates potrebbe concepire.
Polpacci alla Maradona, caviglie spesse come pali della luce.
Tettine flaccide e inesistenti naturalmente, rigonfiamenti al cotone, fuffa e un futuro di silicone duro come marmo
La figa stretta come un uscita del raccordo.
"Ma è dentro?" vi chiederete e con orrore scoprite di non sentire nulla,
sebbene il vostro cazzo sia grosso come quello di un toro.

Passando ad altro, devo elogiare il caro Mario Prodi.
Il suo barolo del 2006 era ottimo.
Esempio di vita, mi ha insegnato molte cose.
Coltivatore di vizi che terminano nella scatologia, ha allevato, seppur brevemente, una coscienza parassita e romantica, la mia.
La depravazione morale di Prodi, camuffata dal più aristocratico bon ton,
è uno stimolo che non cessa di sedurmi.

Un elogio anche a Peter Joseph.
L'ultimo Zeitgeist è l'ennesimo capolavoro.
Il finale, con tutta l'umanità che ripudia il danaro, è sublime.
Peccato che non succederà mai.

Da ultimo la cara Paola.
Le tante battaglie civili, tra cui quella contro l'inceneritore, riempiono di senso
la sua vita.
Che si vive a fare?
Per amare e cambiare in meglio il mondo.
Cose buone, eccellenti anzi.
Pur tuttavia alle rivoluzioni preferirò sempre la fica.

Il cielo stellato sopra di me.
La fica calda dentro di me.

venerdì 17 febbraio 2012

torrino

Cos'è il Paradiso...
E' sussurrare nell'orecchio di Bliana "ti amo" dopo averle sborrato dentro.

Alcuni "gironi infernali"...

Pinolina Zuzetti: quanti cazzi hai preso? quanti ne hai succhiati con ardore?
Uno, due, forse nessuno...tapina, ammosciatrice...che sciagura...

Dana: le rughe avanzano, come metastasi invadono il cervello e la vulva.
Una mummia con velleità.

Cubelli: molto male.
Il suo amore non corrisposto per Paterbaldi la strugge.
Fatti sotto Cubelli: succhiare Paterbaldi non è impossibile (c'è riuscita Noemi!)

Fabux: rimandato a settembre.
Anzi, rimandato per sempre.

A.r.: non pervenuto.
L'ultima volta era un semidio.
Può solo migliorare.

Beppino, Antoin, Patrizio Gucci: irrecuperabili.
Ristagnano nella palude della demenza.

La new entry Patrizio Gucci ci riserva molte sorprese.
Gite a Londra, denunce contro anonimi all' avvocato Volpi...

Tu, mio caro Paterbaldi, come vedi, non compari.
Incrocio tra Nietzsche e Pippo Franco, vaghi nel Limbo, come me.

Il Paradiso è al Torrino, a mezz'ora di strada.
Si può comprare, con un pezzo da cinquanta.

le amanti

Ana e Zana sono due ragazze che vendono deliberatamente il proprio corpo.
Non ritengono che una tale scelta sia immorale o lesiva di alcunchè.
Ritengono che morire di fame sia assai peggio.
Nel loro paese di origine, la Romania, facevano sudare la fronte e si spaccavano la schiena tutto il giorno per appena duecento euro al mese.
Un pezzo di pane, l'inverno, venticinque gradi sotto zero.
Ana deve mantenere due figli avuti con un poco di buono.
Non vuole più uomini nella sua vita.
Zana beve coca cola ghiacciata e anela lo stile di vita dell'europa occidentale.
Senza troppe cazzate però, tipo tatuaggi e silicone.
Educate e cresciute all'essenziale, perpetuano un'intelligenza spartana che scarta il futile dalla vita.
Quando una donna è giovane ha ancora il diritto di sognare.
Il sogno di tutte le ragazze è identico ad ogni latitudine.
Essere al centro del mondo.
L'attenzione e la cura di un uomo, possibilmente fedele.
Procreare, giusto per avere un giocattolo, come gli altri.
Un bel pò di soldi: per vanità, per sedurre e per dormire tranquille.

Poi si scopre che non si è mai al centro del mondo, al più in periferia.
Si scopre che la fedeltà degli uomini è una rarità.
Procreare: inessenziale, sopratutto quando si deve sopravvivere.
Solo il giudizio sui soldi resta invariato: per quanto li si possa disprezzare
non se ne può fare a meno.
E a tutti piace averne in abbondanza.

Ana e Zana in particolare fanno godere me.
Le amo.
Voglio godere con entrambe.
"Voglio godere con tutt'e due. Vi amo entrambe".
"Ma come facciamo?"
"Ciucciatemi il cazzo insieme. In ginocchio. Una a destra, una a sinistra.
Vi sborrerò sul viso, sulle lingue.
E poi vi pomicerò."

Le ragazze si guarderanno, sorridendo.

lunedì 13 febbraio 2012

la maschera

Ipotesi: Dio esiste e si camuffa.
Indossa la maschera del Diavolo per tutta una serie di ragioni intuibili.
Mettiamo che è un mascalzone: ma non vuole dimostrarlo.
A furia d'annoiarsi d'un tedio eterno, è diventato sadico: perciò deve tormentare qualcuno, cioè noi.
Terzo: ha preso gusto alla tortura e non può più far a meno di questa farsa, il "Male".
Quarto: non è in suo potere farla finita, levarsi di mezzo.
Quinto: mettiamo che un giorno venga finalmente smascherato e citato in giudizio da un tribunale umano.

Ecco le parole dei giudici:
Ce la siamo presa sempre con il diavolo, mettendolo in croce.
Ora finalmente sappiamo che il burlone, l'infame, eri tu.
Cosa hai da dirci, che non hai già detto, ingannando tutti, a cominciare da Giobbe?
La nostra condanna, l'unica possibile, essendo impotenti, sarà di non crederti più.

A questo punto Dio, sorridendo, replicò:
Fate come vi pare, la vostra condanna è leggera.
Anzi: mi eccita; e la vostra ribalderia mi piace.
Se aveste piegato all'infinito il capo ai miei arbitrii vi avrei cancellato già da un pezzo.
Non lamentatevi troppo: in fondo "siete"; o sarebbe stato meglio per voi non essere affatto?
Ora scusate: non avendo nient'altro da fare, devo occuparmi di voi.

Così dicendo andò via, coprendosi il volto con la maschera.

un saluto

La morte della negretta mi lascia indifferente.
Voglio invece dedicare un saluto a due persone care che non ci sono più.
I genitori di befy.
Premurosa e gentile con gli ospiti, la mamma fumava come una dannata e preparava tè squisiti.
La casa era semplice e pulita.
Il papà aveva dita che parevano tronchi.
Faceva il ferroviere.
Qualche anno fa gli prese il vizio di consumare la pensione con i videopoker.
Parlava poco e aveva il colorito bruno di un vecchio contadino arso dal sole.
Rimasto solo, si è addormentato anche lui per sempre.

Una famiglia unita, tanti sacrifici per crescere e dare un futuro dignitoso alle figlie.
Come fecero i genitori di mia madre.
Come fecero tutti, o quasi.

Addio cari.
Il vostro ricordo, gradevole come una brezza di primavera, si smarrisce presto, all'ora della sera.

sabato 11 febbraio 2012

un glande

Provate a immaginare la noia di un piccolo borghese di origini sicule.
Egli si stufa di tutto e presto.
Per sua disgrazia inoltre ha scoperto di nutrire dentro di sè una deliziosa repulsione verso tutti gli stimoli della cultura: la letteratura, l'arte, la poesia, la scienza, per lui equivalgono a patate marce.
La cultura lo annoia perchè non ha più niente da scoprire e da dire.
E se anche avesse qualcosa da dire, sarebbe comunque inutile.
A furia di avvizzimenti interiori questa creatura si accosta alla mondanità, il tanto spregiato regno in cui i suoi simili competono senza sosta.
Tuttavia egli non compete: assiste... e come un parassita attinge vitalità da questa dimensione spettrale e seducente.
Il vuoto che egli trova in essa lo alleggerisce, seppur brevemente, del peso della noia e perciò gliene è riconoscente.
Mentre gli altri credono che questo vuoto sia sostanza, egli capovolge ogni sostanza in vuoto.
Egli sceglie deliberatamente l'alienazione.
La coltiva, come tutti i suoi vizi.
Sa che l'alternativa è una "verità" brutta.
E inoltre sa, ridendo in faccia a psicologi e situazionisti, che tutto, proprio tutto... è alienazione!
Il risultato è sempre identico: scegliete una balla qualsiasi e scappellate il glande al momento giusto.

Di vuoto in vuoto, senza stancarsi mai, colma la sua esistenza.
Oggi lo vedrete nei panni del boia, domani in quelli dell'esecutato.
Giunto al patibolo, senza vergogna alcuna, dirà infine:
"Sono mondo"

venerdì 10 febbraio 2012

labulus

Babo Baldracchi è uno studente di esoterismo.
Si accanisce nel credere al diavolo, alla metempsicosi e ad altre cappellate simili.
I suoi innumerevoli tentativi di parlare con i fantasmi, di invocare Satana, falliscono sistematicamente e miseramente.
Un giorno il diavolo, provando pena per questo giovane fanatico e ostinato, decide di andare a trovarlo per fare quattro chiacchere.
"Baldracchi?"
"Si?"
"Salve. Sono il diavolo. Visto che è da una vita che mi cerchi, ho deciso di concederti il piacere di conoscermi."
"Allora esisti! E la coda? le corna?"
"Paccottiglia medievale...Ti concedo quattro domande: perciò scegli bene mio giovane amico."
Babo si accarezza il mento e comincia.
"Perchè esisti?"
"Non lo so".
"Dio esiste?"
"Non lo so. Ma non credo".
"L'inferno esiste?"
"No. L'unico inferno è la vita. Ma se sai spassartela non è poi così male."
"L'anima esiste?"
"No. Chiamate anima l'elettricità che solletica le vostre smorfie."
"Cazzo! Ho finito le domande!"
"Peggio per te mio giovane amico. Posso farti io adesso una domanda?"
"Certo".
"Perchè voi umani mi pregiate della vostra fede? Io non ve ne ho mai chiesta una, a differenza di Dio".
Babo riflette un pò. Poi risponde.
"Perchè il Male è evidente. La sua esistenza è un fatto. Mentre il Bene è...labile."
"Anche io sono labile."

Così dicendo il diavolo scompare.
"Si è dileguato, assieme alle sue parole.
Forse posso trarne un principio..." pensò il giovane.

giovedì 2 febbraio 2012

il patto

Ilario Patucchi è un quarantenne senza fregna.
Anni or sono ebbe una fugace relazione con una ex compagna liceale, la quale,
dopo aver bevuto il suo seme, lo abbandonò per sposare un altro uomo, forse più aitante.
Da quel momento Ilario si dedicò con indulgenza all'onanismo, per circa nove anni.
Non gli pesava molto darsi piacere da sè, si era abituato così, quasi con rassegnazione,
anche se ogni tanto l'impulso carnale lo spingeva a goffi tentativi di "rimorchio",
nella specie di qualche "zecca", ossia giovani studentesse di sinistra della provincia di Roma.
Le "zecche" per lo più ignoravano le avances di Ilario oppure lo eludevano attraverso
un'amicizia estemporanea e di forma, due sorrisi, una birra e tanti saluti.
Poi un giono Ilario incontra il diavolo, camuffato nei panni di un piccolo borghese siciliano.
I due diventano amici e il diavolo, attraverso teorie razionaliste ed esempi concreti, spinge ben presto Ilario a condotte "immorali", quali la frequentazione (con annessa consumazione di rapporti carnali) di giovani prostitute provenienti dall'est europeo.
In particolare Ilario, a furia di seguire le laide orme del diabolico siciliano, conosce e s'infatua
di una certa Bliana, una graziosa diciottenne rumena che vende il proprio corpo per cinquanta euro.
Ilario, in preda a un ardore mai provato prima, corteggia con tutti i mezzi la ragazza con il fine di farne la propria compagna.
Purtroppo non vi riesce: la ragazza preferisce la libertà perversa del meretricio piuttosto che legarsi ad un uomo comune...
Affranto, Ilario non si rassegna: va dal diavolo e gli propone un patto.
Per quella ragazza rumena, così bella e dal seno candido, morbido e generoso, egli è disposto
a perdere l'anima.
Il diavolo accetta.
E così finalmente il sogno di Ilario si realizza: la rumena lo sposa e i due vivono un amore
reale e intenso...
La ragazza rimane incinta e dà alla luce un bimbo meraviglioso.
Passano gli anni e infine, ormai anziano, Ilario muore.
Riapre gli occhi e si ritrova dinanzi l'antico amico, il diavolo.
"Sono pronto..." dice, con voce solenne.
"Seguimi allora".
"Qualunque cosa mi attenda voglio comunque ringraziarti.
Grazie a te ho avuto la felicità.
Ho avuto tutto ciò che desideravo. Sopratutto ho goduto.
Senza una donna l'anima è inutile. Il vero inferno sarebbe stato farsi le pippe..."

lunedì 23 gennaio 2012

una teoria

Piccola teoria del destino.
Il destino concerne e seduce i perdenti, al massimo coloro che decadono con l'eleganza
degli stoici.
Chi è ricco e bello, e sopratutto sano, un alby o un b. ad esempio, penserà esclusivamente a fottere belle donne e spassarsela senza mai preoccuparsi o incupirsi del domani.
Quando il sole arride il domani non esiste.
Esiste un presente che si rinnova quasi con l'esattezza dell'eternità.
Scoprire che l'eternità del piacere è un'illusione -e per questo rinnegarlo- può sgomentare spiriti viziati, non già nature sane, poichè queste ultime, nella loro non curanza del proprio piacere, non fanno altro che perpetrare il comune impulso mammifero.
Buddha scoprì il dolore e la morte e deluso infangò il piacere.
Imbecille infinito!
Interrogare il meccanismo vitale è già un sintomo di decadenza, di morbosità senza via d'uscita.
Non c'è via d'uscita, dissipate il piacere sull'altare del presente se ne siete all'altezza o estinguetevi senza clamore.
Gli scheletri viventi, i mortificatori, gli anemici: ecco coloro a cui serve un destino.

Il miglior destino è non aver destino.

giovedì 29 dicembre 2011

il pianista

Il concerto del pianista Binda mi ha deliziato.
Da anni la musica ha smesso di appassionarmi.
La musica è una droga leggera il cui effetto postumo è un angosciante senso di vacuità generale.
Come nel sesso, dopo l'eccitazione sensoriale non resta che l'amara consapevolezza che la felicità dura un attimo e che l'estasi dipende dalle ghiandole.
L'assoluto svanisce con la stanchezza, con la secchezza delle mucose.
Per apprezzare la musica e il sesso non bisognerebbe sopravvivere ad essi, all'orgasmo e all'ultima nota.
Morire, suggellati dal Piacere...

Grazie Binda.

mercoledì 28 dicembre 2011

skyrim

Deludente l'ultimo lavoro della Bethesda.
Trama piatta e unilaterale, grafica modesta, gameplay ordinario, tutto già visto.
Totalmente sprecato il pretesto dei draghi: ci avessero dato la possibilità di schierarci con essi -dando luogo ad un finale davvero diverso e alternativo!-, di trasformarci in drago (oppure di cavalcarne uno) e sfrecciare per i cieli e le montagne in cerca di epiche battaglie...
Immaginate: intere città da abbattere, con eserciti, arcieri, maghi, catapulte, golem!
E voi, ricoperti di scaglie, a esalare fiamme, bufere, e a fendere i nemici con gli artigli e le fauci...
Oppure ad affrontare altri draghi in battaglie aeree o a cacciare mostri nei fondali marini! (con un gameplay dedicato)...
Si poteva immaginare (e realizzare) tutto ciò e altro ancora.
Oblivion almeno aveva l'alibi di non pascere draghi nelle sue terre!
Gli asfittici programmatori della Bethesda si sono limitati ad aggiungere -unica debole novità- qualche potere "draghesco" (i cosiddetti urli) e sono andati a dormire tranquilli come idioti...
I soliti noti hanno infine incensato con recensioni untuose questo giochino riciclato facendolo passare per un capolavoro.
I soliti "ignoti" hanno invece constatato, non senza dispiacere, che l'ora dei draghi non è ancora giunta.

venerdì 23 dicembre 2011

balbuzie

Perchè continuare a scrivere?
La coscienza ripudia i silenzi con un impulso invincibile.
Perciò dobbiamo eiaculare: parole, idee, teorie...
Ci si affloscia, per due ore o un mese, e poi, di nuovo, il pene della coscienza s'indurisce: e giù affabulazioni, verbi e parole.
Quante idiozie scrissi, quante malignità! Che campione di putredine!
Nella melma colsi luccicare qualcosa: una corona di allori marci, bagnata da una rugiada simile alla bava delle lumache.
Cesare della melma: ecco la tentazione di un titolo qualsiasi.
Ma a che pro, quando ogni titolo vale quanto lo sputo d'un epilettico?

Solo i silenzi bonificano l'anima.
Non la preghiera, invocazione sterile.
Ma l'anima, questa vecchia mascalzona, è incapace di tacere.
Infestiamo il mondo nominando le cose.
Il verso non è tutto.
E' solo la superbia della balbuzie a farci credere una fesseria simile.
E all'inizio non fu il verbo.
Fu il silenzio...

sabato 17 dicembre 2011

l'insonne

Cioran seppe trasformare la disperazione in principio ludico.
Come fece?
A furia di annoiarsi, notte dopo notte, insonnia dopo insonnia, bestemmia dopo bestemmia,
l'agonia sbocciò in "arte": la bestemmia mutò in poesia.
Cioran vi prese gusto: e così si specializzò nella calunnia universale.
La calunnia, violenza minore e incruenta, adoperata con la moderazione e la profondità dell'asceta, è un'ottimo stimolante fisiologico: in più ha il pregio di essere sempre valida ed attuale contro ogni sistema.
Da buon fannullone Cioran si guadagnò il pane calunniando tutto.
E, alla fine, si divertì pure.

"...colmare, tubando insieme, la vacuità generale; e infine -parodia dell'estasi- annegare nel sudore di una complice qualsiasi..." (E.M. Cioran)

lunedì 12 dicembre 2011

l'empio

Passeggiare per il bosco con Pepus è divertente.
Gli argomenti toccati sono disparati: la bilocazione di Padre Pio, le visioni di vari dementi contadini, Buddha, Cristo, l'impotenza epistemologica della scienza, il pensiero che modifica la realtà fisica, etc.
Quasi con sistematico oltraggio mi diverto a minare ogni certezza balducciana, affinchè venga corrotta dal verme del dubbio.
Da buon credente Pepus si accanisce verso di me, cercando di condurmi sulla retta via.
Deve convertirmi.
I pensieri immodificabili mi urtano.
Preferisco minare, sabotare, insultare.
Le teorie edificanti mi fanno vomitare.
Non che io ami i deserti: mi piace il tremolio delle stelle perchè non acceca il mio sguardo.
Come esseri umani siamo tutti infetti : infetti di verità.
E vogliamo sempre infettare gli altri con i nostri miseri fiati!
Anche lo scettico è infetto, infido e malfermo: ma sta al suo posto.
Da dentro esaliamo l'odore delle cloache.
Per questo ci copriamo di profumi.
Buddha avrebbe fatto meglio a tacere e gettarsi in mare con una pietra al collo.
Invece tutti i suoi apostoli imbecilli assillano la terra con la loro compassione marcia e le loro parole anemiche.
Nessuno è buddista e nessuno è cristiano.
I santi sono poveri vigliacchi che si ingannano di sfuggire al putrido destino della carne.
Come è divertente tutto ciò!
Baldacci!
Empi i calici!
Non a Buddha nè a Cristo devi brindare, pallidi fantasmi malati:
alla Carne, ancora calda e sana, sia rivolto il tuo inchino devoto.
A questa Carne così imperfetta ed ebbra di desideri...

giovedì 1 dicembre 2011

il mago

L'operazione magica numero due è semplice.
E' così semplice che potrebbe essere eseguita persino da un minorato.
Tuttavia di "magico", in essa, non c'è nemmeno l'ombra.
La magia esige infatti una serie di regole inflessibili, l'ufficialità del rito, il potere (o mana) sovrannaturale dell'officiante, l'esattezza delle formule, la genuinità degli "ingredienti";
e, per ultimo, la cosa più importante: il risultato (magico)!
L'obiezione è quindi cristallina: qui manca il risultato mio caro Beltrapi!
A meno che non si voglia indicare nello "sfogo alla vostra fantasia" quel quid di magico che altrimenti latita in tutto l'esperimento...
In definitiva siamo quindi dinanzi ad una "psicomagia": al delirio meraviglioso di un uomo riconoscente (Beltrapi) che ama la vita, il sole , l'acqua , la terra, le donne, la generazione, etc. etc.,
che, guidato da un impulso estetizzante e pagano, "deve" ringraziare il creato per tutti i suoi doni.
L'analogia col frate d'Assisi è sin troppo banale.
Bisogna aggiungere altro?
Si: se Beltrapi è pagano, lo è proprio perchè l'educazione cristiana lo ha castrato da giovane;
e ora sente il bisogno di riappropriarsi di aria fresca e di polmoni nuovi.
Il creato non cesserà mai di stupire e commuovere il sempre vergine Beltrapi.
E, dal canto suo, con la nobiltà che gli è propria, Beltrapi non cesserà mai di lodare il creato:
che, con ingenuità candida e puerile, continua a chiamare Dio.

martedì 29 novembre 2011

l'operazione magica numero zero

Modesti, seppur pregevoli, i risultati sin qui espressi dal mio amico Beltrapi.
Modesti nella quantità, s'intende: perchè Beltrapi sa bene ciò che vale.
La sua forza di volontà è grande: come una diga che trattiene un mare: o è la sua volontà come un mare, trattenuto da forze e vincoli più grandi di lui?
Cosa aspetta a deragliare, a spezzare le catene?
In fondo le catene gli piacciono, come un noto "cordone" da egli stesso concepito.
Perciò non è un represso: si adagia sul letto di tortura e gioisce sui chiodi come un laido fachiro.
Anche il Professor Chicazzè è un represso: se non fosse un clown
lo avremmo gettato dalla rupe tarpea per levarcelo di torno.
Invece lo amiamo: perchè ci fa pietà e ci rispecchiamo in lui, povero fallito sentimentale.
Ora, visto che Beltrapi si adagia e ama i letti chiodati, sorge il sadico desiderio di sedersi sopra di lui e fargli sentire ancor di più le punte acuminate.
Ma è tutto tempo perso! Beltrapi Chicazzè è un genio della pena, è un emulo del cristo!
Il suo perverso desiderio è di essere crocefisso e sputazzato!
Beltrapi è duale: metà pagliaccio e metà nazareno, anela la corona di spine: e allo stesso tempo
dall'alto della croce se la spassa come una canaglia!
In conclusione: Beltrapi si autocrocifigge per puro narcisismo.
Chi ha narici forti, il bracco addestrato, riconosce il lezzo dell'incenso da lontano.
Io, umile servo del Signore, mi limiterò a carezzare la maschera: sapendo che sotto di essa, da qualche parte, si cela, giocondo e maledetto, Beltrapi.

il prete

Teodobaldo Giampi è un giovane prete diabolico.
Ha compreso da lungo tempo che la religione cristiana è un mucchio di stronzate
finalizzate ad appagare gli appetiti famelici di falliti, repressi e deboli di spirito.
Tuttavia questa consapevolezza non lo turba affatto: anzi, lo diverte, nella malafede più assoluta.
I veri credenti, ai suoi occhi, sono degli esseri inferiori, spesso spregevoli, degni tuttavia di una grande menzogna che li riscatti dalla loro inutile esistenza.
Inoltre Teodobaldo, grazie a questa grande menzogna, campa: più che agiatamente del resto.
Sarebbe pertanto un'assurdità smascherare la propria "miscredenza" e perdere così i tanti privilegi accumulati negli anni, primo tra tutti quello di campare senza lavorare.
Perciò le cose devono restare così come sono: nella totale dabbenaggine e ignoranza altrui.
Un giorno il diavolo, giusto per farsi un giro, va a trovare il finto prete Teodobaldo.
Teodobaldo lo riceve e va a prendere due bicchieri di vino rosso.
"E così li hai giocati tutti, vecchio mascalzone d'un prete. Non avrei saputo fare di meglio".
"L'ignoranza e la menzogna sono gli unici principi che devono governare il mondo.
Immagina cosa accadrebbe se tutti questi dementi scoprissero la verità, che Cristo è un bluff...".
"Erigerebbero nuovi idoli in cui credere, come sempre. Per fortuna l'unica verità è la menzogna".
"Allora brindiamo all'unica verità: alla menzogna!"
I bicchieri cozzarono e il vino colò nelle loro gole.

Molti anni dopo Teodobaldo si ammalò di cancro.
La malattia avanzava inesorabile, disfacendo il corpo del prete.
Ormai era finita.
Così Teodobaldo, con un ultimo gesto plateale, decise di gettare la maschera.
Durante una funzione dichiarò ai fedeli :
"Cristo è un bluff. Ma saperlo è inutile. Siete condannati. Alla salute!"
Così dicendo se ne andò, bevendo il vino dal calice.
Il diavolo, che era lì, gli fece:
"Ma come, non avevi detto che l'ignoranza e la menzogna devono governare il mondo?
Perchè allora calarsi le braghe? Perchè tradirsi all'ultimo momento?"
"Per meglio mentire alla prossima occasione" disse il prete.

venerdì 25 novembre 2011

il ciandala

Puccio Beltrani è un uomo di mezza età debole e insicuro.
Dopo aver eiaculato con donne giovani a pagamento, si reca in chiesa a purgare la coscienza sporca.
Nietzsche lo avrebbe definito un "ciandala", un decadente, una mezza tacca.
Beltrani inoltre, come tutti i deboli, nutre il forte bisogno di confessarsi ai preti.
La sua religiosità, atipica, è un miscuglio di credenze e miti contrastanti, Cristo immischiato alla metempsicosi, la devozione per la Vergine e il culto pagano del Sole...
Un giorno Beltrani viene rapito da alcuni terroristi di estrema sinistra.
I terroristi vogliono ottenere un forte riscatto dal ricco padre di Beltrani, banchiere cattolico massone in pensione.
I rapitori, turpi teppisti della periferia romana, non esitano a picchiare e insultare il povero Beltrani.
Oltre alle botte e alle umiliazioni, Beltrani viene segregato in una cella umida e buia, infestata da topi e scarafaggi.
Beltrani porta con sè una collana con una croce di legno.
Beltrani la stringe e prega, in silenzio.
Prega, nel buio della cella, con gli occhi chiusi, per ore e ore, per tutto il tempo...
Un giorno uno dei carcerieri si accorge delle orazioni di Beltrani.
In preda ad un violento delirio il bruto entra nella cella, colpisce con uno schiaffo il prigioniero e gli strappa la collana con la croce.
"Schifoso bigotto, Dio non ti salverà!" grida il laido teppista.
Per punizione Beltrani viene lasciato senza acqua nè cibo per giorni.
Dopo una settimana uno dei carcerieri, forse meno violento e più umano degli altri, entra nella cella e porge a Beltrani un pezzo di pane e un bicchiere di acqua fresca.
Il carceriere guarda il prigioniero e gli domanda:
"Come fai a pregare Dio? Non vedi che non ti aiuta?"
"Non ho scelta. Se smettessi di pregare morirei"
"Forse morirai comunque..."
"Pazienza allora".

Infine Beltrani riesce a fuggire uccidendo uno dei carcerieri dopo una lotta furibonda.
Egli, debole, timido e mite, ha ucciso un uomo.
Nonostante il ritorno alla libertà, egli resta ossessionato dalla tragedia di aver ucciso.
Non trova pace.
Non dorme, non mangia, non fa più sesso: non riesce più a pregare.
Neanche i suoi amici confessori, i preti, riescono a consolarlo.
Così il diavolo viene a dirgli la verità.
"Devi vivere con la colpa. Devi inghiottire il veleno dal calice. Non hai alternativa."
"Una alternativa c'è sempre" replica Beltrani.
"Tre in realtà. Una è la morte. Solo morendo espierai il tuo male. Ma tu non vuoi morire..."
"E la seconda alternativa?"
"La seconda alternativa, peggiore della prima, è la follia, l'ossessione, l'inferno...ma tu non vuoi vivere nell'inferno".
Il diavolo sorride. I suoi occhi luccicano.
"Dimmi qual'è la terza alternativa."
"La terza alternativa è il male. Abbracciarlo. Sceglierlo deliberatamente. Con orgoglio.
Con naturalezza. Naturalmente è la scelta migliore, l'unica che cancellerà la colpa e l'ossessione.
L'unica che ti restituirà il piacere di vivere."
"E il prezzo da pagare?"
"Nessuno. E' gratuito. Questo è il male...".

mercoledì 23 novembre 2011

belprati

Palmira Belprati è la giovane figlia di un ricco notabile romano.
Il padre, avvocato e senatore cattolico, le ha fornito gli strumenti della più alta educazione borghese: collegio in Svizzera, studi umanistici, laurea ad Oxford in letteratura e filosofia, frequentazione dei migliori conservatori del mondo.
A ventisei anni Palmira Belprati è una pianista di altissimo livello.
Tuttavia ad un certo punto, del tutto inopinatamente, il pianoforte, l'immenso bagaglio culturale accumulato in anni di studi, non le interessano più.
Il padre, con il suo immenso patrimonio, potrebbe mantenerla a vita; oppure potrebbe senza alcuna difficoltà introdurla nelle smaglianti pieghe della corrotta politica capitolina.
Ma, ancora una volta, neanche la carriera politica le interessa.
La giovane si chiede cosa voglia realizzare nella vita.
Non le interessano le relazioni sentimentali con gli uomini (e per la verità neanche il sesso, passatempo inutile, breve e culturalmente infimo), non le interessa procreare nè metter su famiglia (i bambini la infastidiscono): insomma tutto ciò che per i suoi simili, uomini e donne, rappresenta lo "scopo" della vita (la carriera, il sesso, la comunanza affettiva), per lei è solo un miserabile bi-sogno destinato a infrangersi nella noia, nella delusione e nella ripetitività quotidiana.
Palmira decide così che lo scopo della sua vita può essere uno solo: la sperimentazione continua di cose nuove, nel tentativo, consciamente irrealizzabile, di non annoiarsi mai della vita o quantomeno di annoiarsi il meno possibile.
Se infatti la noia è inevitabile, lo è solo perchè gli uomini cristallizzano le loro sciocche abitudini.
Passare da una esperienza all'altra, sempre, ma senza fretta...passare il tempo, trastullandosi dolosamente tra gli opposti, in attesa che la vita passi...
Così, del tutto deliberatamente, in mala fede potremmo dire, Palmira progetta di sperimentare, in una successione temporale adeguata e razionale, due esperienze esistenziali contrapposte: vuole sperimentare l'estasi religiosa, la santità prima; e il "peccato", la degradazione morale, poi...
Vuole cioè passare dal bene al male...
Ora Palmira, grazie alla propria cultura psicologica, sa bene che la santità consiste in uno stato mentale (alterato): si tratta quindi di stabilire, con una scelta artificiosa, le basi reali per una tale alterazione mentale...e restare a vedere!
Palmira decide così di diventare una monaca di clausura: per un intero anno della sua vità!
Dopodichè -nell'ipotesi in cui Dio non l'avesse accolta presso di sè - sarebbe passata al peccato, al lato oscuro, con un calcolo altrettanto premeditato e doloso...

Dopo neanche un mese di clausura Palmira decide di uscirne, nauseata: ammesso che Dio esista, e ammesso che abbia un senso credere in lui, non è nella preghiera nè tra le frigide mura di un convento che si deve cercarlo...bisogna cercarlo altrove allora: nel vizio e senza necessità sopratutto...
Ma prima di dedicarsi al vizio, bisogna dare ancora una chance alla ricerca della santità:
così Palmira, uscita dalla clausura, diventa crocerossina; va in Africa ad assistere lebbrosi e bimbi
malati di dissenteria, in mezzo alla merda, al pianto e al dolore.
Ma neanche qui Palmira trova qualcosa che minimamente avvicini alla santità:
i bambini muoiono come mosche, nella merda.
Solo il raro sorriso di qualche creatura sopravvissuta allevia il cuore e impedisce la bestemmia.
Infine Palmira, non senza dolore, decide di abbandonare quegli infelici al loro destino.
Torna a Roma e all'insaputa del padre, si mette a fare la prostituta d'alto bordo.
Ma lo fa solo per sanzionare quella scelta ideologica ed esistenziale che si era posta all'inizio:
l'adempimento del vizio cioè: dopo aver pagato il giusto tributo alla vana ricerca del bene...
Il sesso, se non la ripugna, la annoia mortalmente: tuttavia le rende possibile conoscere le debolezze degli uomini: e questa circostanza la gratifica e diverte immensamente...

Gli anni passano e Palmira decide infine di sposare un uomo vecchio e potente:
un ricco senatore romano, come a suo tempo fu suo padre.
Il vecchio senatore vuole un figlio: e lei glielo dà.
Invecchiando Palmira comprende come il suo iniziale progetto di vita si sia esaurito:
ormai non le resta che attendere con inerzia la fine dei giorni.

Un giorno, inopinatamente, solo per il gusto di "stare a vedere" e senza essere sorretta da alcuna intenzione morale, Palmira decide di entrare in una chiesa e di confessarsi con un prete.
Il prete, come di rito, le comincia a fare le solite domande.
"Perchè sei qui? Perchè vuoi confessarti?"
"Non lo so. Forse sono qui soltanto per stare a vedere che cosa succederà. Ma so già che non succederà niente, come sempre" risponde Palmira.

domenica 30 ottobre 2011

elle

Nora Santucci è un donna contemporanea, di mezza età.
Come la gran parte delle donne contemporanee, Nora vive una vita ordinaria e conforme ai dettami della sua epoca: consumismo, edonismo, adesione formale ai canoni del credo cattolico, simultanea simpatia verso credenze alternative "new age", apertura ideologica verso l'esoterismo orientale,
compulsività isterica verso ogni nuova moda spirituale, fiducia cieca nella psicoterapia, uso moderato di stupefacenti, finto libertinismo sessuale, saffismo: insomma, in una battuta, di tutto di più.
In realtà Nora vive un vuoto interiore spaventoso, lacerante: vuoto che cerca di colmare con tutte queste stronzate, che assume come adempimenti coatti: e che tuttavia, uno dopo l'altro, falliscono e si dissolvono lasciandole un vuoto più esteso e una delusione ancora più atroce e insopportabile.
Non bastano i viaggi in India e in Tibet per convertire Nora a qualcosa, magari a una definitiva forma di ascetismo: la puzza di merda, i santoni pidocchiosi e luridi con lo scroto arrotolato, i monaci zen con i denti gialli e il sorriso viscido la disgustano parimenti dell'odiato Occidente...
Delusa da tutto Nora decide di ammazzarsi: se ne va in un bosco portandosi alcol e medicinali psicotropi.
Inghiotte tutte le pillole con l'alcol e dopo un pò precipita in uno stato di abbandono totale...
Sdraiata sull'erba, la testa le gira vorticosamente: sopra di sè vede il cielo, un cielo grigio con nuvole grigie che mutano forma lentamente ma inesorabilmente...il cielo la guarda senza occhi, indifferente...
Poi, ad un certo punto, stordita, il cielo viene sostituito da una figura umana maschile dalle forme rozze...è un pastore con mani enormi, dita nodose e tozze, sopracciglia ispide e nere, barba bluastra, capelli scuri e crespi, occhi neri e ardenti come un dannato dell'inferno...indossa una camicia a scacchi ed emana un leggero fetore di caciotta ed escrementi di pecora...
Nora fissa impotente e in silenzio lo svolgersi di un rito, forse il più antico e barbarico:
il bruto, con la bava alla bocca, si cala i calzoni ed esibisce un cazzo mostruoso, nero come la pece...poi le strappa i vestiti di dosso e come un animale impazzito si avventa sul suo corpo immobile...le azzanna i seni, piccoli come chicchi di grano e poi con un impeto bestiale la infilza...
Nora è serena, calma: assiste a ciò che sta accadendo al suo corpo come se fosse all'infuori di esso...
I colpi del bruto la scuotono come un fuscello: d'un tratto sente un'esplosione di piacere inaudito,
pulsazioni infuocate le sciolgono l'anima e le viscere... gode, finalmente gode come mai ha goduto in tutta la sua infima vita...
Il mostro grugnisce, esce dal ventre di Nora e si allontana, scomparendo.
L'odore del seme, acre come l'aceto, si mischia a quello della rugiada e del trifoglio.
Il silenzio del bosco scende di nuovo.
Il cielo, solenne e immoto, indifferente e grigio, torna a coprire tutto.
Nora è riconoscente.
Chiude gli occhi e si addormenta. Per sempre.

giovedì 27 ottobre 2011

la iena

Le città invisibili di Italo Calvino si concludono con questa frase:
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui,
l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."
Ebbene, questi due modi di mettersi in rapporto con l'inferno, non prevedono il caso di Valentino Paterbaldi.
Egli non appartiene certo alla maggioranza per così dire silenziosa (in realtà essa parla il linguaggio dei motori, dei telefonini e delle televisioni) che accetta l'inferno, ne fa parte e non lo riconosce più;
ma non appartiene però neanche all'élite fortunata che cerca nell'inferno qualcosa che non è inferno.
Anzi: Paterbaldi sa, prima di ogni altra cosa, che da sempre e per sempre non c'è altro che l'inferno.
Non si propone neanche nel modo più vago e generico (come Calvino) l'ipotesi che ci sia qualcosa al di fuori di esso.
Non si sogna neanche lontanamente che ci possa essere un modo, anche illusorio, di non soffrirne o almeno di ignorarlo.
E allora, cos'è che distingue Valentino Paterbaldi dalla maggioranza silenziosa?
E' chiaro, benchè terribile: egli accetta l'inferno, come la maggioranza silenziosa, ma al contrario
della maggioranza silenziosa non ne fa parte, e perciò lo riconosce.
Ecco delineata una condizione di "estraneamento"...
L'accettare un fatto per pura e semplice obiettività, e il non farne parte pur riconoscendolo,
costringe Valentino Paterbaldi ad avere con questo fatto un rapporto tragico di estraneità:
e che tuttavia, forse a causa di un inconsapevole istinto di sopravvivenza, riesce a tramutare in una, seppur provvisoria, soluzione irrisoria...
Quando la tragicità è ridotta ad essere così completamente priva di illusioni, non può che trasformarsi in comicità.
Visitatore-dannato dell'inferno, Valentino Paterbaldi, bruciandosi nel fuoco o dibattendosi nella pece bollente, osserva gli altri dannati: e, pur soffrendo in modo selvaggio, in questo suo osservarli li trova ridicoli.
Il suo ridente sguardo cadaverico si posa sopratutto sui dannati in qualche modo simili a lui,
appartenenti alla sua cerchia, alla sua specializzazione.
La loro irresistibile comicità di dannati non spinge però Paterbaldi nè a deriderli troppo nè ad avere qualche pietà.
Descrivendoli, egli concretizza semplicemente la propria condizione di "estraneità" :
la concretizza in una forma di distacco linguistico che è quasi filologico:
e decisamente filologico lo è nella sua veste di "finzione narrativa"...
Ma è ora di spiegare in parole povere di che si tratta.
Valentino Paterbaldi ha finto d'essere uno scrittore, armato di una erudizione spaventevole, capace di tutto e, nel tempo stesso, capace di semplificare tutto.
Decide di comporre una raccolta di scritti surreali, bizzarri, arrivando addirittura a inventare teorie, sistemi filosofici e teologici ancora più assurdi...il tutto con uno stile impersonale, neutro, da enciclopedista, in modo da risultare convincente, quasi scientifico...oppure, all'opposto, utilizzando toni perentori, indiscutibili, assolutistici, come volesse vendicarsi di qualcuno...
Questo procedere secernendo surrealismo con uno stile descrittorio-formalistico, enciclopedico
(alla Fourier per intenderci), gli provoca convulsioni che lo piegano in due dal ridere, mentre dagli occhi gli sgorgano copiose lacrime d'ilarità...
La composizione dogmatica, patetica, gli serve per riprendere fiato.
Ecco un motto di questo squilibrato:
"Anche la liberazione asservisce"

Valentino Paterbaldi non portò mai a compimento la sua opera.
Forse fu punito da un dio per aver troppo deriso il prossimo.
Morì di crepacuore, mentre sghignazzava come un pazzo.

lunedì 24 ottobre 2011

la zucchina

Zizina Zuzetti è una zitella.
Sui quaranta, corpo sifilitico, seno piatto, alta un metro e mezzo, volto da strega.
Origini meridionali.
Culturalmente la sua istruzione rasenta lo zero: uno spaventoso zero avvolto nella "fuffa" però:
la lunga lingua eiacula infatti tante di quelle vanterie da arrivare in cielo...
La tragedia di questa zitella moderna è il suo rigore morale
(che nella prassi si traduce in una nevrosi):
rigore morale che, mischiato ad una dinamicità e ad un eclettismo forsennato,
la rende una creatura contorta, ibrida, che suscita allo stesso tempo
un senso di ridicolezza e pietà...
Si occupa di tutto, non perde un colpo, non le sfugge un evento mondano, è alla moda...
Con il prossimo ostenta presunzione; nel lavoro non ammette errori, lapsus od omissioni...
Dice di fare l'avvocato ma in realtà non è nemmeno laureata e lavora come impiegata in una nota azienda telefonica.
Comunque sia, nessuno immagina che la severissima e disciplinata Zizina Zuzetti
quasi ogni notte si trasforma in una ardente tribade che, sotto le coperte del letto,
si titilla e trafigge con banane, cetrioli, zucchine e cazzi di gomma lunghi mezzo metro acquistati
segretamente per corrispondenza...
La disgrazia della Zuzetti è che riesce a godere solo con "falli" vegetali o di gomma:
i falli veri, quelli di carne, dei maschi, rimangono per lei un'enigma...
Ella infatti non riesce a farne "addrizzare" uno...
Appena li tocca essi appassiscono come fiori morti.
I maschi, imbarazzati, si scusano, si riabbottonano i calzoni e se ne tornano a casa senza chiamarla più.
Con il passare degli anni non riesce nemmeno a trovare un disgraziato disposto a fare del sesso.
Non le resta che godere con oggetti inanimati.

Così, tristemente, fra banane e zucchine, passano gli anni.
Un giorno le bussa alla porta di casa un giovane, bello e aitante.
Fa l'idraulico e si chiama Roberto.
Lei è molto vecchia, è diventata una zitella rugosa.
Il suo desiderio, nonostante l'età, è di essere posseduta da quel giovane stallone:
ma naturalmente non ha il coraggio di dirglielo.
Roberto è un uomo spiritoso, virile:
ma naturalmente non andrebbe a letto con una vecchia;
terminato il lavoro si congeda e se ne va.
Zizina chiude gli occhi e posa le membra flaccide sul letto.
Chiede a Dio un ultimo desiderio prima di morire in solitudine:
chiede il corpo d'un giovane...un giovane dal cazzo duro, caldo, come quello di Roberto...
Ma purtroppo Dio non risponde.
"E se chiedessi al Diavolo? Forse che egli mi asseconderebbe?
Ma cosa dargli in cambio? Ma certo! La mia dignità, il mio stupido orgoglio,
di cui fin'ora e così a lungo sono stata scioccamente prigioniera!"
A quel punto Zizina ode bussare alla porta.
E' Roberto.
Dice di aver dimenticato un attrezzo.
La vecchia si inginocchia.
Davanti ha un idolo da adorare in un modo nuovo.

giovedì 20 ottobre 2011

il convertito

Vi racconterò la storia di una una conversione.
Il protagonosta è Elio, importante notabile di Roma affermatosi per le sue indiscusse capacità professionali nonostante la giovane età (non ha nemmeno quarant'anni).
Le origini di Elio sono prestigiose: gli avi del padre furono importanti notai e magistrati;
quelli della madre, invece, furono ricchi latifondisti del meridione.
Elio, inoltre, è anche un uomo colto, un intellettuale: di destra naturalmente.
Essere di destra, in due parole, significa una cosa sola: ritenersi superiori.
Tale superiorità -o meglio, tale presunzione di superiorità- è sempre di un tipo solo:
spirituale.
Su tale presupposto, sullo Spirito cioè, si basa una condotta, una morale, un'estetica
-in una parola una cultura- che, con una fatalità assoluta, distingue e divide nettamente
gli uomini in due categorie: gli inferiori, nati per servire e obbedire, e i Signori, destinati al comando e all'imperio...

Elio, naturalmente, sapeva tutto ciò, anzi, lo sentiva: sentiva cioè di appartenere alla stirpe dei Signori.
Tuttavia sapeva anche, con estremo sgomento, di vivere nel Kali Yuga:
turpe età in cui l'anarchia e la forza bruta avrebbero prevalso e in cui le orde degli schiavi si sarebbero sollevate contro tutti i Signori cancellando per sempre dal mondo ogni principio di superiorità spirituale...
Così Elio viveva una vita di "facciata", anonima, riservata, ineccepibilmente civile; ma covando segretamente un odio assoluto verso tutte quelle "infezioni" moderne che nel suo paese,
l'Italia, andavano diffondendosi o già da tempo si erano affermate: il diritto di voto a tutti,
la democrazia, l'integrazione culturale e razziale degli stranieri, nord africani, cinesi, zingari...
In particolare egli provava un gaudio interiore che rasentava l'orgasmo sessuale
- e che tuttavia naturalmente celava con una superba ipocrisia borghese-
quando dalla cronaca locale o nazionale apprendeva che quegli esseri spregevoli e inferiori
(nordafricani) perivano a centinaia o decine affogando nelle loro barchette disgraziate, tentando un esodo via mare verso le coste italiane, fuggendo dai loro paesi incivili e sottosviluppati...
Alla notizia, poi, o al solo pensiero, che in quelle traversate perivano affogate tra i flutti giovani donne incinte i cui grembi contenevano feti di sette, otto mesi, Elio era colto da un'eccitazione irrefrenabile,
che lo costrigeva a sbottonarsi i calzoni, impugnare il membro e masturbarsi furiosamente...
La medesima gioia convulsa lo coglieva quando apprendeva il verificarsi di una tragedia
(per esempio bimbi arsi vivi in un campo nomadi a causa di un incidente).

Un giorno Elio si reca in Venezuela per una vacanza.
Durante un banale spostamento aereo con un piccolo velivolo, il pilota viene colto da un ictus:
ma con un ultimo slancio vitale, e poi spirando, riesce miracolosamente ad atterrare su un atollo sperduto nel Mar delle Antille.
Elio, lievemente escoriato e incredulo d'essere ancora vivo, si accorge che un altro passeggero è sopravvissuto...
Si tratta di una donna: ma in essa si annida qualcosa di ambiguo, enigmatico.
La "donna" respira, ma è svenuta.
La bellezza di quelle forme è eccessiva, indecente, oscena...
Il corpo di quella "donna", attrae fatalmente Elio:
il seno è gonfio, duro; il culo è generoso, sodo; le labbra turgide; i fianchi molli e sensuali...
Elio non capisce...deve scoprire la verità.
E così spoglia la "donna" ancora priva di sensi...
Indossa un "tanga".
Elio deglutisce.
Un piccolo pene scuro, piccolo come una lumaca, e uno scroto minuscolo come olive,
ornano un pube depilato, con grazia.
Elio è avvinto da un sentimento nuovo: la vista di quei genitali suscita in lui una tenerezza senza fine...
Così egli capisce.
Se si fosse schiantato non avrebbe mai capito.
Intanto la donna con i genitali divini riprende conoscenza: lo guarda, con stupore,
e sospira in una lingua straniera.
Elio si china, le accarezza delicatamente il capo e le bacia la fronte.
Ha gli occhi umidi, gravidi di lacrime.
"Ti amo" le dice.

martedì 18 ottobre 2011

una storiella

Vi racconterò una storiella.
Provate a immaginare un uomo devoto: i cui precetti di vita si ispirano ad un sentimento
e a una devozione sinceramente radicati nel suo cuore.
Un santo, per farla breve: qualcuno cioè che agisce con disinteresse verso il
proprio egoismo ed è pronto a sacrificare ogni bene e la vita
pur di conservare i valori in cui crede.
Poco conta conoscere quale sia nello specifico il credo -religioso o politico- di quest'uomo:
vi basti sapere che ne ha uno e che per esso si immolerebbe senza esitazione.
Chiameremo quest'uomo, per civetteria, Fabux.
Fabux ha quarant'anni, vive in una grande città, non è colto,
ha un impiego fisso e noioso, non ha amici perchè tutti -sopratutto le donne-
lo trovano "poco brillante e per nulla sexy" e, cosa peggiore, "privo di personalità
e senza carattere".
Fabux non è diventato prete perchè gli piace molto masturbarsi:
la sua vigile coscienza laica gli impedirebbe di conciliare l'eucarestia con le pippe.
Fabux eiacula solo con pippe, si badi: non acconsentirebbe mai a coiti
a pagamento con donnine, perchè in contrasto con la sua moralità.
Fabux, sebbene senza amici, è un cittadino molto attivo: frequenta convegni femministi,
va a teatro, vede films, non perde una manifestazione politica (di sinistra):
senza capire nulla di teatro, cinema, politica, femminismo, etc.
Ciò si addice perfettamente alla sua vocazione da santo "laico":
infatti, per lui, l'importante è credere in tutte queste moderne virtù laiche (civiche):
libertà, democrazia, diritti, etc.: senza interrogarsi mai sul perchè di una tale scelta
ideologica.
Non si è mai chiesto, ad esempio, perchè egli non ha scelto di essere
un reazionario, un monarchico o un fascista: perchè, invece di credere nelle moderne virtù democratiche, al contrario non le nega e combatte con la stessa onestà spirituale e fervore
ideologico...
Il santo non domanda, non chiede: obbedisce ai precetti del suo dio e basta.
Se osasse disobbedire, perderebbe la santità: e diventerebbe un peccatore qualsiasi.

Bene.
A questo punto la storiella potrebbe terminare qui:
Fabux, il sanfedista moderno, potrebbe morire serenamente, a ottant'anni o più, con la Costituzione della Repubblica Italiana -mai interamente letta- stretta sul petto,
una vita onesta, proba e casta alle spalle (tasse pagate fino all'ultimo centesimo;
solo pippe, all'ombra della società -e quindi politicamente e sociologicamente neutre-
fino all'ultima eiaculazione).
Ascensione in cielo di Fabux (il Padreterno gli concede finalmente una donna, magari "bruttina" come la vuole lui, di nome Marta...Letizia eterna, celestiale, dei due.)
Invece, essendo questo finale troppo "ovvio", ve ne propongo uno diverso.
Dopo molti anni Fabux è colto da una "crisi" interiore, esistenziale.
Ha la sensazione sconcertante che gli ideali e i doveri in cui ha sempre creduto siano un bluff,
un'esilerante pagliacciata da circo...
Tuttavia egli sente ancora il bisogno di credere in qualcosa e di erigerlo a fondamento di fede: ma non sa cosa!
Chiaramente c'è sotto lo zampino del Diavolo.
Così quest'ultimo decide di tentarlo, sotto forma di prostituta nigeriana.
Fabux, in trance, allunga la mano e tocca, per la prima volta nella sua vita, un seno morbido...comincia a succhiarlo, palparlo...gli sembra un sogno.
"Allora" -dice il Diavolo sotto forma di prostituta nigeriana-
"Se vuoi questo seno, o qualsiasi altro seno, dovrai rinnegare i tuoi ideali: che già da tempo
hai messo in discussione. Perderai l'anima e la santità. Ma, credimi, non sarà una perdita dolorosa.
In alternativa salverai la tua anima: ma non i tuoi ideali. Vivrai nella delusione, nel ricordo
di qualcosa di fatuo e insignificante. E non rivedrai mai più questo seno, nè alcun altro per il resto della vita. Scegli."
Visto che Fabux non smetteva di libare, il Diavolo ne dedusse le conseguenze.
Fu così che il Santo perdette l'anima.
E perdendo l'anima conobbe una gioia perfetta e sconosciuta.

domenica 16 ottobre 2011

pulcinella

Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita.
Ciò non toglie che tali persone agiscano, producano e facciano qualcosa della loro vita.
Altri invece hanno il vizio di credere:
i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare.
Se un bel giorno costoro non credono più
-magari piano piano, attraverso una serie successiva di disillusioni-
ecco che riscoprono quel "nulla" che per altri è stato sempre, invece, così naturale.
La scoperta del "nulla" disvela una potente comicità logica:
implica cioè non solo il proseguire dell'azione, dell'intervento, dell'operosità
-intesi ora non più come Doveri ma come atti gratuiti-
ma anche la sensazione esilerante che tutto ciò non sia che un gioco...

Finalmente si potrebbe erigere la propria Malafede a valore supremo...
per mancanza di valori supremi !!!
Nessuna ascesi, nessun ritiro dal mondo (miserabile soluzione senza fantasia).
Anzi: partecipazione mondana più fitta, interesse per tutto, pragmatismo:
sempre sotto forma di parodia, sempre con la coscienza sporca:
cose appunto quanto mai esileranti...
Identificare il mondo sociale col nulla e godere di ciò, essere rivitalizzati da questo;
umorismo critico dinanzi a cui non c'è valore o argomento che possa resistere
e al contempo assoluta malafede e ipocrisia nel propugnare e attuare tali valori...
Lo stato d'animo di chi vive questa esperienza del mondo è l'irrisione.
Così, dunque, nel momento in cui è irrisa, l'intera realtà è riaccettata dall'uomo.
La contraffazione, la parodia, la malafede:
è grazie a tali strumenti che il "nulla" in cui la realtà consiste ci piace...

Ora sapete già che tutto ciò è immorale.
Nessuno tollera l'ipocrisia e la disonestà.
Tuttavia "nessuno" è solo una pallida maschera che si indossa per autocompiacenza.
Sapete infine che chi irride deve innanzitutto irridere se stesso.
Tuttavia la voglia di "Pulcinella" è grande.
Bisogna trarne le conseguenze.

giovedì 13 ottobre 2011

il calice

L'urina può essere di diversi sapori: salata, amara, aspra, persino tendente al dolce.
Ora non dovete storcere la bocca, perchè con l'urina, magari la vostra, si possono
creare diverse ricette alquanto deliziose.
Un buon risottino ad esempio: invece di usare quella porcheria del glutammato
-il dado per intenderci-, peraltro dannoso alla salute dei neuroni e del fegato,
potrete preparare un brodino "biologico" per il vostro eccezionale risotto.
In due litri d'acqua bollente gettate un pezzo di manzo magro da due etti,
una o due cipolle, una bella carota, un pomodoro sbucciato, un ciuffo di prezzemolo,
un gambo di sedano e due bicchieri di pipì calda...non salate mi raccomando.
Nel mentre fate soffriggere due cipolle bianche in olio extravergine d'oliva
e non appena s'indorano innaffatele con un bicchiere di vino bianco e un dito di pipì calda.
Versate il riso, aggiungete il brodo ogni cinque minuti, mescolate a fuoco alto, etc. etc.
Per concludere potrete aggiungere una bustina di zafferano sciolta in un mestolo di brodo.
Versate infine due etti di parmigiano, mescolate bene e servite.
Da bere consiglierei un Muller Thurgau ghiacciato, cantina Mezza Corona.
I vostri amabili amici borghesi -o sottoproletari imborghesiti- impazziranno
e vi colmeranno di elogi: non immaginando che uno dei segreti di quel capolavoro culinario
è il vostro piscio.
Brindate e ridete, alzatevi e mentre i vostri amici s'ingozzano come suini, declamate ad alta e solenne voce gli immortali versi di Dante, Cicerone e Virgilio.
Se sono presenti donne giovani e belle, non accompagnate da cornuti, inginocchiatevi ad esse
e baciatele i piedi con la più assoluta umiltà.
"Mangiate" -disse XXX- "Questo è il mio pene."
"Bevete. Questa è la mia urina".
"Godete. Questo è il mio seme".

La fine del mondo può attendere altri due calici di...

mercoledì 12 ottobre 2011

la cappella

Diamo il benvenuto ad A.X., novizia di questa landa scabrosa.
Il suo interesse mi pervade di un'eccitazione che rasenta la gioia,
come accade a quei timidi sconosciuti sui quali per ventura si posa l'attenzione
di un occhio estraneo.
Essi, completamente inani e impagliati nella loro timidezza, non sanno reagire: e per loro l'attenzione ricevuta è vivificante; anche quando il giudizio dell'occhio alieno si traduce in una condanna morale o estetica...perchè tutto è meglio dell'indifferenza.
L'inconfessato desiderio dello sconosciuto è di essere notato, conosciuto, amato;
persino odiato e calunniato; ma mai trascurato.
Ecco perchè crediamo ai fantasmi: perchè non vogliamo essere cancellati;
perchè la nostra brama di notorietà deve vendicarsi della dimenticanza altrui perseguitandone
la coscienza...
L'indifferenza è la vera morte.

Ma come al solito sto divagando.
Torniamo a te cara A.X.
La risposta alla tua domanda è: Si, anche!
Xela e Baldo seguono le Vie che il Destino Lubrico ha loro assegnato.
Il loro ossequio verso il Piacere è mistico, come quello dei Templari verso il Graal.
E tanto basti.
Tu invece cosa fai?
Godi, grazie a Dio?
O appartieni anche tu al tristo girone dei Castrati per volontà propria (a.r., peppino, fabio, etc.)?
Siamo curiosi.

Sappi che qui si spazza via tutto;
allo stesso tempo l'indulgenza è suprema.
Le cose, qui, si assolvono da sè:
ma solo attraverso il supplizio (letterario ovviamente).
Il vento ha l'ultima parola.

E così, con sincero sgomento, ho scoperto l'amara verità:
anche tu appartieni al tetro Girone degli Accidiosi Autocastrati, esseri abietti e pregni di odio.
Clouseau è un uomo nobile, onesto e generoso.
Egli sa cosa è una Donna: ne sa cogliere i petali, perchè è un uomo delicato.
Egli sa cosa è il Piacere.
Il tuo corpo invece, mia povera A.X., non lo saprà mai.

giovedì 6 ottobre 2011

scaracchi (storia di un ladro)

E così eccoci a cento.
Adesso potrei raccogliere i "migliori" tra questi cento scaracchi
-per lo più saccheggi letterari e nient'altro- e pubblicarli in un libello intitolato appunto "Scaracchi";
o magari "Scaracchi letterari" (suona meglio).
Ma solo due o tre baccalà, degni d'infinito affetto, potrebbero credere che le mie "produzioni"
siano degne di rientrare, a qualsiasi titolo -anche il più spregevole- nell'ambito generale della "Letteratura"...
Il fatto ad esempio che chiunque oggi scriva "libri", o meglio
"escrementi letterari", questo fatto, per me, non costituisce "Letteratura".
La mia "produzione", signore e signori, è uno scarto tirato a lucido;
qualcosa di riciclato, un surrogato, forse saltuariamente pregevole...
Uno scaracchio appunto: qualcosa che brilla di luce riflessa.
Ora, mi si obietterà, nella Letteratura ciò che conta è la forma, la costruzione sintattica, il suono,
l'uso sempre "nuovo" delle parole: non tanto il contenuto, l'idea, la trama, etc.
Verissimo: ma per me tutto ciò non è sufficiente.
Le parole hanno un valore solo se la loro combinazione risulta esplosiva, letale, come una formula chimica o un orgasmo: altrimenti sono sterili, come la maggior parte dei nostri discorsi.
Le parole devono squartare, tirarvi fuori le budella, farvi rinascere, convertirvi:
e non c'entra nè la retorica, nè la verità (concetto futile) nè l'utilità (relativa).
C'entrate voi, in un disegno oscuro che vi trascende: siete così labili che basta un virus, un
gesto o una parola effimera per modificare i vostri flebili destini...
Siete in balia del vento, di un vento musicato che non saprete mai dove vi condurrà...
Questo -soltanto questo- è il bello!
Io, misero ladro di parole altrui, mi limito a mischiare le carte e a barare costantemente.
O per sempre, se lo vorrete..

la dea

Gli appuntamenti possono essere fatali.
Sopratutto gli appuntamenti con Clouseau.
C'è sempre qualcosa che impedisce a Clouseau di essere puntuale.
I suoi ritardi si basano pressochè su prolungati lavaggi al bidet, ripensamenti dell'ultim'ora,
vendette personali e altre amenità, come gatti, tartarughe e sifoni guasti.
Nell'attesa in macchina ascolto canzoni alla radio e contemplo il mio cranio lucido e spelacchiato,
arso da una luce solare forte e indifferente alle tragedie umane.
Stanco di noia mi dirigo a casa di Clouseau.
Busso e mi apre una donna attraente e gentile, sulla cinquantina.
Snella, occhi d'un azzurro chiaro, lineamenti sottili e curvilinei, gambe magre e sode.
Vivace, come una bambina di otto anni.
Quelle gambe, deliziose ed eccitanti, preludono fantasie inconfessabili: così vado a confidarmi con Clouseau.
"Niente male la signora di sotto..."
"E' mia madre" risponde amabilmente Clouseau.

In un quarto d'ora questa adorabile creatura mi spalanca il suo mondo, palpitante e tumultuoso...
Ella è un'aristocratica, una poetessa, una tribade arsa da un'ansia di vivere all'infinito,
di godere perpetuamente...
Dopo cinque minuti che la conosco mi invita a giocare a ping-pong -alle dieci di mattina
di un giovedì feriale!-, con la nonchalance tipica dell' aristocratica, liberamente padrona
di dissipare il proprio tempo e la sua vita nel capriccio e nel gioco...
La casa di Clouseau è un tempio a Venere: vi regna solo la Bellezza, la Forma, l'Armonia...
Ogni centimetro è frutto di una ricercatezza sublime, votata al Bello, in senso classico...
Naturalmente, come ogni donna aristocratica, Ella è spudoratamente consapevole delle proprie origini, della propria cultura, della superiorità sociale a cui appartiene;
e sfoggia questa sua superiorità artistica e intellettuale con piglio e posa ghibellina.
Naturalmente, come ogni donna che si rispetti, Ella è anche frivola;
di una frivolezza innocente, per così dire, che appartiene necessariamente al suo ceto
e al suo stato di natura, cioè di gioconda.
Le sue poesie, di una malinconia sublime, anelano e tributano amori impuri, immorali, forse inconfessabili...
Ella è una Giulietta, pronta a tutto: al tripudio, all'efferatezza inconsulta e al sacrificio estremo...
Donne simili, per poter essere amate, richiedono uomini d'eccezione,
uomini votati ad una dedizione estrema,
uomini-padri che amano come padri indulgenti e non come mariti possessivi e gelosi,
uomini di rara saggezza che -pur di preservare sempre la felicità della creatura donata loro dalla
Provvidenza- sono disposti a tollerare tutto, compreso il libertinaggio della loro amata...
Donne simili, che più vetustano più ardono di vita, sono doni rarissimi,
frutti acerbi che non maturano mai, il cui nettare virgido inebria voglie immortali...
Donne simili sono Dee mortali.
Solo ad Esse è lecito immolarsi.