E anche con Maria Pazan
è finita.
Non era la prima volta
che mi imbarcavo
su una zattera.
Sapevo che prima o dopo
sarebbe arrivato un giorno greve.
Sapevo che i marosi
mi avrebbero cinto
e sbalzato.
Sapevo che alla fine
sarei affondato.
Anemona et Luana docunt.
La lezione è sempre la stessa:
numquam amare mignus!
E' stata un'avventura pazza.
Ma nonostante lo schianto
non posso negare di aver gioito.
Rifarei tutto con Pazan.
Riberrei il calice avvelenato
sino alla feccia.
Adesso devo solo
dimenticare.
L'amore deve esistere
da qualche parte.
Ho gambe forti.
Lo troverò.
lunedì 28 settembre 2015
martedì 22 settembre 2015
Marcella
Questa lettera la dedico a te
cara Marcella.
Solo il diavolo avrebbe scommesso
sulla nostra amicizia.
Solo il diavolo ha l'occhio acuto.
Per un atroce scherzo del destino
siamo soli.
Viviamo soli.
I nostri parenti sono distanti.
Non abbiamo una famiglia
con cui condividere la realtà
quotidiana.
Tu l'hai avuta.
E ne hai passate tante:
la guerra, il matrimonio,
una figlia, la perdita del coniuge,
la malattia.
Io non ho nulla da raccontare.
Il presente è vuoto,
il futuro mi angoscia.
Ma non lo dico a nessuno
perché mi vergogno.
Nessuno ci chiederà
come abbiamo vissuto.
E se dovesse accadere,
mentiremo, per buona educazione.
La solitudine ha forgiato le nostre anime.
E intanto arriva l'autunno.
L'ennesimo.
Preparami un caffè
cara amica.
Forse non è ancora tardi
per essere felici.
cara Marcella.
Solo il diavolo avrebbe scommesso
sulla nostra amicizia.
Solo il diavolo ha l'occhio acuto.
Per un atroce scherzo del destino
siamo soli.
Viviamo soli.
I nostri parenti sono distanti.
Non abbiamo una famiglia
con cui condividere la realtà
quotidiana.
Tu l'hai avuta.
E ne hai passate tante:
la guerra, il matrimonio,
una figlia, la perdita del coniuge,
la malattia.
Io non ho nulla da raccontare.
Il presente è vuoto,
il futuro mi angoscia.
Ma non lo dico a nessuno
perché mi vergogno.
Nessuno ci chiederà
come abbiamo vissuto.
E se dovesse accadere,
mentiremo, per buona educazione.
La solitudine ha forgiato le nostre anime.
E intanto arriva l'autunno.
L'ennesimo.
Preparami un caffè
cara amica.
Forse non è ancora tardi
per essere felici.
mercoledì 1 luglio 2015
la via del vizio (risposta a Merluzzi)
Pacio Merluzzi è un aspirante Ganimede
che di recente ha depilato i capezzoli
per "seguire la moda"
e per piacere dannunzianamente
e senza esito ad una tata romana.
Afflitto da fobie insanabili
(alcune delle quali risibili, come ad esempio
il bussare alla porta dell'abitazione
d'una baldracca sudamericana
per paura di disturbare la quiete
di quattro manovali romani dediti
a ubriacarsi placidamente
nel cortile d'un condominio di Pavina
durante un sabato sera),
Ganimede Merluzzi
ha definito la "via del vizio"
con riferimento alle abitudini sessuali
di uno sfaccendato
bracciante meridionale che lavora
saltuariamente
in una ditta geocentrica.
Per Ganimede Merluzzi
la via del vizio (e del peccato)
consiste:
1) nel consumare rapporti carnali quotidiani
con giovani meretrici romane
(sopratutto con una certa Priscilla Pazan,
con cui lo stesso Merluzzi
ha tentato in hotel
un paio d'amplessi dagli esiti
disastrosi);
2) nel non cercare, da parte del bracciante meridionale,
"l'amore" bensì solo il sesso
(che il bracciante cerchi solo sesso e non "amore",
questa è una fanfaluca del Merluzzi;
inoltre Merluzzi si fa le seghe alle due di notte
-non sappiamo con quanto "amore"-
guardando pornazzi o pensando alla tata);
3) nel ritenere sterile, se non nociva,
l'assidua frequentazione della mignus
romana Priscilla Pazan, verso la quale
il bracciante meridionale nutre simpatia
e una forte attrazione fisica.
Al contrario del Merluzzi,
cresciuto tra sensi di colpa e fobie medievali,
l'incolto bracciante si sente felice di fottere
quasi quotidianamente la Pazan
(e le altre amichette) in mezzo a verdi praterie
e sotto la frescura delle quercie:
sopratutto gli dà gioia esprimere
la sua virilità di uomo adulto
con una donna che apprezza
il suo cazzo.
E -anche se Ganimede Merluzzi
non lo crede
perchè la sua psicologia è piccola-
anche il bracciante sa amare le donne:
non solo con il cazzo
ma anche con il cuore...
Perchè allora il bracciante non si cerca una ragazza?
-obietta Merluzzi in coro a tutti i baccalà.
Ma è proprio quello che fa.
Ogni giorno.
Con ardore, coraggio e determinazione.
Sa che il suo vagare è minato, tutto in salita.
Sa che nel lago in cui nuota ci sono piragna e caimani.
Ma poi vede Priscilla.
E la mattina gli appare una promessa
del Sole.
che di recente ha depilato i capezzoli
per "seguire la moda"
e per piacere dannunzianamente
e senza esito ad una tata romana.
Afflitto da fobie insanabili
(alcune delle quali risibili, come ad esempio
il bussare alla porta dell'abitazione
d'una baldracca sudamericana
per paura di disturbare la quiete
di quattro manovali romani dediti
a ubriacarsi placidamente
nel cortile d'un condominio di Pavina
durante un sabato sera),
Ganimede Merluzzi
ha definito la "via del vizio"
con riferimento alle abitudini sessuali
di uno sfaccendato
bracciante meridionale che lavora
saltuariamente
in una ditta geocentrica.
Per Ganimede Merluzzi
la via del vizio (e del peccato)
consiste:
1) nel consumare rapporti carnali quotidiani
con giovani meretrici romane
(sopratutto con una certa Priscilla Pazan,
con cui lo stesso Merluzzi
ha tentato in hotel
un paio d'amplessi dagli esiti
disastrosi);
2) nel non cercare, da parte del bracciante meridionale,
"l'amore" bensì solo il sesso
(che il bracciante cerchi solo sesso e non "amore",
questa è una fanfaluca del Merluzzi;
inoltre Merluzzi si fa le seghe alle due di notte
-non sappiamo con quanto "amore"-
guardando pornazzi o pensando alla tata);
3) nel ritenere sterile, se non nociva,
l'assidua frequentazione della mignus
romana Priscilla Pazan, verso la quale
il bracciante meridionale nutre simpatia
e una forte attrazione fisica.
Al contrario del Merluzzi,
cresciuto tra sensi di colpa e fobie medievali,
l'incolto bracciante si sente felice di fottere
quasi quotidianamente la Pazan
(e le altre amichette) in mezzo a verdi praterie
e sotto la frescura delle quercie:
sopratutto gli dà gioia esprimere
la sua virilità di uomo adulto
con una donna che apprezza
il suo cazzo.
E -anche se Ganimede Merluzzi
non lo crede
perchè la sua psicologia è piccola-
anche il bracciante sa amare le donne:
non solo con il cazzo
ma anche con il cuore...
Perchè allora il bracciante non si cerca una ragazza?
-obietta Merluzzi in coro a tutti i baccalà.
Ma è proprio quello che fa.
Ogni giorno.
Con ardore, coraggio e determinazione.
Sa che il suo vagare è minato, tutto in salita.
Sa che nel lago in cui nuota ci sono piragna e caimani.
Ma poi vede Priscilla.
E la mattina gli appare una promessa
del Sole.
mercoledì 24 giugno 2015
la cremina della felicità (storia di M.)
La conobbi dieci mesi fa.
Stava a una fermata del bus.
Ballava scuotendo le chiappotte
mentre ascoltava orribili
canzonette rumene
con le cuffiette.
Lo show
attirò la mia attenzione.
Mi avvicinai per osservarla meglio.
Quel viso e quelle chiappotte
meritavano d'essere sborrati.
Orecchini pacchiani a forma d'aquilone
rubati in una merceria cinese.
Sgargianti stracci di nailon,
anch'essi cinesi.
Biondina.
Nanerottola.
Viso d'una bambola.
Occhi azzurri.
Carne bianca come il latte.
Gambe corte e tozze.
Piedi piccoli e tozzi, come quelli d'un australopiteco.
Zizze piccole e avvizite
non in grado di avvolgere grossi membri
ma comunque buone da ciuccià.
Ventre flaccido con lieve pancetta.
Culetto sodo e pieno,
ideale da manducare
e sfondare a pecora.
I capelli odoravano di sebo.
Le ascelle di cipolletta.
Cos'aveva questa nanerottola rumena
che mi eccitava,
abituato com'ero a fottere
fighette profumate e fottomodelle russe?
Non lo so: fatto sta che vicino a lei
il cazzo mi scoppiava.
La biondina ci sapeva fare.
Lo prendeva in bocca senza guanto
manducandolo con dolcezza
mentre tanta bella saliva colava.
La fica stretta si sfondava come burro: una delizia.
Ora la porto a casa.
Due ore di furibondo piacere,
a scopare e riscopare finché
il pizzo s'intosta.
Un pò di musica
e mi scuote le chiappotte e la fighetta
sotto il naso.
Alle ragazze piace piacere
e far rizzare cazzi:
è nella loro natura profonda
far le puttane...segno di fecondità e salute.
Tra una ficcata e l'altra mi racconta
aneddoti della sua stravagante vita.
Con le tue avventure
potresti scrivere un libro cara M.
Potresti venderlo a pippari
e intascare qualche soldino.
So che non lo farai.
Per te i libri sono carta per accendere
il camino.
E allora in tuo onore
scriverò qualcosa io per te.
Per ricordare al mondo che donna
incredibile sei.
Quando arrivasti nello stato pontificio
al seguito d'un pappone zingaro,
eri una ragazzetta timida e cicciottella.
Non parlavi l'italiano e non sapevi fare le pimpe.
Nascondevi i soldi nelle lattine vuote
della pipsi cola.
Imparasti a ciucciarlo
esercitandoti con le banane.
Poi il pappone fu accoppato a pistolettate.
Eri libera, non dovevi spartire i soldi con nessuno.
Dovevi sposare un avvocato rumeno.
Il giorno del matrimonio hai mandato tutto all'aria
e sei andata a fare la mignotta.
Poi hai sposato un povero disgraziato:
lo hai accannato dopo averci fatto
un pupetto.
Il baccalà è ancora innamorato:
ma con una birbantella non c'è speranza.
Hai anche un altro figlio
avuto con un altro tizio.
A quanto ne so lo hai denunziato
per papponaggio
all'uopo di evitare che ti togliesse il pupo.
Nella vita non hai fatto solo la buttanella:
per un certo periodo consegnavi pane ai negozi
con un furgone; ti alzavi alle quattro
e partivi; alla sera tornavi
a scuotere le chiappotte sul marciapiede,
per arrotondare il salario.
La ditta, d'un anziano cliente,
ti aveva persino messo in regola.
Il giorno dell'esame guida
partisti di quinta.
La macchina puzzava e fumava:
ti accorgesti che il freno a mano era tirato
dopo aver percorso trenta chilometri.
Una volta per tornare a casa
imboccasti il raccordo
contromano: la polizia invece d'arrestarti
fu così gentile da accompagnarti all'uscita giusta
lungo la corsia d'emergenza, sempre contromano.
Guidi come una pazza a duecento all'ora
e con l'assicurazione falsa.
Lamentandoti di me, che secondo te prendo tutte le buche.
Cambi auto con la frequenza con cui cambi mariti:
da ultimo hai comprato un'alfia romeo grigia
e per rimetterla a posto hai speso cinquemila neuro.
(un vero affare).
Una volta l'alfia romeo non partiva.
La batteria s'era scaricata.
Amò puoi venì?
Vengo ma non so come aiutarti.
Fidate, me serve solo la tua batteria.
Fantastico -penso. Resterò a piedi anche io.
Arrivo e con un corredo di chiavette inglesi,
dopo una serie di smontaggi e rimontaggi di batterie
(da me eseguiti) che non sto a descrivere,
rimettiamo in moto l'alfia romeo
e la zat.
Hai visto quante cose famo insieme?
Scopamo, famo i mecanici...divertente no?
Senz'altro-rispondo, con le mani nere
e i polpacci punti dalle zinzare.
La bacio e me ne vado.
Per chiudere in bellezza la serata
la birbantella dimentica il telefonino sulla cappotta
dell'alfia romeo e lo perde.
Un'altra volta accompagno la birba
al tribunale di Merdetri
per una testimonianza che doveva
rendere in un processo per usura (mi pare).
Degli sbirri l'avevano vista ai pratini mentre riceveva
le minacce d'un trans messicano
e volevano che testimoniasse la circostanza.
Gli sbirri le rompevano le palle
da un anno con atti di citazione a teste
notificati sinanco durante il coito.
L'udienza era fissata a mezzogiorno.
Si fanno le tre e mezzo e finalmente la chiamano
(intanto il cazzo mi scoppia).
Come si chiama?
M. Z.
Che lavoro fa?
Attualmente non occupata.
Il giorno ics era nel posto ics?
Si.
Un avvocato dice qualcosa ai giudici circa
l'attendibilità del teste.
E' ritornata sul posto ics?
No.
Può andare.
M. si alza.
E' incazzata.
Tre ore ad aspettare
quattro domande imbecilli.
Fuori dall'aula
manda a cagare giudici e avvocati.
Annamo a scopà amò.
I tuoi clienti sono per lo più sessantenni dal cazzo moscio:
c'è di tutto, da quello che beve la pipì
a quello che ti massaggia i piedi tozzi per due ore
senza manco tirarselo fuori per una sega.
Da parte mia
vorrei mozzicare e sborrare
i tuoi chiappotti per l'eternità.
Ieri, dopo due ore a pistonà
e dieci mesi che ci frequentiamo
ho visto il nettare del piacere
sulla tua bella fica rosa.
Cos'è quella cremina?
E' la cremina della felicità...
Voglio sfondarti la fregna cara M.
Sopratutto voglio farti godere.
Voglio la tua cremina in abbondanza.
Voglio il tuo nettare
perchè mi fa sentire felice e virile.
Stava a una fermata del bus.
Ballava scuotendo le chiappotte
mentre ascoltava orribili
canzonette rumene
con le cuffiette.
Lo show
attirò la mia attenzione.
Mi avvicinai per osservarla meglio.
Quel viso e quelle chiappotte
meritavano d'essere sborrati.
Orecchini pacchiani a forma d'aquilone
rubati in una merceria cinese.
Sgargianti stracci di nailon,
anch'essi cinesi.
Biondina.
Nanerottola.
Viso d'una bambola.
Occhi azzurri.
Carne bianca come il latte.
Gambe corte e tozze.
Piedi piccoli e tozzi, come quelli d'un australopiteco.
Zizze piccole e avvizite
non in grado di avvolgere grossi membri
ma comunque buone da ciuccià.
Ventre flaccido con lieve pancetta.
Culetto sodo e pieno,
ideale da manducare
e sfondare a pecora.
I capelli odoravano di sebo.
Le ascelle di cipolletta.
Cos'aveva questa nanerottola rumena
che mi eccitava,
abituato com'ero a fottere
fighette profumate e fottomodelle russe?
Non lo so: fatto sta che vicino a lei
il cazzo mi scoppiava.
La biondina ci sapeva fare.
Lo prendeva in bocca senza guanto
manducandolo con dolcezza
mentre tanta bella saliva colava.
La fica stretta si sfondava come burro: una delizia.
Ora la porto a casa.
Due ore di furibondo piacere,
a scopare e riscopare finché
il pizzo s'intosta.
Un pò di musica
e mi scuote le chiappotte e la fighetta
sotto il naso.
Alle ragazze piace piacere
e far rizzare cazzi:
è nella loro natura profonda
far le puttane...segno di fecondità e salute.
Tra una ficcata e l'altra mi racconta
aneddoti della sua stravagante vita.
Con le tue avventure
potresti scrivere un libro cara M.
Potresti venderlo a pippari
e intascare qualche soldino.
So che non lo farai.
Per te i libri sono carta per accendere
il camino.
E allora in tuo onore
scriverò qualcosa io per te.
Per ricordare al mondo che donna
incredibile sei.
Quando arrivasti nello stato pontificio
al seguito d'un pappone zingaro,
eri una ragazzetta timida e cicciottella.
Non parlavi l'italiano e non sapevi fare le pimpe.
Nascondevi i soldi nelle lattine vuote
della pipsi cola.
Imparasti a ciucciarlo
esercitandoti con le banane.
Poi il pappone fu accoppato a pistolettate.
Eri libera, non dovevi spartire i soldi con nessuno.
Dovevi sposare un avvocato rumeno.
Il giorno del matrimonio hai mandato tutto all'aria
e sei andata a fare la mignotta.
Poi hai sposato un povero disgraziato:
lo hai accannato dopo averci fatto
un pupetto.
Il baccalà è ancora innamorato:
ma con una birbantella non c'è speranza.
Hai anche un altro figlio
avuto con un altro tizio.
A quanto ne so lo hai denunziato
per papponaggio
all'uopo di evitare che ti togliesse il pupo.
Nella vita non hai fatto solo la buttanella:
per un certo periodo consegnavi pane ai negozi
con un furgone; ti alzavi alle quattro
e partivi; alla sera tornavi
a scuotere le chiappotte sul marciapiede,
per arrotondare il salario.
La ditta, d'un anziano cliente,
ti aveva persino messo in regola.
Il giorno dell'esame guida
partisti di quinta.
La macchina puzzava e fumava:
ti accorgesti che il freno a mano era tirato
dopo aver percorso trenta chilometri.
Una volta per tornare a casa
imboccasti il raccordo
contromano: la polizia invece d'arrestarti
fu così gentile da accompagnarti all'uscita giusta
lungo la corsia d'emergenza, sempre contromano.
Guidi come una pazza a duecento all'ora
e con l'assicurazione falsa.
Lamentandoti di me, che secondo te prendo tutte le buche.
Cambi auto con la frequenza con cui cambi mariti:
da ultimo hai comprato un'alfia romeo grigia
e per rimetterla a posto hai speso cinquemila neuro.
(un vero affare).
Una volta l'alfia romeo non partiva.
La batteria s'era scaricata.
Amò puoi venì?
Vengo ma non so come aiutarti.
Fidate, me serve solo la tua batteria.
Fantastico -penso. Resterò a piedi anche io.
Arrivo e con un corredo di chiavette inglesi,
dopo una serie di smontaggi e rimontaggi di batterie
(da me eseguiti) che non sto a descrivere,
rimettiamo in moto l'alfia romeo
e la zat.
Hai visto quante cose famo insieme?
Scopamo, famo i mecanici...divertente no?
Senz'altro-rispondo, con le mani nere
e i polpacci punti dalle zinzare.
La bacio e me ne vado.
Per chiudere in bellezza la serata
la birbantella dimentica il telefonino sulla cappotta
dell'alfia romeo e lo perde.
Un'altra volta accompagno la birba
al tribunale di Merdetri
per una testimonianza che doveva
rendere in un processo per usura (mi pare).
Degli sbirri l'avevano vista ai pratini mentre riceveva
le minacce d'un trans messicano
e volevano che testimoniasse la circostanza.
Gli sbirri le rompevano le palle
da un anno con atti di citazione a teste
notificati sinanco durante il coito.
L'udienza era fissata a mezzogiorno.
Si fanno le tre e mezzo e finalmente la chiamano
(intanto il cazzo mi scoppia).
Come si chiama?
M. Z.
Che lavoro fa?
Attualmente non occupata.
Il giorno ics era nel posto ics?
Si.
Un avvocato dice qualcosa ai giudici circa
l'attendibilità del teste.
E' ritornata sul posto ics?
No.
Può andare.
M. si alza.
E' incazzata.
Tre ore ad aspettare
quattro domande imbecilli.
Fuori dall'aula
manda a cagare giudici e avvocati.
Annamo a scopà amò.
I tuoi clienti sono per lo più sessantenni dal cazzo moscio:
c'è di tutto, da quello che beve la pipì
a quello che ti massaggia i piedi tozzi per due ore
senza manco tirarselo fuori per una sega.
Da parte mia
vorrei mozzicare e sborrare
i tuoi chiappotti per l'eternità.
Ieri, dopo due ore a pistonà
e dieci mesi che ci frequentiamo
ho visto il nettare del piacere
sulla tua bella fica rosa.
Cos'è quella cremina?
E' la cremina della felicità...
Voglio sfondarti la fregna cara M.
Sopratutto voglio farti godere.
Voglio la tua cremina in abbondanza.
Voglio il tuo nettare
perchè mi fa sentire felice e virile.
venerdì 24 aprile 2015
M.
Unico epitaffio
la lieve brezza di Zefiro
che carezza in silenzio un prato
cosparso di margherite.
M.
Il tempo passava inutile.
Poi arrivò.
L'oro dei capelli.
L'avorio del corpo.
L'azzurro adamantino degli occhi.
Piccoli seni
da libare come frutti teneri e dolci.
Tenera, rosea,
stretta la porta del piacere.
Per me Eros non dorme
in nessuna stagione:
come il vento di Tracia infiammato di lampi
infuria accanto a Cipride
e mi riarde di folli passioni,
cupo, invincibile,
con forza custodisce l'anima mia...
Domenica staremo insieme, forse.
E un giorno,
un giorno, forse,
sarai mia.
la lieve brezza di Zefiro
che carezza in silenzio un prato
cosparso di margherite.
M.
Il tempo passava inutile.
Poi arrivò.
L'oro dei capelli.
L'avorio del corpo.
L'azzurro adamantino degli occhi.
Piccoli seni
da libare come frutti teneri e dolci.
Tenera, rosea,
stretta la porta del piacere.
Per me Eros non dorme
in nessuna stagione:
come il vento di Tracia infiammato di lampi
infuria accanto a Cipride
e mi riarde di folli passioni,
cupo, invincibile,
con forza custodisce l'anima mia...
Domenica staremo insieme, forse.
E un giorno,
un giorno, forse,
sarai mia.
martedì 27 maggio 2014
la via
Cosa rende un uomo
superiore?
La fede religiosa
può essere la manifestazione
di una volontà intrinsecamente salda
oppure, all'opposto,
il sintomo della insicurezza
e della debolezza di un essere.
Per l'anodina orda
la potenza
è il potere sulle cose,
il disporre di esse.
Ma è vero potere?
O sono le cose
ad aver potere sull'uomo?
Cosa rende un uomo
superiore?
L'aver trovato
la via d'uscita
alla legge dell'accidente.
superiore?
La fede religiosa
può essere la manifestazione
di una volontà intrinsecamente salda
oppure, all'opposto,
il sintomo della insicurezza
e della debolezza di un essere.
Per l'anodina orda
la potenza
è il potere sulle cose,
il disporre di esse.
Ma è vero potere?
O sono le cose
ad aver potere sull'uomo?
Cosa rende un uomo
superiore?
L'aver trovato
la via d'uscita
alla legge dell'accidente.
quanto basta
Dopo aver fatto esercizi spirituali
con Maria
vado a mangiare un kebab
dagli amici di Pomponia.
Poi compro due birre
e chiamo Binda.
Sta comprando del pesce
dalle parti di cessina.
Ci vediamo per le dieci,
dammi solo il tempo
di perdermi per le fottute paludi
di Streguccello
con uno scaracchio di benzina
nel serbatoio.
Il cancello è aperto.
Percorro la salita e parcheggio.
Buio pesto.
Due cani mi fanno la festa.
Uno è uro, il noto meticcio
che si accoppia con le marmitte
delle alfa romeo,
l'altro è uba, una lupetta
recentemente adottata da Binda il magnifico.
Con la fioca lampadina
del cellulare mi faccio strada verso l'ingresso
(nota: a casa di Binda l'ingresso è ovunque).
Vedo una capoccia nera armeggiare ai fornelli.
Che si tratti di Gigi il papaveromane?
Di che mi parlerà stasera?
Delle passeggiatrici che lo hanno respinto?
O della nonna che ha visto un ufo?
No: la capoccia nera è del maggiordomo
rumeno di Binda.
Sta cucinando
una grezza polenta scondita
e delle sarde fritte impanate
con farina di granturco.
C'è anche un altro tipo,
un cicciottello taciturno che fissa
un portatile.
Ciao ragazzi.
Binda è di là.
Metto le birre nel freezer.
Ciao magico.
Ciao binda.
Infilo un paio di ciabatte.
Binda sta imparando su iupub
a preparare l'insalata di polpo.
Un pianista e un'insalata di polpo.
Il maggiordomo rumeno cucina bene.
Ha quarantasei anni.
Magro,
un bel volto dai lineamenti sottili,
una bella barba nera,
mani e braccia forti,
occhi neri e intelligenti.
Poche parole al momento giusto.
Il segreto della birra è l'acqua.
La cosa più bella della vita
è scopare.
Immergerlo nella zuppa
calda della fica
e guardare
una donna contorcersi di piacere.
Le sarde sono eccellenti.
Croccanti
poco unte e gustose.
Insieme al teatro verde
Binda vorrebbe aprire un bordello.
Non si può caro Binda.
Se quegli escrementi al governo
non modificano la legge merdin
non puoi farlo.
La sfinanza e la dogos
ti sbatterebbero dentro e addio
teatro verde e Beethoven.
Senza considerare gli anatemi
dei bigotti e delle zecche.
Ti getti distrutto sul letto.
Anche io sto a pezzi.
Sopra il pianoforte la foto di una persona cara
che non c'è più.
Ciao Binda.
Saluto anche il maggiordomo con la barba nera.
Stavolta non mi fotti
disgraziata palude buia.
Non confonderai più il mio destriero
di fuoco.
Ho memorizzato bene
il percorso.
Chissà se Y. sta già dormendo.
Forse è in discoteca a divertirsi un pò.
Chiudo gli occhi stanchi.
E' solo una bambina.
Le voglio bene.
E un pò pure lei a me.
E' tutto.
E' quanto basta.
con Maria
vado a mangiare un kebab
dagli amici di Pomponia.
Poi compro due birre
e chiamo Binda.
Sta comprando del pesce
dalle parti di cessina.
Ci vediamo per le dieci,
dammi solo il tempo
di perdermi per le fottute paludi
di Streguccello
con uno scaracchio di benzina
nel serbatoio.
Il cancello è aperto.
Percorro la salita e parcheggio.
Buio pesto.
Due cani mi fanno la festa.
Uno è uro, il noto meticcio
che si accoppia con le marmitte
delle alfa romeo,
l'altro è uba, una lupetta
recentemente adottata da Binda il magnifico.
Con la fioca lampadina
del cellulare mi faccio strada verso l'ingresso
(nota: a casa di Binda l'ingresso è ovunque).
Vedo una capoccia nera armeggiare ai fornelli.
Che si tratti di Gigi il papaveromane?
Di che mi parlerà stasera?
Delle passeggiatrici che lo hanno respinto?
O della nonna che ha visto un ufo?
No: la capoccia nera è del maggiordomo
rumeno di Binda.
Sta cucinando
una grezza polenta scondita
e delle sarde fritte impanate
con farina di granturco.
C'è anche un altro tipo,
un cicciottello taciturno che fissa
un portatile.
Ciao ragazzi.
Binda è di là.
Metto le birre nel freezer.
Ciao magico.
Ciao binda.
Infilo un paio di ciabatte.
Binda sta imparando su iupub
a preparare l'insalata di polpo.
Un pianista e un'insalata di polpo.
Il maggiordomo rumeno cucina bene.
Ha quarantasei anni.
Magro,
un bel volto dai lineamenti sottili,
una bella barba nera,
mani e braccia forti,
occhi neri e intelligenti.
Poche parole al momento giusto.
Il segreto della birra è l'acqua.
La cosa più bella della vita
è scopare.
Immergerlo nella zuppa
calda della fica
e guardare
una donna contorcersi di piacere.
Le sarde sono eccellenti.
Croccanti
poco unte e gustose.
Insieme al teatro verde
Binda vorrebbe aprire un bordello.
Non si può caro Binda.
Se quegli escrementi al governo
non modificano la legge merdin
non puoi farlo.
La sfinanza e la dogos
ti sbatterebbero dentro e addio
teatro verde e Beethoven.
Senza considerare gli anatemi
dei bigotti e delle zecche.
Ti getti distrutto sul letto.
Anche io sto a pezzi.
Sopra il pianoforte la foto di una persona cara
che non c'è più.
Ciao Binda.
Saluto anche il maggiordomo con la barba nera.
Stavolta non mi fotti
disgraziata palude buia.
Non confonderai più il mio destriero
di fuoco.
Ho memorizzato bene
il percorso.
Chissà se Y. sta già dormendo.
Forse è in discoteca a divertirsi un pò.
Chiudo gli occhi stanchi.
E' solo una bambina.
Le voglio bene.
E un pò pure lei a me.
E' tutto.
E' quanto basta.
mercoledì 21 maggio 2014
Febo
Gli ateniesi si ingannavano
credendo che Febo dominasse la Pizia.
Il parlare dell'oracolo era oscuro
affinchè ogni cosa potesse
contenere il suo opposto.
Cassandra e Isaia
invece vedevano solo più in là,
dove comincia la ruga e la stanchezza
d'un popolo.
La polvere di Tartaro intacca
tutti i troni della terra.
E' facile da presentire:
ma pochi hanno la vista così aguzza.
Le regole dell'universo sono
le stesse ovunque:
oggi hai il telefonino
per conoscere
il tuo anodino futuro;
ieri avevano una vergine
e le viscere di una capra.
Non dovrai temere per il domani,
l'anestesia della tua anima è già in atto.
Non credere che il dio ti ascolti.
E' l'errore più grande.
Egli esige: non concede.
Persino l'ultimo degli alessandrini
riderebbe di te, dei tuoi desideri piccini.
Aveva ragione Porfirio:
il dio non asseconda ciò che è basso e piccolo
ma solo il permanente, il definitivo.
Con le parole, suoni audaci,
non concluderai mai nulla.
Non salirai mai di un gradino.
La prossima volta ti racconterò
la storia di un uomo.
Per l'ennesima volta.
credendo che Febo dominasse la Pizia.
Il parlare dell'oracolo era oscuro
affinchè ogni cosa potesse
contenere il suo opposto.
Cassandra e Isaia
invece vedevano solo più in là,
dove comincia la ruga e la stanchezza
d'un popolo.
La polvere di Tartaro intacca
tutti i troni della terra.
E' facile da presentire:
ma pochi hanno la vista così aguzza.
Le regole dell'universo sono
le stesse ovunque:
oggi hai il telefonino
per conoscere
il tuo anodino futuro;
ieri avevano una vergine
e le viscere di una capra.
Non dovrai temere per il domani,
l'anestesia della tua anima è già in atto.
Non credere che il dio ti ascolti.
E' l'errore più grande.
Egli esige: non concede.
Persino l'ultimo degli alessandrini
riderebbe di te, dei tuoi desideri piccini.
Aveva ragione Porfirio:
il dio non asseconda ciò che è basso e piccolo
ma solo il permanente, il definitivo.
Con le parole, suoni audaci,
non concluderai mai nulla.
Non salirai mai di un gradino.
La prossima volta ti racconterò
la storia di un uomo.
Per l'ennesima volta.
martedì 20 maggio 2014
zat
E così, mio caro lettore, vuoi che ti racconti
un'altra storiella.
Ma non sei stanco di storielle il cui epilogo
è la semenza o la morte?
Hai imparato, caro amico, a non essere imboccato?
Hai imparato a disprezzare le scorciatoie?
Aneli la salita, il precipizio, il sacrificio
della tua carne e della tua anima?
E perchè vuoi tutto ciò,
ammesso che lo vuoi?
Lo sai che non c'è ricompensa?
Cosa?
Lo fai per amore?
Per quella cosa che scompare
come il vento?
Oppure lo fai perchè senti
quanto anodina è la vita
delle scimmie addormentate?
Cerchi l'Io?
Sai che non dovrai concederti
alcuna indulgenza?
Non lo troverai facilmente.
Sarà più facile che Circe ti muti in porco.
Dovrai bere il boccale avvelenato
di Mefisto e sopravvivere.
Dovrai ascoltare la preghiera di Euridice
e non voltarti mai.
Non sarebbe meglio invece pascere
i desideri effimeri degli asserviti?
Non sarebbe meglio giocare
con i telefonini che scattano foto?
Non risiede lì, in fondo,
nel futile
del nostro egoismo,
la felicità o almeno la sua ombra?
Non senti come il canto della sirena
che ti sprofonderà nell'abisso
è l'unica via possibile?
Michela.
In tre mesi non ha nemmeno
fatto una telefonata
alla povera Isabella.
Eppure sono state amiche,
vivevano e dormivano
sotto lo stesso tetto.
Un altro cuore di granito.
Carezzo il volto di Isabella.
Povera ragazza.
Ventiquattro anni.
Quante ne hai passate.
Estate e inverno a battere,
pure la domenica.
Il volto scuro, le mani screpolate dal sole
e dal vento.
Grandi occhi neri,
testimoni di una lacrima
custodita con dignità.
La mamma che non c'è più.
La canaglia che ti ha rubato il borsellino
e dato le botte.
Ciao Isabella.
Dove andrò?
E chi lo sa.
Ci andrò con la mia zat 700.
E con il ricordo dei tuoi occhi
neri.
un'altra storiella.
Ma non sei stanco di storielle il cui epilogo
è la semenza o la morte?
Hai imparato, caro amico, a non essere imboccato?
Hai imparato a disprezzare le scorciatoie?
Aneli la salita, il precipizio, il sacrificio
della tua carne e della tua anima?
E perchè vuoi tutto ciò,
ammesso che lo vuoi?
Lo sai che non c'è ricompensa?
Cosa?
Lo fai per amore?
Per quella cosa che scompare
come il vento?
Oppure lo fai perchè senti
quanto anodina è la vita
delle scimmie addormentate?
Cerchi l'Io?
Sai che non dovrai concederti
alcuna indulgenza?
Non lo troverai facilmente.
Sarà più facile che Circe ti muti in porco.
Dovrai bere il boccale avvelenato
di Mefisto e sopravvivere.
Dovrai ascoltare la preghiera di Euridice
e non voltarti mai.
Non sarebbe meglio invece pascere
i desideri effimeri degli asserviti?
Non sarebbe meglio giocare
con i telefonini che scattano foto?
Non risiede lì, in fondo,
nel futile
del nostro egoismo,
la felicità o almeno la sua ombra?
Non senti come il canto della sirena
che ti sprofonderà nell'abisso
è l'unica via possibile?
Michela.
In tre mesi non ha nemmeno
fatto una telefonata
alla povera Isabella.
Eppure sono state amiche,
vivevano e dormivano
sotto lo stesso tetto.
Un altro cuore di granito.
Carezzo il volto di Isabella.
Povera ragazza.
Ventiquattro anni.
Quante ne hai passate.
Estate e inverno a battere,
pure la domenica.
Il volto scuro, le mani screpolate dal sole
e dal vento.
Grandi occhi neri,
testimoni di una lacrima
custodita con dignità.
La mamma che non c'è più.
La canaglia che ti ha rubato il borsellino
e dato le botte.
Ciao Isabella.
Dove andrò?
E chi lo sa.
Ci andrò con la mia zat 700.
E con il ricordo dei tuoi occhi
neri.
venerdì 28 marzo 2014
la risposta
E così, mio orribile Anneo,
il vero saggio dovrebbe anelare la sventura
come l'atleta anela prove più ardue
ed avversari più forti con cui misurare
ed accrescere la propria forza.
Addirittura egli non solo dovrebbe anelare
per sè
la sventura, il dolore e la morte:
egli addirittura dovrebbe provocarli
sine saevitia
ma con la serenità del dio.
Allo stesso modo il potente carro
di Arjuna
deve portare sulla terra
la strage di amici e parenti
senza cupidigia.
Una volta la tribolazione
trovava giustificazione
nel dio eterno e nell'anima immortale.
Poi arrivò un malato
che liquidò dio e l'anima
e giustificò il male
con l'eterno ritorno dell'identico.
Era l'ennesima maschera,
l'ennesimo futile dogma
di un malato d'eternità.
Avrei voluto chiederti una cosa
caro Anneo.
E se quest'anima fosse integralmente mortale
e di essa non rimanessero che vermi?
E se il mondo anzichè esser governato
da leggi eterne e dall'ordine
fosse invece uno scherzo provvisorio del caos?
E se quel dio ci fosse così estraneo
al punto da dover ammettere
la sua irrilevanza?
Rispondimi Anneo, con il cuore puro.
Ti sacrificheresti ancora?
Aneleresti ancora la morte, la fatica
il dolore e la sventura?
Davvero il sacrificio sarebbe saggio?
Immagina per un istante
che nessuna ricompensa
esista per il nostro agire
dopo la morte.
In virtù di cosa continueresti
ad agire?
Conosco la tua risposta.
E' il monito del vento
che percuote il mio volto.
E' il silenzio
più forte di tutte le sorti.
il vero saggio dovrebbe anelare la sventura
come l'atleta anela prove più ardue
ed avversari più forti con cui misurare
ed accrescere la propria forza.
Addirittura egli non solo dovrebbe anelare
per sè
la sventura, il dolore e la morte:
egli addirittura dovrebbe provocarli
sine saevitia
ma con la serenità del dio.
Allo stesso modo il potente carro
di Arjuna
deve portare sulla terra
la strage di amici e parenti
senza cupidigia.
Una volta la tribolazione
trovava giustificazione
nel dio eterno e nell'anima immortale.
Poi arrivò un malato
che liquidò dio e l'anima
e giustificò il male
con l'eterno ritorno dell'identico.
Era l'ennesima maschera,
l'ennesimo futile dogma
di un malato d'eternità.
Avrei voluto chiederti una cosa
caro Anneo.
E se quest'anima fosse integralmente mortale
e di essa non rimanessero che vermi?
E se il mondo anzichè esser governato
da leggi eterne e dall'ordine
fosse invece uno scherzo provvisorio del caos?
E se quel dio ci fosse così estraneo
al punto da dover ammettere
la sua irrilevanza?
Rispondimi Anneo, con il cuore puro.
Ti sacrificheresti ancora?
Aneleresti ancora la morte, la fatica
il dolore e la sventura?
Davvero il sacrificio sarebbe saggio?
Immagina per un istante
che nessuna ricompensa
esista per il nostro agire
dopo la morte.
In virtù di cosa continueresti
ad agire?
Conosco la tua risposta.
E' il monito del vento
che percuote il mio volto.
E' il silenzio
più forte di tutte le sorti.
martedì 11 febbraio 2014
le figlie di Kalì
Questa notte ho sognato Madalina Ariana.
La ragazza per cui avrei dato la vita
e che Cletus portò via con sè.
Era un sogno erotico.
Ma non solo.
Era un sogno di nostalgia e di tenerezza.
Quella tenerezza senza cui non solo
il sesso è un atto bruto e inutile
ma senza cui la stessa vita è solo
l'assurdo frutto del caso.
Madalina non s'intendeva di fellatio.
Ma a me non importava nulla di fellatio.
A me importava soltanto attingere
l'azzurro dei suoi occhi.
In te Madalina Ariana
mi perdevo nel primigenio fiume
del Piacere,
in quell'energia cosmica che solo germoglia
dalla composizione
dei due in Uno.
Mi mordevi le labbra e la lingua
fino a quando il mio piacere esplodeva
dentro di te.
E poi è finito tutto.
Sei scomparsa.
La retta via ero smarrita.
Cominciò un'odissea.
Venne l'altra Madalina.
La bambina eterna Anemona.
Mi uccise e se ne andò.
Non rimase nulla,
come di Tebe e Cartagine.
Breve come il passaggio di una cometa
fu l'incontro con Luana.
Sempre la solita storia:
egoismo, incapacità di amore,
assenza d'ogni tenerezza,
asservimento spasmodico al denaro.
Ma che cosa potevo pretendere
da queste povere ombre?
Come uno stolto
andavo cercando amore e tenerezza
in creature che non avendone mai ricevuto
non potevano nemmeno darlo.
Queste creature sanno
solo succhiare sangue.
Una volta spolpata e dissanguata
abbandonano l'agonizzante vittima
senza pietà alcuna.
Da ultimo Michela.
Anche Michela probabilmente è
una sirena.
E come insegna Odisseo
delle sirene
bisogna diffidare.
La sirena è una creatura crudele
che dopo averti sedotto
ti affoga nell'abisso.
Credete che sia possibile
salvare e amare
le figlie maledette di Kalì?
Madalina Ariana fu un'eccezione.
Un'anima delicata e nobile
ancora capace di amare.
La ragazza per cui avrei dato la vita
e che Cletus portò via con sè.
Era un sogno erotico.
Ma non solo.
Era un sogno di nostalgia e di tenerezza.
Quella tenerezza senza cui non solo
il sesso è un atto bruto e inutile
ma senza cui la stessa vita è solo
l'assurdo frutto del caso.
Madalina non s'intendeva di fellatio.
Ma a me non importava nulla di fellatio.
A me importava soltanto attingere
l'azzurro dei suoi occhi.
In te Madalina Ariana
mi perdevo nel primigenio fiume
del Piacere,
in quell'energia cosmica che solo germoglia
dalla composizione
dei due in Uno.
Mi mordevi le labbra e la lingua
fino a quando il mio piacere esplodeva
dentro di te.
E poi è finito tutto.
Sei scomparsa.
La retta via ero smarrita.
Cominciò un'odissea.
Venne l'altra Madalina.
La bambina eterna Anemona.
Mi uccise e se ne andò.
Non rimase nulla,
come di Tebe e Cartagine.
Breve come il passaggio di una cometa
fu l'incontro con Luana.
Sempre la solita storia:
egoismo, incapacità di amore,
assenza d'ogni tenerezza,
asservimento spasmodico al denaro.
Ma che cosa potevo pretendere
da queste povere ombre?
Come uno stolto
andavo cercando amore e tenerezza
in creature che non avendone mai ricevuto
non potevano nemmeno darlo.
Queste creature sanno
solo succhiare sangue.
Una volta spolpata e dissanguata
abbandonano l'agonizzante vittima
senza pietà alcuna.
Da ultimo Michela.
Anche Michela probabilmente è
una sirena.
E come insegna Odisseo
delle sirene
bisogna diffidare.
La sirena è una creatura crudele
che dopo averti sedotto
ti affoga nell'abisso.
Credete che sia possibile
salvare e amare
le figlie maledette di Kalì?
Madalina Ariana fu un'eccezione.
Un'anima delicata e nobile
ancora capace di amare.
domenica 26 gennaio 2014
burranello
Dove va la vita?
Va dove ciascuno la conduce.
Qualcuno va dritto sparato all'inferno;
non perchè sia cattivo
ma perchè l'inferno è l'unica
strada che conosce.
Ed eccoci al distributore di chioppa
a vuotare il sacco e i borsellini.
Binda è un eroe:
sta lottando come un leone
per creare il teatro verde.
E' a pezzi:
ha perso la mamma,
dorme con i muratori rumeni,
non sborra da una vita
e sgobba senza sosta.
Eppure non si arrende.
La tua fede, il tuo impegno
e la tua onestà
ti premieranno caro Binda.
Il premio non saranno i soldi,
carta straccia
inventata per asservire gli uomini.
L'unico premio per un uomo nobile
è il vivificante amore che riceve dagli altri:
prova del valore della sua opera.
Anche Rigates pensa solo al lavoro.
Usa la minchia solo per pisciare
e non sente il bisogno di una donna.
Sarà poi davvero finita con Taxi?
Taxi, dal canto suo, non vuole perdere
Rigates e così dove c'è lui
c'è immancabilmente anche lei.
Aveva trovato un uomo eccezionale:
ma lo ha perso
perchè ai valori della famiglia
e del sacro connubio
preferisce i distributori di chioppa
e gli aperitivi con le zitelle.
All'opposto di Taxi
(che non conclude un cazzo)
è Candy: con devozione e pazienza
ella ha conquistato un uomo.
Albi è un uomo fortunato:
e non dovrebbe trascurare questa fortuna.
Poco importa se l'anno prossimo
scade il contratto, caro Albi.
Un lavoro si trova sempre:
la donna della vita invece
si trova, se si trova,
una volta soltanto.
Alla fine c'è l'umida fossa è vero:
ma almeno, nell'ultimo istante,
grazie alla stretta dell'amato,
meno duro sarà
il tragitto di Caronte.
Anche Zarapuppis è a un bivio.
Non si tratta di metterlo dentro
ad una ragazzina albanese,
operazione semplice
che persino un ciandala
porterebbe a compimento.
Si tratta di accettare finalmente
i pesi e le responsabilità dell'amore:
il sacrificio quotidiano
del proprio egoismo,
la fedeltà, il dono costante
della propria vita all'altro,
la cessazione dell'increscioso
ruolo di clown con cui giustifica
ogni sua bassezza morale e civile.
Riuscirà il clown a diventare un uomo?
Al distributore di chioppa è presente
anche Geppina, la sorella di Rigates.
Mentre Rigates
burbero e un pò triviale
non sarebbe stato il soggetto
ideale di Raffaello Sanzio,
Geppina invece è una ragazza graziosa
e riservata.
Rigates mi fa sapere che non sarebbe
contento se mi fidanzassi con Geppina,
probabilmente a causa delle mie
sbandate giovanili.
Senza fare paragoni estetici o morali
con Milaus,
non senza dolore
incasso il colpo.
Ma confesso che mi sarei aspettato
maggiore clemenza
da colui che per quattro anni
sbandò con Taxi.
E infine io, amici miei.
Sapete bene che il mio sangue
è bastardo:
qualche feroce saraceno
dovette infettare col suo seme
una mia ava.
Vivo in questo mondo
ma non vi appartengo del tutto.
Ogni tanto me ne vado a zonzo
per l'abisso
e visito il reame dell'ambiguo
mettendo alla prova le fragili
ragnatele dei miei nervi.
Sapete infine che l'oggetto della mia
liberazione
coincide con quello della mia servitù.
Gli dei vollero senz'altro beffarsi di me.
Ma un giorno sarò libero.
Il giorno in cui Burranello
sarà solo
il ricordo di una prateria.
Va dove ciascuno la conduce.
Qualcuno va dritto sparato all'inferno;
non perchè sia cattivo
ma perchè l'inferno è l'unica
strada che conosce.
Ed eccoci al distributore di chioppa
a vuotare il sacco e i borsellini.
Binda è un eroe:
sta lottando come un leone
per creare il teatro verde.
E' a pezzi:
ha perso la mamma,
dorme con i muratori rumeni,
non sborra da una vita
e sgobba senza sosta.
Eppure non si arrende.
La tua fede, il tuo impegno
e la tua onestà
ti premieranno caro Binda.
Il premio non saranno i soldi,
carta straccia
inventata per asservire gli uomini.
L'unico premio per un uomo nobile
è il vivificante amore che riceve dagli altri:
prova del valore della sua opera.
Anche Rigates pensa solo al lavoro.
Usa la minchia solo per pisciare
e non sente il bisogno di una donna.
Sarà poi davvero finita con Taxi?
Taxi, dal canto suo, non vuole perdere
Rigates e così dove c'è lui
c'è immancabilmente anche lei.
Aveva trovato un uomo eccezionale:
ma lo ha perso
perchè ai valori della famiglia
e del sacro connubio
preferisce i distributori di chioppa
e gli aperitivi con le zitelle.
All'opposto di Taxi
(che non conclude un cazzo)
è Candy: con devozione e pazienza
ella ha conquistato un uomo.
Albi è un uomo fortunato:
e non dovrebbe trascurare questa fortuna.
Poco importa se l'anno prossimo
scade il contratto, caro Albi.
Un lavoro si trova sempre:
la donna della vita invece
si trova, se si trova,
una volta soltanto.
Alla fine c'è l'umida fossa è vero:
ma almeno, nell'ultimo istante,
grazie alla stretta dell'amato,
meno duro sarà
il tragitto di Caronte.
Anche Zarapuppis è a un bivio.
Non si tratta di metterlo dentro
ad una ragazzina albanese,
operazione semplice
che persino un ciandala
porterebbe a compimento.
Si tratta di accettare finalmente
i pesi e le responsabilità dell'amore:
il sacrificio quotidiano
del proprio egoismo,
la fedeltà, il dono costante
della propria vita all'altro,
la cessazione dell'increscioso
ruolo di clown con cui giustifica
ogni sua bassezza morale e civile.
Riuscirà il clown a diventare un uomo?
Al distributore di chioppa è presente
anche Geppina, la sorella di Rigates.
Mentre Rigates
burbero e un pò triviale
non sarebbe stato il soggetto
ideale di Raffaello Sanzio,
Geppina invece è una ragazza graziosa
e riservata.
Rigates mi fa sapere che non sarebbe
contento se mi fidanzassi con Geppina,
probabilmente a causa delle mie
sbandate giovanili.
Senza fare paragoni estetici o morali
con Milaus,
non senza dolore
incasso il colpo.
Ma confesso che mi sarei aspettato
maggiore clemenza
da colui che per quattro anni
sbandò con Taxi.
E infine io, amici miei.
Sapete bene che il mio sangue
è bastardo:
qualche feroce saraceno
dovette infettare col suo seme
una mia ava.
Vivo in questo mondo
ma non vi appartengo del tutto.
Ogni tanto me ne vado a zonzo
per l'abisso
e visito il reame dell'ambiguo
mettendo alla prova le fragili
ragnatele dei miei nervi.
Sapete infine che l'oggetto della mia
liberazione
coincide con quello della mia servitù.
Gli dei vollero senz'altro beffarsi di me.
Ma un giorno sarò libero.
Il giorno in cui Burranello
sarà solo
il ricordo di una prateria.
senza fato
Funesto fu il fato a colui
che non seppe amare.
La colpa di chi è
se dio non c'è?
la colpa è tua?
o è di qualcuno?
o è di nessuno?
Cosa è l'amore?
Non sbagliare: non confonderlo
con la bella sensazione del coito!
Perchè le sensazioni
vengono e se ne vanno spudorate
senza chiedere il permesso.
E anche tu mia bella Michela
un giorno te ne andrai
come la bambina eterna.
Qualcuno sa morire di Bellezza?
Nella perfezione di un tramonto indaco?
E l'anima?
Salperà per gli inferi?
Oppure si perderà tra le stelle?
Ti sdraiavi
posando la bella testa ondulata
sull'erba di maggio.
Il sole ti accarezzava
e chiudevi gli occhi
ascoltando il tiepido sussurro del vento.
Comprendesti mai
il miracolo della lacrima
che sgorga dalla gioia?
E se fosse troppo tardi
per essere felici?
Qualcuno dovrà pur morire di Bellezza.
che non seppe amare.
La colpa di chi è
se dio non c'è?
la colpa è tua?
o è di qualcuno?
o è di nessuno?
Cosa è l'amore?
Non sbagliare: non confonderlo
con la bella sensazione del coito!
Perchè le sensazioni
vengono e se ne vanno spudorate
senza chiedere il permesso.
E anche tu mia bella Michela
un giorno te ne andrai
come la bambina eterna.
Qualcuno sa morire di Bellezza?
Nella perfezione di un tramonto indaco?
E l'anima?
Salperà per gli inferi?
Oppure si perderà tra le stelle?
Ti sdraiavi
posando la bella testa ondulata
sull'erba di maggio.
Il sole ti accarezzava
e chiudevi gli occhi
ascoltando il tiepido sussurro del vento.
Comprendesti mai
il miracolo della lacrima
che sgorga dalla gioia?
E se fosse troppo tardi
per essere felici?
Qualcuno dovrà pur morire di Bellezza.
giovedì 23 gennaio 2014
la parca
Quando quattro anni fa cominciai
questa mediocre composizione di scritti,
sotto la forma di un diario aforistico,
ero nel pieno di una profonda crisi nervosa.
Sentivo ancora
il fiato della morte
che mi era passata accanto
occludendomi una coronaria.
Partii con lo zio Borrado per l'Egitto,
paese abietto,
in cerca di lavoro.
Andò male.
Furono due mesi orribili
di pippe, solitudine e noia mortale.
Scrivevo cosucce patetiche,
come oggi del resto,
che mi costarono l'amicizia
di un uomo straordinario:
Lando Bradone,
noto come il Saruman dei Landi.
Così tornai a Zelletri,
presso il notaio Renzi
e il maestro e amico Mario Prodi.
Con il magnanimo Prodi mi divertivo:
passavamo più tempo al bar
a mangiare cappuccini e cornetti
o dentro pescherie e negozi d'antiquariato
che dinanzi agli scranni dei giudici.
Che minchia dovevamo fare mentre
l'abominevole macchina giudiziaria
italiana impudridiva?
Ormai avevo le idee chiare:
quel mestierucolo da avvoltoi
intriso di falsità, soverchieria e
miserabile retorica
non faceva per me.
Io anelavo l'antico ius,
la spada e la bilancia,
la giustizia concisa
del giureconsulto romano,
non l'accozzaglia confusa
e contraddittoria
delle leggi e della monnezprudenza italica.
Abbandonai così per sempre
il verminaio degli avvoltoi.
Mi parve la fine di un incubo.
Nonostante l'infarto
mi ripresi completamente:
correvo, nuotavo e fottevo
come gli stalloni.
Gettai tutti i medicinali nella spazzatura
(salvo l'asburina che ogni tanto prendo ancora).
Per comprare qualche libro,
i videogiochi e amare le mignus,
(a quei tempi c'erano Riza,
la rumena diciottenne Alessandra,
e la transfuga Noemi)
mi misi a vendere olio d'ulivo
a ricchi industriali veneti
per conto di Mario Prodi
e la signora Averno.
Avevo finalmente tempo da dedicare a me.
Letterariamente questo momento coincise
con l'amicizia di un uomo particolare:
il Patucchi.
Egli, dopo la breve parentesi del
minorato f.bux minchiarelli,
divenne il mio pupillo.
Cosa ci accumunò?
La ricerca disperata della patacca
e dell'amore.
Il Patucchi, col frenulo ancora intatto
e dopo tredici anni di pippe,
attratto dalle giovani mignotte rumene,
con la bava alla bocca
decise di emulare il mio esempio.
Dopo tre anni però
il sodalizio si sciolse:
il Patucchi
pentito d'aver sborrato fiche
che mai più sborrerà gratis,
è ritornato alle consuete pippe solitarie;
mentre io,
incapace d'amarmi da solo,
servo d'una tentazione assoluta,
sborro con potenza e devozione
Michela.
Col Patucchi si chiude un'era.
La fanciullezza è interiore dicono.
Falso!
La messinscena della giovinezza
può ingannare l'asino,
non l'occhio prudente della Parca.
E così, non potendo tornare più giovinetto,
vorrei un fanciullo.
Da amare come amico, fratello e figlio.
Da educare e condurre sul sentiero
del mondo e della Bellezza.
Il compito sarebbe arduo.
Eppure tenterei lo stesso.
questa mediocre composizione di scritti,
sotto la forma di un diario aforistico,
ero nel pieno di una profonda crisi nervosa.
Sentivo ancora
il fiato della morte
che mi era passata accanto
occludendomi una coronaria.
Partii con lo zio Borrado per l'Egitto,
paese abietto,
in cerca di lavoro.
Andò male.
Furono due mesi orribili
di pippe, solitudine e noia mortale.
Scrivevo cosucce patetiche,
come oggi del resto,
che mi costarono l'amicizia
di un uomo straordinario:
Lando Bradone,
noto come il Saruman dei Landi.
Così tornai a Zelletri,
presso il notaio Renzi
e il maestro e amico Mario Prodi.
Con il magnanimo Prodi mi divertivo:
passavamo più tempo al bar
a mangiare cappuccini e cornetti
o dentro pescherie e negozi d'antiquariato
che dinanzi agli scranni dei giudici.
Che minchia dovevamo fare mentre
l'abominevole macchina giudiziaria
italiana impudridiva?
Ormai avevo le idee chiare:
quel mestierucolo da avvoltoi
intriso di falsità, soverchieria e
miserabile retorica
non faceva per me.
Io anelavo l'antico ius,
la spada e la bilancia,
la giustizia concisa
del giureconsulto romano,
non l'accozzaglia confusa
e contraddittoria
delle leggi e della monnezprudenza italica.
Abbandonai così per sempre
il verminaio degli avvoltoi.
Mi parve la fine di un incubo.
Nonostante l'infarto
mi ripresi completamente:
correvo, nuotavo e fottevo
come gli stalloni.
Gettai tutti i medicinali nella spazzatura
(salvo l'asburina che ogni tanto prendo ancora).
Per comprare qualche libro,
i videogiochi e amare le mignus,
(a quei tempi c'erano Riza,
la rumena diciottenne Alessandra,
e la transfuga Noemi)
mi misi a vendere olio d'ulivo
a ricchi industriali veneti
per conto di Mario Prodi
e la signora Averno.
Avevo finalmente tempo da dedicare a me.
Letterariamente questo momento coincise
con l'amicizia di un uomo particolare:
il Patucchi.
Egli, dopo la breve parentesi del
minorato f.bux minchiarelli,
divenne il mio pupillo.
Cosa ci accumunò?
La ricerca disperata della patacca
e dell'amore.
Il Patucchi, col frenulo ancora intatto
e dopo tredici anni di pippe,
attratto dalle giovani mignotte rumene,
con la bava alla bocca
decise di emulare il mio esempio.
Dopo tre anni però
il sodalizio si sciolse:
il Patucchi
pentito d'aver sborrato fiche
che mai più sborrerà gratis,
è ritornato alle consuete pippe solitarie;
mentre io,
incapace d'amarmi da solo,
servo d'una tentazione assoluta,
sborro con potenza e devozione
Michela.
Col Patucchi si chiude un'era.
La fanciullezza è interiore dicono.
Falso!
La messinscena della giovinezza
può ingannare l'asino,
non l'occhio prudente della Parca.
E così, non potendo tornare più giovinetto,
vorrei un fanciullo.
Da amare come amico, fratello e figlio.
Da educare e condurre sul sentiero
del mondo e della Bellezza.
Il compito sarebbe arduo.
Eppure tenterei lo stesso.
martedì 31 dicembre 2013
last chiss
Ed eccoci al termine di quest'annus horribilis,
caro Albi.
La fortuna del cinico è l'insensibilità:
inversamente, invece, essa costituisce la catastrofe
per l'uomo giusto, cioè per colui nelle cui vene
scorre la grumosa linfa del pathos.
Che cosa è successo in questo anno?
Sono stato vinto e piegato più volte.
La sentenza, inesorabile, fu una:
la sconfitta di un animo,
la sua incapacità a resistere al male senza
che il male stesso abbia segnato il suo
marchio sulla fronte e nelle viscere.
Madalina, poi Madalina Anemona.
Il costante incubo del vuoto e della solitudine.
Dieci chili di carne persi.
L'incapacità di imporre e fissare
una disciplina, una via, uno scopo.
L'incapacità della tenacia,
del dominio, del controllo, della padronanza
che contrassegna colui che sa dirigere
se stesso...
Anche lo spirito si impoverì
sino a ristagnare in un deserto arido e cupo,
il cui unico frutto fu il silenzio e il freddo sentore
della morte.
Là dove una volta, al pari delle generose mammelle di M.,
sgorgava l'amore, l'abbondanza e la riconoscenza per la vita,
d'un tratto fu il buio:
mi persi e non ebbi più a ritrovarmi,
come accadde forse anche al povero mutumattu.
E così, solo come un cane,
d'estate andavo a nuotare a Zemi.
Entravo nell'acque torbide, senza degnare d'uno sguardo
alcuno.
Mi allontanavo sempre di più dalla riva,
con in cuore la segreta e spavalda speranza
di non tornare più.
Bracciata dopo bracciata, seguendo i suggerimenti
del paterno Rigates e l'olimpico esempio di Albi,
il fiume mi diventò fratello.
Esso mi diceva: non arrenderti.
Tanta forza giace ancora in te, fratello mio.
Impara la mia forza:
limpido specchio fuori,
limpido e puro esempio di calma suprema;
dentro invece la forza invisibile dell'abisso,
che ogni cosa accoglie
e dove ogni cosa scompare
pur rimanendo custodita in eterno.
Impara questa forza
e falla scorrere nelle vene
sino a quando tu stesso diventerai
l'abisso di te stesso...
Per il resto, cari amici, quest'anno
non ha riservato grandi sorprese.
Tutto quello che è accaduto
era facilmente prevedibile,
come il movimento statico del pulviscolo
e della risacca.
L'intervento alle calvizie sostenuto da Buralix,
divenuto ormai un grande uomo d'affari e di successo,
è andato a meraviglia, perchè al mitico e prudente
Buralix tutte le ciambelle riescono col buco.
Il divorzio tra Taxi e Rigates era inevitabile,
poichè Rigates era stanco
delle vuote velleità di Baccabel.
Elio, alias il Patucchi, è rimasto una pippa
poichè in lui domina la pigrizia e abbonda la stultizia
(di recente il ciandala si è rivolto contro il Papa,
reo di aver viaggiato a bordo
di una ford anzichè di una mercedes).
Binda continua ad essere l'ingenuo e candido idealista
che tutti amiamo, non senza qualche polemica da strapazzo.
Patrizio Conti rimane il taccagno di sempre:
e tuttavia gli si vuole bene grazie
alla simpatia e alla genuina ironia
che lo ha sempre distinto.
Tu, caro Albi, rimani sempre
un monolite inesplicabile:
aspettiamo che ti decidi a sborrare dentro
senza guanto e procreare:
ma forse tu e la cara Candy non siete
fans dei pannolini...
Il B. rimane il caro e vecchio amico
di sempre: è diventato un pò più saggio
da quando è nato Zico.
Il dono del B. è di trasmettere al prossimo
l'entusiasmo e la gioia di vivere.
A.r., pittore mistico e dannato,
attualmente inoccupato,
racimola collette e si consola scolando
bottiglie di vino con l'inseparabile amico Belpino.
Ultimamente il pittore mistico è peggiorato,
parla male un pò di tutti, s'incazza facilmente
e canticchia di continuo ritornelli napoletani.
Belpino del resto è il migliore:
poichè la sua generosità e il suo slancio per gli amici
sono immensi e sconfinati
(come potrebbe altrimenti sopportare il pittore mistico A.r.?)
Del Saruman dei Landi non so nulla:
ma mi auguro che stia bene e che accresca in salute e saggezza.
Ogni tanto lo scorgo a bordo d'un relitto bluastro, uno pseudo fuoristrada
di fabbricazione polacca (una Landa?)
oppure, con indosso una giacca o una camicia da frocio,
a proferir auliche fregnacce, semi ubriaco e col volto verde d'una lucertola,
in qualche bar o in qualche evento zecchesco.
Se non fossimo due asini malati d'orgoglio
a quest'ora avremmo fatto pace
(com'era bello giocare insieme ai videogiochi...)
La sensazione finale, terribile,
osservando le nostre vite,
è che esse siano segnate.
Nessuno può essere diverso da ciò che è:
per questo nessuno è libero.
L'anno prossimo chiederò a Michela
di sposarmi.
Le sborrerò dentro, senza guanto.
Buralix, vecchio amico di Noemi,
sarà il testimone di nozze.
Il B. insieme a Zico
spruzzeranno di spumante gli invitati.
Il Patucchi, vestito da pinguino,
farà l'autista.
Il rito sarà celebrato in latino
da Rigates
con la festuca in mano.
A.r. avrà ampio accesso
alle bevande etiliche
ma non dovrà bestemmiare per non turbare
la sensibilità della signora Averno.
Il viaggio di nozze,
sovvenzionato da Mario Prodi, il Patucchi,
Rigates ed Albi,
avrà come meta Venezia.
La creatura che uscirà dal grembo
di Michela si chiamerà Madalina.
E se tutto ciò non dovesse accadere,
nè l'anno prossimo nè mai,
pazienza.
Succederanno altre cose.
E forse
ve le racconterò...
caro Albi.
La fortuna del cinico è l'insensibilità:
inversamente, invece, essa costituisce la catastrofe
per l'uomo giusto, cioè per colui nelle cui vene
scorre la grumosa linfa del pathos.
Che cosa è successo in questo anno?
Sono stato vinto e piegato più volte.
La sentenza, inesorabile, fu una:
la sconfitta di un animo,
la sua incapacità a resistere al male senza
che il male stesso abbia segnato il suo
marchio sulla fronte e nelle viscere.
Madalina, poi Madalina Anemona.
Il costante incubo del vuoto e della solitudine.
Dieci chili di carne persi.
L'incapacità di imporre e fissare
una disciplina, una via, uno scopo.
L'incapacità della tenacia,
del dominio, del controllo, della padronanza
che contrassegna colui che sa dirigere
se stesso...
Anche lo spirito si impoverì
sino a ristagnare in un deserto arido e cupo,
il cui unico frutto fu il silenzio e il freddo sentore
della morte.
Là dove una volta, al pari delle generose mammelle di M.,
sgorgava l'amore, l'abbondanza e la riconoscenza per la vita,
d'un tratto fu il buio:
mi persi e non ebbi più a ritrovarmi,
come accadde forse anche al povero mutumattu.
E così, solo come un cane,
d'estate andavo a nuotare a Zemi.
Entravo nell'acque torbide, senza degnare d'uno sguardo
alcuno.
Mi allontanavo sempre di più dalla riva,
con in cuore la segreta e spavalda speranza
di non tornare più.
Bracciata dopo bracciata, seguendo i suggerimenti
del paterno Rigates e l'olimpico esempio di Albi,
il fiume mi diventò fratello.
Esso mi diceva: non arrenderti.
Tanta forza giace ancora in te, fratello mio.
Impara la mia forza:
limpido specchio fuori,
limpido e puro esempio di calma suprema;
dentro invece la forza invisibile dell'abisso,
che ogni cosa accoglie
e dove ogni cosa scompare
pur rimanendo custodita in eterno.
Impara questa forza
e falla scorrere nelle vene
sino a quando tu stesso diventerai
l'abisso di te stesso...
Per il resto, cari amici, quest'anno
non ha riservato grandi sorprese.
Tutto quello che è accaduto
era facilmente prevedibile,
come il movimento statico del pulviscolo
e della risacca.
L'intervento alle calvizie sostenuto da Buralix,
divenuto ormai un grande uomo d'affari e di successo,
è andato a meraviglia, perchè al mitico e prudente
Buralix tutte le ciambelle riescono col buco.
Il divorzio tra Taxi e Rigates era inevitabile,
poichè Rigates era stanco
delle vuote velleità di Baccabel.
Elio, alias il Patucchi, è rimasto una pippa
poichè in lui domina la pigrizia e abbonda la stultizia
(di recente il ciandala si è rivolto contro il Papa,
reo di aver viaggiato a bordo
di una ford anzichè di una mercedes).
Binda continua ad essere l'ingenuo e candido idealista
che tutti amiamo, non senza qualche polemica da strapazzo.
Patrizio Conti rimane il taccagno di sempre:
e tuttavia gli si vuole bene grazie
alla simpatia e alla genuina ironia
che lo ha sempre distinto.
Tu, caro Albi, rimani sempre
un monolite inesplicabile:
aspettiamo che ti decidi a sborrare dentro
senza guanto e procreare:
ma forse tu e la cara Candy non siete
fans dei pannolini...
Il B. rimane il caro e vecchio amico
di sempre: è diventato un pò più saggio
da quando è nato Zico.
Il dono del B. è di trasmettere al prossimo
l'entusiasmo e la gioia di vivere.
A.r., pittore mistico e dannato,
attualmente inoccupato,
racimola collette e si consola scolando
bottiglie di vino con l'inseparabile amico Belpino.
Ultimamente il pittore mistico è peggiorato,
parla male un pò di tutti, s'incazza facilmente
e canticchia di continuo ritornelli napoletani.
Belpino del resto è il migliore:
poichè la sua generosità e il suo slancio per gli amici
sono immensi e sconfinati
(come potrebbe altrimenti sopportare il pittore mistico A.r.?)
Del Saruman dei Landi non so nulla:
ma mi auguro che stia bene e che accresca in salute e saggezza.
Ogni tanto lo scorgo a bordo d'un relitto bluastro, uno pseudo fuoristrada
di fabbricazione polacca (una Landa?)
oppure, con indosso una giacca o una camicia da frocio,
a proferir auliche fregnacce, semi ubriaco e col volto verde d'una lucertola,
in qualche bar o in qualche evento zecchesco.
Se non fossimo due asini malati d'orgoglio
a quest'ora avremmo fatto pace
(com'era bello giocare insieme ai videogiochi...)
La sensazione finale, terribile,
osservando le nostre vite,
è che esse siano segnate.
Nessuno può essere diverso da ciò che è:
per questo nessuno è libero.
L'anno prossimo chiederò a Michela
di sposarmi.
Le sborrerò dentro, senza guanto.
Buralix, vecchio amico di Noemi,
sarà il testimone di nozze.
Il B. insieme a Zico
spruzzeranno di spumante gli invitati.
Il Patucchi, vestito da pinguino,
farà l'autista.
Il rito sarà celebrato in latino
da Rigates
con la festuca in mano.
A.r. avrà ampio accesso
alle bevande etiliche
ma non dovrà bestemmiare per non turbare
la sensibilità della signora Averno.
Il viaggio di nozze,
sovvenzionato da Mario Prodi, il Patucchi,
Rigates ed Albi,
avrà come meta Venezia.
La creatura che uscirà dal grembo
di Michela si chiamerà Madalina.
E se tutto ciò non dovesse accadere,
nè l'anno prossimo nè mai,
pazienza.
Succederanno altre cose.
E forse
ve le racconterò...
sabato 26 ottobre 2013
Michela
E così, cara Michela, sei tornata.
Non hai preso la patente perchè i libri della teoria
erano "tropo grussi".
E allora che cazzo hai combinato in tre mesi mentre mi scoppiava
la cappella?
Sei andata in "muntagna" a vedere il cielo...
La mia vita, qui, è una discreta merda.
Fossi almeno capace di qualcosa.
La trascendenza mi pare il mero frutto
degli oppiacei.
Mi rimane solo l'esempio stoico:
il sopportare sino alla fine senza cedere.
Tornando terra terra,
rilevo la costante sensazione
della vanità di tutte le cose:
più sono attratto da esse,
più in esse scorgo il fondo del perituro
e della delusione.
Le donne, ad esempio,
sono dei begli involucri di carne.
Ma dentro sembra che siano vuote,
salvo il consolatorio buco della
patacca e un vano conformismo.
E tu invece vai in muntagna a vedere il cielo,
cara Michela...
Una sera d'agosto il caro Albi ebbe a dire
che una donna
per fare la puttana
deve avere in sè qualcosa di marcio,
qualcosa che è andato storto.
Come obiettare o confutare
la tesi del caro Albi?
E' possibile?
E in te, mia adorata Michela:
che cosa è andato storto,
che cosa in te è marcio,
che cosa ti ha condotto
sulla via di Sburranello?
Già un paio di volte la bambina eterna
mi scaraventò nell'abisso.
La bambina eterna succhiava sangue a litri.
E tu Michela?
Che cosa è andato storto?
La ziat amaranto
non lo sa.
Non hai preso la patente perchè i libri della teoria
erano "tropo grussi".
E allora che cazzo hai combinato in tre mesi mentre mi scoppiava
la cappella?
Sei andata in "muntagna" a vedere il cielo...
La mia vita, qui, è una discreta merda.
Fossi almeno capace di qualcosa.
La trascendenza mi pare il mero frutto
degli oppiacei.
Mi rimane solo l'esempio stoico:
il sopportare sino alla fine senza cedere.
Tornando terra terra,
rilevo la costante sensazione
della vanità di tutte le cose:
più sono attratto da esse,
più in esse scorgo il fondo del perituro
e della delusione.
Le donne, ad esempio,
sono dei begli involucri di carne.
Ma dentro sembra che siano vuote,
salvo il consolatorio buco della
patacca e un vano conformismo.
E tu invece vai in muntagna a vedere il cielo,
cara Michela...
Una sera d'agosto il caro Albi ebbe a dire
che una donna
per fare la puttana
deve avere in sè qualcosa di marcio,
qualcosa che è andato storto.
Come obiettare o confutare
la tesi del caro Albi?
E' possibile?
E in te, mia adorata Michela:
che cosa è andato storto,
che cosa in te è marcio,
che cosa ti ha condotto
sulla via di Sburranello?
Già un paio di volte la bambina eterna
mi scaraventò nell'abisso.
La bambina eterna succhiava sangue a litri.
E tu Michela?
Che cosa è andato storto?
La ziat amaranto
non lo sa.
venerdì 25 ottobre 2013
lo schiavo
Filiberto Glandini è un giovane romano
ossessionato dalla ricerca dell'amore.
Per far colpo sulle donne,
egli inscena la parte del pagliaccio folle
che ad ogni costo e a ogni piè spinto
cerca di suscitare l'ilarità generale
a mezzo di miserabili battute da cabaret.
Il risultato di tali pagliacciate,
nel segno della mediocrità,
è sempre un disastro:
a parte il saltuario sorriso a denti stretti
di qualche zitella in decomposizione,
la sensazione complessiva è di una forzatura
e di un generale fastidio degli astanti.
Le coetanee appartenenti al ceto sociale del Glandini
semplicemente gli danno in culo,
salvo il caso di due o tre zitelle
conosciute all'oratorio
e belle come la fame d'inverno.
Affetto da un' assoluta inettitudine in eroticis,
il Glandini si consola con pipe,
massaggi cinesi
e la costante frequentazione di
meretrici dell'est
cui eiacula in bocca.
Un giorno,
un certo Brigates Pulcinelli,
anodino avvocato napoletano
invischiato nel losco giro
della prostituzione minorile,
convince il Glandini a tentare
la "carta vincente":
per soli diecimila dollari,
egli potrà conseguire l'agognato sogno
dell'amore (e della patacca):
recandosi all'uopo in una sperduta località
del Patakkistan,
potrà scegliere a suo piacimento
presso un apposito mercato di schiave,
una fanciulletta di dodici
o tredici anni,
appositamente venduta dalla famiglia
grazie alle barbare usanze
colà vigenti.
Subito dopo l'acquisto,
grazie all'ausilio
d'un funzionario civile corrotto,
il Glandini avrebbe sposato
la bambina ed ottenuto
le scartoffie necessarie per portarla
in Italia in qualità di moglie.
Così,
in mezzo a beduini e a cammellieri puzzolenti,
il Glandini, con la bava alla bocca,
sceglie la sua sposa:
una esile ragazzina di appena dodici anni,
dai capelli neri e la carnagione scura.
L'umile creatura si chiama Dandra:
al Glandini viene assicurato
che ella è vergine ed obbedirà
per tutta la vita
ossequiosamente ad ogni suo volere...
Rientrato nel belpaese con la bambina,
il Glandini
-eccitato come un cane
e straripante
d'un desiderio carnale represso-,
si unisce alla creatura
e senza neanche pensarci
le viene dentro:
la bambina rimane incinta.
Il Glandini è felice,
finalmente si sente un uomo realizzato
con una moglie e un futuro figlio,
al pari dei suoi simili.
Dandra invece soffre,
poichè è solo una bambina.
La notte, dopo aver assecondato
i turpi desideri carnali
di un uomo per cui non prova alcun affetto
nè attrazione,
piange silenziosamente
coprendosi il volto con il cuscino.
Decisa a non assecondare
le turpi voglie
di quell'uomo estraneo, nè di portare avanti
il peso della gravidanza,
la povera creatura,
con un gesto risoluto e inopinato,
in una mattina d'autunno,
si toglie la vita
gettandosi dal quinto piano d'un palazzo.
L'orribile tragedia sconvolge
il Glandini.
Perchè si è uccisa?
Poteva essere felice...o no?
Pazienza, peggio per lei:
devo essere felice, ad ogni costo...
Una settimana dopo i funerali
il Glandini
riparte per il Patakkistan.
Avrebbe scelto un'altra bambina
in quel lurido mercato di schiave.
Perchè la vita, in fondo, va avanti.
ossessionato dalla ricerca dell'amore.
Per far colpo sulle donne,
egli inscena la parte del pagliaccio folle
che ad ogni costo e a ogni piè spinto
cerca di suscitare l'ilarità generale
a mezzo di miserabili battute da cabaret.
Il risultato di tali pagliacciate,
nel segno della mediocrità,
è sempre un disastro:
a parte il saltuario sorriso a denti stretti
di qualche zitella in decomposizione,
la sensazione complessiva è di una forzatura
e di un generale fastidio degli astanti.
Le coetanee appartenenti al ceto sociale del Glandini
semplicemente gli danno in culo,
salvo il caso di due o tre zitelle
conosciute all'oratorio
e belle come la fame d'inverno.
Affetto da un' assoluta inettitudine in eroticis,
il Glandini si consola con pipe,
massaggi cinesi
e la costante frequentazione di
meretrici dell'est
cui eiacula in bocca.
Un giorno,
un certo Brigates Pulcinelli,
anodino avvocato napoletano
invischiato nel losco giro
della prostituzione minorile,
convince il Glandini a tentare
la "carta vincente":
per soli diecimila dollari,
egli potrà conseguire l'agognato sogno
dell'amore (e della patacca):
recandosi all'uopo in una sperduta località
del Patakkistan,
potrà scegliere a suo piacimento
presso un apposito mercato di schiave,
una fanciulletta di dodici
o tredici anni,
appositamente venduta dalla famiglia
grazie alle barbare usanze
colà vigenti.
Subito dopo l'acquisto,
grazie all'ausilio
d'un funzionario civile corrotto,
il Glandini avrebbe sposato
la bambina ed ottenuto
le scartoffie necessarie per portarla
in Italia in qualità di moglie.
Così,
in mezzo a beduini e a cammellieri puzzolenti,
il Glandini, con la bava alla bocca,
sceglie la sua sposa:
una esile ragazzina di appena dodici anni,
dai capelli neri e la carnagione scura.
L'umile creatura si chiama Dandra:
al Glandini viene assicurato
che ella è vergine ed obbedirà
per tutta la vita
ossequiosamente ad ogni suo volere...
Rientrato nel belpaese con la bambina,
il Glandini
-eccitato come un cane
e straripante
d'un desiderio carnale represso-,
si unisce alla creatura
e senza neanche pensarci
le viene dentro:
la bambina rimane incinta.
Il Glandini è felice,
finalmente si sente un uomo realizzato
con una moglie e un futuro figlio,
al pari dei suoi simili.
Dandra invece soffre,
poichè è solo una bambina.
La notte, dopo aver assecondato
i turpi desideri carnali
di un uomo per cui non prova alcun affetto
nè attrazione,
piange silenziosamente
coprendosi il volto con il cuscino.
Decisa a non assecondare
le turpi voglie
di quell'uomo estraneo, nè di portare avanti
il peso della gravidanza,
la povera creatura,
con un gesto risoluto e inopinato,
in una mattina d'autunno,
si toglie la vita
gettandosi dal quinto piano d'un palazzo.
L'orribile tragedia sconvolge
il Glandini.
Perchè si è uccisa?
Poteva essere felice...o no?
Pazienza, peggio per lei:
devo essere felice, ad ogni costo...
Una settimana dopo i funerali
il Glandini
riparte per il Patakkistan.
Avrebbe scelto un'altra bambina
in quel lurido mercato di schiave.
Perchè la vita, in fondo, va avanti.
giovedì 17 ottobre 2013
la domanda di gisus
Respinto infine dalla negretta di Sermoneta
che scrive versi anodini,
il ciandala di col d'auricchio, Gisus Cazzucci,
al pari d'un barboncino in calore,
con la reiterazione tipica degli ossessi,
mi pone da tempo questa domanda:
che cosa devo (dobbiamo) fare per trovare l'amore?
A questa domanda, caro Gisus Cazzucci,
non so rispondere.
Avendo amato troppo, e invano, e troppo spesso,
mi sia concesso il silenzio
di colui che non ha più nulla da dire in merito.
Del resto, caro il mio Gisus Cazzucci,
la tua domanda, vecchia come il mondo,
oggetto di disquisizioni d'ogni sorta,
ha già ricevuto sufficienti risposte.
Ma una cosa è conoscere le risposte
-ammesso che queste siano corrette-
e altra cosa è metter in pratica le medesime.
Visto che le preghiere all'onnipotente
non ti hanno dato frutto alcuno,
potresti tentare molteplici vie.
Attenendomi al banale potrei consigliarti
di incassare i crediti (prescritti) inevasi dal Falli
e utilizzarli per una seria e generale chirurgia plastica
con finalità estetiche...
Anche se ciò, naturalmente non basterebbe,
poichè in ogni caso dovresti pazientemente
attendere il giorno in cui la scienza medica
sarà in grado di impiantarti il cervello clonato
d'un Buralix (o d'un Falli).
Su un diverso piano, invece,
sempre al fine di trovare una risposta alla tua
tribolata domanda,
potresti provare a cercare qualche libro di magia
nella biblioteca di Lucano
e vedere se trovi qualche intruglio a base di ali di pipistrello
e feti morti: dopodichè sarà sufficiente
invitare la negretta di Sermoneta
a bere una camomilla e mescervi di soppiatto la porcheria...
In alternativa, caro Gisus,
potresti partecipare assieme al mutumattu,
alla modica cifra di duemila dollari,
alle lezioni di rimorchio e autostima
tenute dai neo casanova
che tanto entusiasmano gli sfigati.
Oppure, oppure, Caro Patucchi,
anzichè dannarti per un amore non corrisposto,
potresti accontentarti dell'amore di Danelia Gracchietti,
o di Ganuela Mastromostri o di Alfia Dorelli.
Oppure, infine, potresti partire per l'India o il Burundi
e comprarti una schiavetta
che soddisfi i tuoi impuri desideri carnali.
Vi è da aggiungere, infine,
che nella remota ed eventuale ipotesi che tu trovassi l'amore,
di certo per te le tribolazioni non verrebbero meno:
se non sarai in grado, prima di tutto, di recidere
o quantomeno regolare, attenuare e normalizzare
il morboso vincolo che ti lega,
alla stregua d'un infante, a Barina e Lucano.
Tu stesso, lucidamente, una volta,
prendesti atto di una tale necessità, ne "il cordone".
Nel finale di quella storiella,
il cordone, come per incanto, si scioglieva da sè.
Ma nella realtà, nella vita, le cose stanno diversamente
caro Gisus.
Nella realtà, ahimè, i cordoni vanno recisi
con un atto di volontà.
Altrimenti....
che scrive versi anodini,
il ciandala di col d'auricchio, Gisus Cazzucci,
al pari d'un barboncino in calore,
con la reiterazione tipica degli ossessi,
mi pone da tempo questa domanda:
che cosa devo (dobbiamo) fare per trovare l'amore?
A questa domanda, caro Gisus Cazzucci,
non so rispondere.
Avendo amato troppo, e invano, e troppo spesso,
mi sia concesso il silenzio
di colui che non ha più nulla da dire in merito.
Del resto, caro il mio Gisus Cazzucci,
la tua domanda, vecchia come il mondo,
oggetto di disquisizioni d'ogni sorta,
ha già ricevuto sufficienti risposte.
Ma una cosa è conoscere le risposte
-ammesso che queste siano corrette-
e altra cosa è metter in pratica le medesime.
Visto che le preghiere all'onnipotente
non ti hanno dato frutto alcuno,
potresti tentare molteplici vie.
Attenendomi al banale potrei consigliarti
di incassare i crediti (prescritti) inevasi dal Falli
e utilizzarli per una seria e generale chirurgia plastica
con finalità estetiche...
Anche se ciò, naturalmente non basterebbe,
poichè in ogni caso dovresti pazientemente
attendere il giorno in cui la scienza medica
sarà in grado di impiantarti il cervello clonato
d'un Buralix (o d'un Falli).
Su un diverso piano, invece,
sempre al fine di trovare una risposta alla tua
tribolata domanda,
potresti provare a cercare qualche libro di magia
nella biblioteca di Lucano
e vedere se trovi qualche intruglio a base di ali di pipistrello
e feti morti: dopodichè sarà sufficiente
invitare la negretta di Sermoneta
a bere una camomilla e mescervi di soppiatto la porcheria...
In alternativa, caro Gisus,
potresti partecipare assieme al mutumattu,
alla modica cifra di duemila dollari,
alle lezioni di rimorchio e autostima
tenute dai neo casanova
che tanto entusiasmano gli sfigati.
Oppure, oppure, Caro Patucchi,
anzichè dannarti per un amore non corrisposto,
potresti accontentarti dell'amore di Danelia Gracchietti,
o di Ganuela Mastromostri o di Alfia Dorelli.
Oppure, infine, potresti partire per l'India o il Burundi
e comprarti una schiavetta
che soddisfi i tuoi impuri desideri carnali.
Vi è da aggiungere, infine,
che nella remota ed eventuale ipotesi che tu trovassi l'amore,
di certo per te le tribolazioni non verrebbero meno:
se non sarai in grado, prima di tutto, di recidere
o quantomeno regolare, attenuare e normalizzare
il morboso vincolo che ti lega,
alla stregua d'un infante, a Barina e Lucano.
Tu stesso, lucidamente, una volta,
prendesti atto di una tale necessità, ne "il cordone".
Nel finale di quella storiella,
il cordone, come per incanto, si scioglieva da sè.
Ma nella realtà, nella vita, le cose stanno diversamente
caro Gisus.
Nella realtà, ahimè, i cordoni vanno recisi
con un atto di volontà.
Altrimenti....
mercoledì 16 ottobre 2013
glandini
Faustus Melchiorre Glandini è un uomo alla deriva.
Privo di un centro interiore, di un "Sè",
egli brancola nel buio di un'esistenza anodina,
condizionato dalle mille preoccupazioni che affliggono
i suoi contemporanei borghesi.
Un'amore non corrisposto verso una negretta che scrive versi,
una professione che economicamente non decolla mai,
un legame morboso verso genitori ansiosi
precludentegli uno sviluppo sano,
una fede religiosa vissuta piattamente e passivamente,
la ricerca continua di passatempi ed evasioni di massa,
la costante frequentazione di giovani prostitute dell'est:
ecco, in summa, la vita del Glandini.
Un'insicurezza costante,
persino nello scegliere il colore della carta igienica,
è il fondo, la radice ultima dell'anima del Glandini.
In un certo modo Glandini pasce questa insicurezza,
non le si oppone mai,
poichè essa, con l'abitudine, è diventata il prontuario perfetto
e la giustificazione ultima di ogni cappellata che egli compie.
Una sera d'ottobre il Glandini,
stanco di tutto,
si reca a passeggiare presso il lago di Femi.
Mentre cammina, ristorato
dalla vista del lago, dai colori morbidi dell'autunno,
dagli odori del bosco,
una fanciulletta,
nascosta dietro una fratta,
lo chiama.
Psssssss! Pssssssss! Ehi tu!
Vieni qui baccalà!
Glandini si gira... e sconcertato
vede la ragazza.
E' completamete nuda.
La pelle è bianca come il latte;
i capelli, lievemente ondulati, tralucono oro;
il seno è piccolo, come quello d'una adolescente;
i capezzoli hanno color di un'alba rosa;
il pube, magnifico, è cosparso di una leggera peluria bionda,
come un campo di grano.
Il viso è quello d'una dea biricchina,
forse Artemide o forse Afrodite...
Sconvolto dalla visione uterea,
il Glandini, impietrito dalla bellezza della fanciulla,
non riesce a proferire nemmeno una sillaba.
La fanciulla, per nulla in imbarazzo,
esce dal riparo, afferra d'impulso
la mano tozza del ciandala
e lo conduce in un bel prato verde...
Privo di qualsivoglia capacità volitiva,
al pari d'un meccanismo ignoto,
il Glandini osserva sè stesso obbedire alle regole
di un sogno voluttuoso...
il suo corpo si inginocchia sotto la fanciulla,
e la sua bocca riceve il caldo e sipido umore
sgorgante dalle sinuosità tepide di quel sacro pube....
La fanciulla sospira, ansima, grida...
il Glandini inghiotte il piacere della dea.
Infine la donna, ridendo tra sè, scompare,
correndo nel bosco.
Il Glandini, stupefatto, con ancora in bocca
il sapore della creatura, ode una voce femminile
che gli dice:
Tu puoi essere felice,
stupido d'un mortale!
Privo di un centro interiore, di un "Sè",
egli brancola nel buio di un'esistenza anodina,
condizionato dalle mille preoccupazioni che affliggono
i suoi contemporanei borghesi.
Un'amore non corrisposto verso una negretta che scrive versi,
una professione che economicamente non decolla mai,
un legame morboso verso genitori ansiosi
precludentegli uno sviluppo sano,
una fede religiosa vissuta piattamente e passivamente,
la ricerca continua di passatempi ed evasioni di massa,
la costante frequentazione di giovani prostitute dell'est:
ecco, in summa, la vita del Glandini.
Un'insicurezza costante,
persino nello scegliere il colore della carta igienica,
è il fondo, la radice ultima dell'anima del Glandini.
In un certo modo Glandini pasce questa insicurezza,
non le si oppone mai,
poichè essa, con l'abitudine, è diventata il prontuario perfetto
e la giustificazione ultima di ogni cappellata che egli compie.
Una sera d'ottobre il Glandini,
stanco di tutto,
si reca a passeggiare presso il lago di Femi.
Mentre cammina, ristorato
dalla vista del lago, dai colori morbidi dell'autunno,
dagli odori del bosco,
una fanciulletta,
nascosta dietro una fratta,
lo chiama.
Psssssss! Pssssssss! Ehi tu!
Vieni qui baccalà!
Glandini si gira... e sconcertato
vede la ragazza.
E' completamete nuda.
La pelle è bianca come il latte;
i capelli, lievemente ondulati, tralucono oro;
il seno è piccolo, come quello d'una adolescente;
i capezzoli hanno color di un'alba rosa;
il pube, magnifico, è cosparso di una leggera peluria bionda,
come un campo di grano.
Il viso è quello d'una dea biricchina,
forse Artemide o forse Afrodite...
Sconvolto dalla visione uterea,
il Glandini, impietrito dalla bellezza della fanciulla,
non riesce a proferire nemmeno una sillaba.
La fanciulla, per nulla in imbarazzo,
esce dal riparo, afferra d'impulso
la mano tozza del ciandala
e lo conduce in un bel prato verde...
Privo di qualsivoglia capacità volitiva,
al pari d'un meccanismo ignoto,
il Glandini osserva sè stesso obbedire alle regole
di un sogno voluttuoso...
il suo corpo si inginocchia sotto la fanciulla,
e la sua bocca riceve il caldo e sipido umore
sgorgante dalle sinuosità tepide di quel sacro pube....
La fanciulla sospira, ansima, grida...
il Glandini inghiotte il piacere della dea.
Infine la donna, ridendo tra sè, scompare,
correndo nel bosco.
Il Glandini, stupefatto, con ancora in bocca
il sapore della creatura, ode una voce femminile
che gli dice:
Tu puoi essere felice,
stupido d'un mortale!
sabato 28 settembre 2013
Terra Uterea...e Pippus Cazzucci
E così il caro Pippusbaldi Chicazzè si è innamorato di nuovo.
Niente scarti di sagrestia stavolta
-nè zitelle mentecatte grazie al Cielo- :
finalmente il suo fiuto da barboncino in calore ha individuato
una creatura intelligente.
Sebilla Zurlì, autrice del diario Terra Uterea,
è una scrittrice dotata di una certa finezza letteraria
e di un'ironia acuta e briosa.
Innamorarsi, caro Pippusbaldi, è sempre un rischio:
e il rifiuto è sempre un trauma.
E pur tuttavia, quando il desiderio gonfia con vigore il petto
e i coglioni, ci si getta dal burrone con la temerarietà dei barboncini in calore.
Ci si schianta e con la schiena spezzata si maledice, troppo tardi,
quello che un tempo era il nostro idolo.
L'idolo d'oro crolla e dietro le crepe sgorgano oscene le viscere
madide e scure d'un essere mortale.
Saremo capaci di pietà verso gli idoli infranti?
Questo è l'atto ultimo dell'amore, caro Gisus Cazzucci...
C'è da dire che quando è in calore, Pippusbaldi
sviluppa un'esplicita gelosia dai tratti paranoidi.
Il terrore che io (!) possa soffiargli Terra Uterea o metterlo in cattiva luce
dinanzi ad essa, lo rende aggressivo e nervoso.
Stia sereno e tenga a bada le sue sciocche fobie!
E' evidente che il ciandala ignora i gusti e il codice morale d'un etneo.
Molto probabilmente Terra Uterea, con l'ironia che la contraddistingue,
annovererà il ciandala tra quelle cavie di sesso maschile che, sospinte da un impulso al coito,
cercano di far colpo su di essa attraverso qualche trovata pagliaccesca più o meno riuscita.
Ma questo è un finale ovvio: e quindi spero di essere smentito.
Infine, un augurio a Sebilla.
Finire nelle anodine schiere degli avvocatucoli romani,
in mezzo al marciume, alla piccolezza e all'ipocrisia proprie a questa
genia, sarebbe il più grave peccato contro l'indole
e la vocazione di questo essere.
L'augurio, pertanto, cara Sebilla è che la tua strada sia un'altra.
Quella delle parole magari, vergate con la delicata verità del sorriso:
anche se, a volte, amaro.
Niente scarti di sagrestia stavolta
-nè zitelle mentecatte grazie al Cielo- :
finalmente il suo fiuto da barboncino in calore ha individuato
una creatura intelligente.
Sebilla Zurlì, autrice del diario Terra Uterea,
è una scrittrice dotata di una certa finezza letteraria
e di un'ironia acuta e briosa.
Innamorarsi, caro Pippusbaldi, è sempre un rischio:
e il rifiuto è sempre un trauma.
E pur tuttavia, quando il desiderio gonfia con vigore il petto
e i coglioni, ci si getta dal burrone con la temerarietà dei barboncini in calore.
Ci si schianta e con la schiena spezzata si maledice, troppo tardi,
quello che un tempo era il nostro idolo.
L'idolo d'oro crolla e dietro le crepe sgorgano oscene le viscere
madide e scure d'un essere mortale.
Saremo capaci di pietà verso gli idoli infranti?
Questo è l'atto ultimo dell'amore, caro Gisus Cazzucci...
C'è da dire che quando è in calore, Pippusbaldi
sviluppa un'esplicita gelosia dai tratti paranoidi.
Il terrore che io (!) possa soffiargli Terra Uterea o metterlo in cattiva luce
dinanzi ad essa, lo rende aggressivo e nervoso.
Stia sereno e tenga a bada le sue sciocche fobie!
E' evidente che il ciandala ignora i gusti e il codice morale d'un etneo.
Molto probabilmente Terra Uterea, con l'ironia che la contraddistingue,
annovererà il ciandala tra quelle cavie di sesso maschile che, sospinte da un impulso al coito,
cercano di far colpo su di essa attraverso qualche trovata pagliaccesca più o meno riuscita.
Ma questo è un finale ovvio: e quindi spero di essere smentito.
Infine, un augurio a Sebilla.
Finire nelle anodine schiere degli avvocatucoli romani,
in mezzo al marciume, alla piccolezza e all'ipocrisia proprie a questa
genia, sarebbe il più grave peccato contro l'indole
e la vocazione di questo essere.
L'augurio, pertanto, cara Sebilla è che la tua strada sia un'altra.
Quella delle parole magari, vergate con la delicata verità del sorriso:
anche se, a volte, amaro.
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